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Extraprofitti bancari: una questione di equità e reciprocità

I tassi della BCE hanno gonfiato i guadagni delle banche mentre i risparmi dei cittadini restano a zero. Tassare gli extraprofitti non è una punizione, ma una questione di equità per salvare l’economia reale.

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Ogni volta che si riapre il dibattito sugli extraprofitti bancari, il confronto pubblico tende rapidamente a polarizzarsi. Da una parte chi invoca nuovi prelievi come strumento redistributivo, dall’altra chi denuncia presunte aggressioni al libero mercato e al diritto d’impresa. In realtà la questione merita di essere affrontata con maggiore rigore economico e meno slogan.

Nessuno mette in discussione il principio secondo cui un’impresa che investe capitale, assume rischi, migliora la propria efficienza e conquista quote di mercato abbia pieno diritto a realizzare profitti elevati. È il fondamento stesso dell’economia di mercato. Quando gli utili derivano da scelte imprenditoriali corrette e da rischi effettivamente assunti, non soltanto sono legittimi, ma rappresentano un segnale positivo per l’intero sistema economico.

Il tema degli extraprofitti bancari degli ultimi anni presenta tuttavia caratteristiche profondamente diverse.

La straordinaria crescita degli utili registrata da gran parte del settore creditizio europeo non è stata determinata principalmente da particolari intuizioni manageriali, da innovazioni di prodotto, da operazioni straordinarie di successo, da plusvalenze immobiliari o finanziarie, né da strategie industriali particolarmente brillanti.

Essa è stata invece favorita, in misura largamente prevalente, da una modifica radicale delle condizioni monetarie determinata dalle autorità pubbliche.

L’aumento dei tassi di interesse operato dalla Banca Centrale Europea per contrastare l’inflazione ha prodotto un’immediata espansione del margine di interesse delle banche. Si è trattato di un effetto largamente esogeno rispetto alle decisioni aziendali dei singoli istituti. In altre parole, il contesto che ha generato una quota significativa di questi profitti non è stato creato dalle banche, ma da decisioni di politica monetaria assunte nell’interesse generale dell’economia europea.

Da un punto di vista economico, siamo quindi di fronte a una fattispecie che presenta caratteristiche più vicine a una rendita generata dal contesto monetario e regolamentare che non al tradizionale profitto imprenditoriale derivante dall’assunzione di rischio.

Occorre inoltre ricordare che tale evoluzione non è stata il risultato esclusivo delle decisioni di politica monetaria della BCE. Negli ultimi anni le istituzioni europee e numerosi governi nazionali, incluso quello italiano, hanno perseguito una strategia volta a rafforzare la capacità competitiva e reddituale del sistema bancario attraverso un progressivo alleggerimento di vincoli normativi, regolamentari e patrimoniali.

L’obiettivo era comprensibile e, per molti aspetti, condivisibile: disporre di intermediari più solidi, più redditizi e maggiormente in grado di sostenere famiglie e imprese in una fase economica complessa. Tuttavia tale indirizzo politico ha contribuito a creare condizioni operative significativamente più favorevoli per il settore creditizio, generando benefici che non possono essere attribuiti esclusivamente alle capacità manageriali dei singoli istituti.

In altre parole, una parte della redditività straordinaria registrata negli ultimi esercizi è maturata all’interno di un quadro economico, monetario e regolamentare costruito dalle istituzioni pubbliche. È proprio questo elemento che distingue tali extraprofitti dai normali utili derivanti dal rischio d’impresa.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico. Negli stessi anni in cui le autorità monetarie e i governi intervenivano per creare condizioni più favorevoli al settore bancario, milioni di risparmiatori hanno continuato a ricevere remunerazioni minime sui propri depositi. Le commissioni applicate alla clientela sono rimaste elevate e spesso sostanzialmente immutate rispetto agli anni dei tassi prossimi allo zero. Parallelamente sono aumentati dividendi, programmi di riacquisto di azioni proprie, operazioni di consolidamento, fusioni, acquisizioni e compensi manageriali.

Tutto ciò è perfettamente legittimo sotto il profilo societario e non vi è alcuna ragione per contestarlo. Tuttavia, se una quota significativa della redditività aggiuntiva è stata resa possibile da decisioni assunte nell’ambito delle politiche monetarie e regolamentari, appare difficile sostenere che l’intero beneficio economico debba essere considerato esclusivamente come risultato dell’attività imprenditoriale privata.

Il punto non è contestare il profitto, che rappresenta il motore essenziale dell’economia di mercato, bensì distinguere tra remunerazione del rischio e benefici derivanti da condizioni straordinarie generate da decisioni pubbliche.

Per questa ragione, l’eventuale richiesta da parte dello Stato di partecipare, in misura ragionevole e proporzionata, a una quota di tali extraprofitti non dovrebbe essere interpretata come una misura punitiva né tantomeno come una forma surrettizia di patrimoniale o di prelievo straordinario. Si tratta piuttosto dell’applicazione di un principio di equità e di reciprocità istituzionale.

Le banche chiedono comprensibilmente sostegno quando si tratta di alleggerire requisiti patrimoniali, semplificare norme, ridurre oneri regolamentari o costruire un contesto favorevole all’attività creditizia. È allora coerente che, quando quelle stesse condizioni producono benefici eccezionali e non previsti, una parte del vantaggio possa essere restituita al sistema economico che ne ha consentito la formazione.

La questione, in ultima analisi, riguarda la legittimazione stessa dell’economia di mercato. Il profitto conserva la propria piena legittimità quando rappresenta la remunerazione del capitale investito, dell’innovazione e del rischio assunto. Diverso è il caso in cui una quota rilevante della redditività derivi da condizioni create da decisioni pubbliche adottate nell’interesse collettivo.

In tale circostanza, il principio della condivisione di una parte dei benefici non costituisce una deroga alle regole del mercato, ma ne rafforza la sostenibilità economica e sociale. La vera alternativa non è tra tassare o non tassare gli extraprofitti. È tra preservare o indebolire quel patto implicito tra istituzioni, imprese e cittadini sul quale si fonda la stessa accettazione sociale dell’economia di mercato.

Perché quando i vantaggi derivanti da decisioni pubbliche vengono percepiti come appannaggio esclusivo di pochi operatori, si indebolisce la fiducia nel mercato. Quando invece una parte di quei benefici ritorna alla collettività che ha contribuito a generarli, si rafforza la coesione economica e si consolida la legittimità delle istituzioni che ne hanno creato i presupposti.

Non si tratta dunque di contrapporre Stato e mercato, né di penalizzare il successo imprenditoriale. Si tratta piuttosto di riconoscere che, quando una quota rilevante dei risultati economici straordinari trae origine da decisioni assunte nell’ambito delle politiche pubbliche, il principio di reciprocità diventa parte integrante del corretto funzionamento del mercato stesso. È questa la differenza sostanziale tra un intervento dettato da finalità redistributive e una scelta ispirata a criteri di equità economica: nel primo caso si redistribuisce ricchezza già prodotta; nel secondo si riconosce che quella ricchezza è stata resa possibile anche grazie a decisioni collettive e che, proprio per questo, una parte dei benefici può legittimamente ritornare alla collettività.

Antonio Maria Rinaldi

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