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USA crescono il doppio dell’Eurozona nel Q1 2026: +2% contro +0,8%. L’AI spinge gli Stati Uniti, la crisi iraniana frena l’Europa
USA crescono al doppio dell’Eurozona (+2% vs +0,8%): AI e spesa pubblica spingono Washington, shock energetico iraniano frena Bruxelles. Inflazione Euro al 3%

Il divario nel PIL tra le due principali economie occidentali si allarga ancora una volta. Secondo le stime preliminari della U.S. Bureau of Economic Analysis, il PIL statunitense è cresciuto del 2,0% annualizzato nel primo trimestre 2026, in rimbalzo dal +0,5% del quarto trimestre 2025 ma sotto le attese di mercato (2,3%). Dall’altra parte dell’Atlantico, Eurostat ha certificato per l’Eurozona una crescita annua del 0,8%, sotto le previsioni (0,9%) e in netto rallentamento rispetto all’1,3% del trimestre precedente, con un dato mensile a solo lo 0,1% di crescita. In pratica, gli USA corrono al doppio della velocità dell’area euro.
Cosa ha trainato gli Stati Uniti
Il rimbalzo è stato ampio ma non uniforme. La spesa pubblica è tornata a +4,4% dopo il -5,6% del periodo precedente, grazie alla fine dello shutdown governativo. Gli investimenti privati lordi sono balzati dell’8,7% (dal +2,3%), con un exploit del +10,4% negli investimenti in macchinari e strutture – il ritmo più veloce da quasi tre anni – spinto in larga parte dalla spesa delle imprese in tecnologie di intelligenza artificiale. I consumi, che rappresentano circa due terzi del PIL, hanno invece rallentato all’1,6% (dal +1,9%), sostenuti soprattutto dai servizi. Il commercio netto ha sottratto punti alla crescita: esportazioni +12,9%, ma importazioni +21,4%.
Ecco il grafico da Tradingeconomics:
La frenata europea
In Eurozona il quadro è più fragile. La crescita si è attestata allo 0,8% annuo, con un +0,1% congiunturale. Il rallentamento è visibile nelle principali economie: Francia (1,1% da 1,3%), Germania (0,3% da 0,4%), Italia (0,7% da 0,9%) e Paesi Bassi (1,2% da 1,8%). Solo la Spagna ha confermato la sua vitalità con un +2,7% (dal +2,6%). Il responsabile principale è lo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente, che da marzo ha fatto impennare i costi di petrolio e gas. I consumi delle famiglie hanno ceduto terreno proprio nei Paesi più grandi del blocco, un pessimo segnale per l’Unione.
Intanto l’inflazione nell’area euro è salita al 3% ad aprile (dal 2,6% di marzo), con l’energia che ha contribuito per oltre dieci punti percentuali. Un segnale chiaro che la crisi esterna pesa, ma in modo asimmetrico.
Le ricadute economiche
- Per gli USA: la resilienza privata (soprattutto tech), la forte base energetica basata sul petrolio e il rapido recupero della spesa pubblica dimostrano una capacità di assorbimento degli shock superiore alle attese. Il boom dell’AI potrebbe consolidare un vantaggio strutturale di produttività.
- Per l’Eurozona: la dipendenza energetica amplifica i rischi di stagflazione. Consumi deboli e inflazione in risalita complicano il lavoro della BCE che, confusa per l’inflazione in aumento, rischia di decidere un aumento dei tassi che sarebbe controproducente.
- Differenza chiave: gli Stati Uniti beneficiano di un mix di investimenti privati e flessibilità di bilancio; l’Europa paga il conto di una shock esterno su un tessuto produttivo ancora troppo esposto alle materie prime importate, il tutto nonostante anni di prediche green sull’autonomia energetica.
Gli USA crescono meno del previsto ma dimostrano una vitalità che l’Europa, al momento, può solo invidiare. La crisi iraniana ha peggiorato una tendenza già presente, ma ha anche messo in luce due modelli diversi di reazione agli shock esterni. Chi saprà trasformare questa divergenza in opportunità – investendo in innovazione o riducendo vulnerabilità energetiche – uscirà rafforzato dal 2026.









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