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Dalla Germania alla Spagna: il vizio europeo di inseguire sempre il modello sbagliato

Ieri la Germania del rigore, oggi la Spagna dell’energia. Ma dietro il “miracolo” spagnolo si nascondono nucleare e gas russo. Perché l’Europa continua a sbagliare modello economico, sacrificando industria e salari sull’altare dell’ideologia.

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Per anni ci hanno ripetuto che il modello da seguire era quello tedesco. La Germania veniva presentata come l’esempio perfetto di competitività, rigore e crescita. Politici, economisti e commentatori indicavano Berlino come una sorta di stella polare: salari moderati, conti pubblici in ordine, industria esportatrice e disciplina finanziaria. Chiunque osasse mettere in discussione quel paradigma veniva accusato di populismo o di non comprendere le dinamiche dell’economia globale.

In nome di quel modello, l’Europa ha accettato l’idea che la competitività dovesse passare attraverso la moderazione salariale, il contenimento della domanda interna e la compressione del costo del lavoro. La Germania veniva indicata come la prova che questa fosse la strada giusta.

Oggi, però, il quadro è radicalmente cambiato. La maggiore economia europea attraversa una crisi che non può più essere liquidata come una semplice fase congiunturale. La produzione industriale ristagna, la crescita è debole, i costi energetici sono aumentati e la competitività del sistema produttivo tedesco appare sempre più sotto pressione. A pesare è anche l’impatto di politiche climatiche ed energetiche che hanno imposto costi crescenti all’apparato produttivo. Quello che per anni è stato presentato come il laboratorio della transizione verde europea si trova oggi a fare i conti con gli effetti di scelte che hanno contribuito ad aumentare il costo dell’energia e a indebolire la capacità competitiva dell’industria manifatturiera. Per molti osservatori, il Green Deal europeo, lungi dal rappresentare un vantaggio competitivo, ha finito per trasformarsi in un ulteriore fattore di fragilità per l’economia tedesca.

Eppure, invece di interrogarsi sulle ragioni che hanno portato al progressivo indebolimento del modello tedesco, molti di coloro che per anni avevano indicato Berlino come il benchmark da seguire per tutta Europa sembrano aver semplicemente cambiato riferimento. Gli stessi ambienti politici, accademici e mediatici che esaltavano la Germania come paradigma di competitività e buona governance economica guardano oggi alla Spagna come al nuovo esempio da imitare. Come se il problema non risiedesse nelle ricette adottate, ma semplicemente nel Paese scelto come modello.

Madrid viene ormai proposta come il nuovo caso di successo dell’Unione Europea. Crescita economica superiore alla media, maggiore dinamismo e costi energetici relativamente più contenuti vengono utilizzati per costruire una nuova narrazione vincente. Ancora una volta, però, il dibattito pubblico sembra preferire gli slogan all’analisi e le rappresentazioni semplificate all’esame dei fatti.

Chi celebra il modello spagnolo tende infatti a sorvolare su alcuni aspetti essenziali.

La Spagna dispone di una significativa produzione nucleare che continua a garantire stabilità e continuità al sistema energetico nazionale. Nonostante anni di campagne ideologiche contro l’atomo condotte in molte parti d’Europa, Madrid continua a beneficiare del contributo dell’energia nucleare, che assicura una quota rilevante della produzione elettrica nazionale.

C’è poi un secondo elemento particolarmente scomodo per chi ha sostenuto le scelte energetiche europee degli ultimi anni. La Spagna è infatti tra i maggiori importatori europei di gas russo sotto forma di gas naturale liquefatto. Mentre Bruxelles proclamava la necessità di ridurre ogni dipendenza energetica da Mosca, il governo spagnolo ha continuato ad approvvigionarsi laddove risultava economicamente conveniente, perseguendo innanzitutto l’interesse nazionale.

Quando gli stessi commentatori che per anni hanno celebrato il modello tedesco indicano oggi la Spagna come esempio da seguire, raramente ricordano che una parte importante della competitività energetica spagnola si fonda anche sul contributo del nucleare e sull’accesso a forniture di gas russo. Elementi difficilmente conciliabili con molte delle scelte politiche e delle narrazioni che hanno dominato il dibattito europeo nell’ultimo decennio.

Non è la prima volta che accade. L’Europa sembra condannata a rincorrere il modello del momento senza mai interrogarsi davvero sulle ragioni dei successi e dei fallimenti economici.

Per anni la competitività è stata associata alla moderazione salariale e alla compressione del costo del lavoro. Oggi il rapporto Draghi richiama la necessità di recuperare produttività, investimenti e competitività dell’industria europea. Il rischio è che, ancora una volta, il dibattito politico finisca per tradurre questi obiettivi in nuove pressioni sul lavoro e sui redditi invece di affrontare i nodi strutturali che penalizzano il sistema produttivo europeo: il costo dell’energia, la carenza di investimenti e il ritardo nell’innovazione tecnologica.

La realtà è che nessuna economia può costruire una crescita solida e duratura comprimendo indefinitamente il potere d’acquisto dei propri cittadini. Allo stesso modo, nessun sistema industriale può restare competitivo se rinuncia deliberatamente alle fonti energetiche più efficienti e convenienti per inseguire obiettivi dettati più dall’ideologia che dal pragmatismo.

L’errore di fondo dell’Unione Europea è proprio questo: trasformare ogni scelta economica in una questione identitaria. Prima il modello tedesco, oggi quello spagnolo, domani probabilmente un altro ancora. Sempre alla ricerca di un esempio da imitare, mai disposti a riconoscere che la competitività non nasce dalle formule precostituite, ma dalla capacità di utilizzare in modo pragmatico tutti gli strumenti disponibili.

La vera lezione che arriva dalla Spagna è diversa da quella che molti commentatori vorrebbero raccontare. Non dimostra che le strategie elaborate a Bruxelles abbiano finalmente trovato la loro consacrazione. Dimostra piuttosto che i Paesi che riescono a difendere con maggiore determinazione i propri interessi nazionali sono spesso quelli che ottengono i risultati migliori.

Forse sarebbe il caso di prenderne atto. Invece di sostituire periodicamente un modello con un altro, l’Europa dovrebbe interrogarsi sulle cause profonde della propria perdita di competitività e sulle conseguenze di scelte che troppo spesso hanno privilegiato la coerenza ideologica rispetto all’efficacia economica.

Perché il problema non è mai stato scegliere tra il modello tedesco e quello spagnolo. Il problema è continuare a cercare all’estero esempi da imitare senza comprendere davvero le condizioni che ne hanno reso possibile il successo.

Antonio Maria Rinaldi
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