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La UE ci vieta di spendere i soldi nostri

Mentre famiglie e imprese lottano contro i rincari energetici, l’Europa blocca i fondi nazionali per uno zero virgola di deficit. Ecco il doppio standard di Bruxelles: soldi liberi per le armi, rigore estremo per l’economia reale. Un paradosso che spinge l’Italia verso la crisi.

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C’è un paradosso che più di ogni altro dovrebbe far riflettere sul funzionamento dell’attuale Unione Europea. Di fronte all’emergenza energetica che continua a gravare su famiglie e imprese, il Governo italiano non deve anzitutto stabilire quali misure adottare o quante risorse destinare agli interventi. Deve prima verificare se gli sarà consentito utilizzare strumenti di bilancio nazionali per affrontare un problema che colpisce direttamente cittadini e imprese italiane.

Non stiamo parlando di fondi europei o di prestiti concessi da Bruxelles, ma di risorse raccolte attraverso il sistema fiscale nazionale o reperite dal Tesoro sui mercati finanziari. Eppure il loro impiego resta subordinato a regole e autorizzazioni che derivano da un livello decisionale sovranazionale sempre più influente sulle politiche economiche degli Stati membri.

La ragione è nota. Secondo le regole europee il deficit pubblico non dovrebbe superare il 3% del PIL, una soglia concepita oltre trent’anni fa in un contesto economico radicalmente diverso da quello attuale e trasformata nel tempo in una sorta di parametro intoccabile. L’Italia, dopo gli anni della pandemia, ha ridotto significativamente il proprio disavanzo, ma nel 2025 il deficit si è attestato al 3,07% del PIL, successivamente arrotondato per convenzione statistica al 3,1%. Una differenza minima, appena sette centesimi di punto percentuale oltre la soglia teorica, che tuttavia continua a condizionare i margini di manovra della politica economica nazionale.

È qui che la questione assume una dimensione concreta. Se la flessibilità non venisse riconosciuta, il Governo potrebbe comunque intervenire contro il caro energia, ma dovrebbe reperire le risorse altrove. Ciò significherebbe ridurre stanziamenti destinati a sanità, pensioni, istruzione, università, ricerca, innovazione, infrastrutture e sostegno al sistema produttivo, oppure aumentare ulteriormente la pressione fiscale.

Nessuna delle due strade sarebbe priva di conseguenze. Da un lato si rischierebbe di comprimere servizi essenziali e investimenti strategici per la crescita futura; dall’altro si ridurrebbe il reddito disponibile delle famiglie, si indebolirebbero i consumi e si sottrarrebbero risorse agli investimenti privati. In una fase caratterizzata da crescita modesta, elevati costi energetici e crescente competizione internazionale, il risultato sarebbe quello di trasformare un’emergenza esterna in una penalizzazione interna.

È una prospettiva difficilmente giustificabile. Il caro energia non deriva infatti da una scelta del Governo italiano né da comportamenti irresponsabili della finanza pubblica nazionale. È il risultato di fattori geopolitici e di mercato che nessun singolo Stato membro può controllare. Trattare una misura emergenziale come una normale spesa discrezionale significa quindi affrontare uno shock straordinario con strumenti pensati per la gestione ordinaria dei conti pubblici.

Ed è qui che emerge il primo grande paradosso.

La riforma del Patto di Stabilità e Crescita entrata in vigore nel 2024 prevede infatti, all’articolo 26, specifiche clausole di salvaguardia attivabili in presenza di circostanze eccezionali o di eventi non imputabili alla volontà dello Stato interessato. È difficile immaginare una situazione più coerente con questa definizione di una crisi energetica determinata da fattori geopolitici internazionali.

Eppure, nonostante le stesse regole europee contemplino esplicitamente questa possibilità, la decisione finale resta affidata alla valutazione delle istituzioni europee. In altre parole, anche quando esiste una norma che sembrerebbe consentire l’intervento, l’ultima parola non appartiene al governo democraticamente eletto che deve affrontare il problema, ma a organismi sovranazionali che si riservano ampi margini di discrezionalità politica.

È questo il vero nodo della questione. Il problema non è soltanto la rigidità delle regole, ma il crescente peso delle valutazioni discrezionali nella loro applicazione concreta.

Esiste poi un secondo paradosso.

Nell’ambito del piano europeo di rafforzamento della difesa, la Commissione ha promosso l’attivazione della National Escape Clause prevista dal nuovo Patto di Stabilità. Tale meccanismo consente agli Stati membri di deviare temporaneamente dai percorsi di aggiustamento fiscale per incrementare la spesa militare, riconoscendo fino all’1,5% del PIL annuo per quattro anni di maggiori investimenti nel settore della difesa. Secondo la stessa Commissione, ciò potrebbe generare circa 650 miliardi di euro di spazio fiscale nell’arco di quattro anni. A questo si aggiunge il programma SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti per progetti comuni nel comparto della difesa.

Quando si tratta di finanziare il riarmo europeo vengono quindi costruiti strumenti dedicati, aperti spazi di flessibilità e individuate rapidamente soluzioni operative. Quando invece occorre sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, pur in presenza di una crisi non imputabile alla volontà degli Stati e pur essendo previste clausole di salvaguardia nelle stesse regole europee, la disponibilità politica ad applicare strumenti analoghi appare molto più incerta.

La differenza non è marginale. Per la difesa l’Unione ha predisposto una combinazione di flessibilità fiscale e strumenti finanziari dedicati. Per il caro energia non si discute di nuovi fondi europei o di trasferimenti comunitari, ma della possibilità per gli Stati di utilizzare risorse proprie senza essere penalizzati nei percorsi fiscali. Ed è proprio questa asimmetria a rendere il confronto inevitabile.

Da qui emerge il problema più profondo dell’attuale costruzione europea.

Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo trasferimento del baricentro decisionale dagli Stati membri verso organismi sovranazionali che non si limitano più ad applicare regole predeterminate, ma esercitano una discrezionalità politica crescente nella loro interpretazione. Le norme continuano formalmente a esistere, ma il loro significato concreto dipende sempre più spesso dalle valutazioni delle istituzioni chiamate ad applicarle.

In teoria gli Stati restano sovrani. Nella pratica, una quota sempre più rilevante delle loro scelte economiche dipende dal giudizio preventivo di organismi europei che possono concedere o negare margini di flessibilità sulla base di valutazioni inevitabilmente politiche.

È qui che si manifesta il vero deficit democratico dell’Unione Europea. I governi nazionali rispondono direttamente agli elettori e possono essere sostituiti attraverso il voto. Le istituzioni europee che influenzano in misura crescente le politiche economiche degli Stati membri non sono sottoposte allo stesso rapporto diretto di responsabilità democratica.

La vicenda del caro energia dimostra quindi che la questione non riguarda soltanto qualche decimale di deficit pubblico. Riguarda la sostenibilità stessa dell’architettura istituzionale costruita attorno ai Trattati di Maastricht e di Lisbona.

Quando Maastricht venne negoziato, internet era agli albori, la Cina rappresentava una quota marginale dell’economia mondiale, la globalizzazione non aveva ancora trasformato le catene produttive internazionali e nessuno immaginava le crisi finanziarie, energetiche e geopolitiche che avrebbero caratterizzato il XXI secolo. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. L’Europa, invece, continua a operare all’interno di una cornice normativa che riflette categorie economiche elaborate quasi quarant’anni fa.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Pur disponendo di un mercato di oltre 430 milioni di consumatori con livelli di reddito tra i più elevati del pianeta, l’Unione Europea cresce meno delle altre grandi aree economiche mondiali, attrae una quota decrescente degli investimenti internazionali e vede ridursi progressivamente il proprio peso relativo nell’economia globale.

Un potenziale straordinario viene così frenato da un eccesso di regolamentazione, da una crescente centralizzazione decisionale e da una visione economica sempre più distante dalla realtà. L’Europa rischia di diventare l’unica grande area economica del mondo che, anziché utilizzare il proprio enorme mercato interno come leva di crescita, lo comprime attraverso vincoli, procedure e autorizzazioni.

Il problema è un sistema di regole concepito per un contesto economico che non esiste più e che continua a essere applicato come se nulla fosse cambiato. Quando una crisi energetica globale costringe uno Stato a scegliere tra il sostegno a famiglie e imprese, il finanziamento della sanità, dell’istruzione o dell’innovazione, significa che non è la realtà a doversi adattare alle regole, ma sono le regole a dover essere ripensate alla luce della realtà.

La revisione dei Trattati non rappresenta quindi una scelta ideologica, ma una necessità storica. Perché un’Unione che pretende di governare le sfide del XXI secolo con strumenti concepiti alla fine del Novecento rischia di perdere progressivamente competitività economica, consenso politico e legittimazione democratica. E nessun progetto di integrazione può sopravvivere a lungo quando i cittadini iniziano a percepirlo non come una soluzione ai problemi, ma come parte del problema.

Antonio Maria Rinaldi

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