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L’Armenia sceglie l’Europa (e rinuncia al Karabakh): la scommessa economica di Pashinyan contro Mosca

Scontro totale Mosca-UE in Armenia: Pashinyan stravince le elezioni e cede il Karabakh. Mentre Putin minaccia ritorsioni bloccando l’economia, l’Europa promette milioni. Basteranno a salvare il Paese dal collasso?

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L’Armenia ha fatto la sua scelta definitiva. Nelle recenti elezioni parlamentari, i cittadini hanno confermato la rotta verso l’Unione Europea, premiando il Primo Ministro Nikol Pashinyan. La sua coalizione, Contratto Civile, ha ottenuto un solido 49,83% dei voti con il 98% delle schede spogliate, assicurandosi una vittoria che lo stesso leader non ha esitato a definire “storica”. L’incertezza rimanente è ora sulla maggioranza assoluta o meno e sul passaggio della soglia del 4%.

Dall’altra parte, il fronte politico filo-russo ha incassato una sconfitta evidente, pur mantenendo una sua solida base. L’alleanza Armenia Forte, guidata dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è fermata al 23,35%. Ancora più staccati gli altri gruppi di opposizione: l’Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan si è fermata al 9,93%, mentre Armenia Prospera è in questo momento appena sotto la soglia di rappresentanza del 4% con il 3,98%. L’affluenza si è attestata al 59%, un dato che dà un peso reale al risultato elettorale in un momento cruciale.

I risultati elettorali in sintesi:

  • Contratto Civile (Pashinyan): 49,83%
  • Armenia Forte (Karapetyan): 23,35%
  • Alleanza Armenia (Kocharyan): 9,93%
  • Armenia Prospera: 3,98%

Ma cosa significa questo voto per l’economia reale del Paese? Qui il quadro si fa molto più complesso e delicato. La mossa di Yerevan non è passata inosservata a Mosca. La Russia non è solo la vecchia potenza di riferimento, ma è soprattutto il partner commerciale principale e il fornitore fondamentale di energia.

Vladimir Putin ha già inviato segnali fin troppo chiari, ricordando come le grandi crisi inizino spesso proprio con l’avvicinamento all’Unione Europea (un riferimento palese al caso ucraino). Dalle parole si è subito passati ai fatti: Mosca ha introdotto nuove restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli armeni, bloccando fiori e verdure alla frontiera. Un colpo mirato, pensato per far sentire immediatamente il peso del mercato russo sui produttori locali.

In risposta, Bruxelles non è rimasta a guardare. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promesso 50 milioni di euro e un ammorbidimento delle regole commerciali per i beni armeni colpiti dalle sanzioni russe. Da un punto di vista strettamente economico, tuttavia, sostituire un partner energetico storico con un assegno europeo da 50 milioni rappresenta una perdita. Anche il sostegno commerciale dell’Unione è più che altro una prospettiva, visto che non c’è continuità  territoriale fra UE e Armenia.

A pesare sul clima elettorale c’era anche il doloroso accordo di pace con l’Azerbaigian. L’opposizione ha duramente accusato Pashinyan di essersi arreso, rinunciando alla regione del Nagorno-Karabakh, persa definitivamente dopo la guerra del 2023. Ci sono state fortissime tensioni interne, accuse di derive autoritarie, arresti per sospetto voto di scambio e leader dell’opposizione finiti in carcere.

Eppure, la maggioranza degli elettori ha scelto di voltare pagina. Sembra che la pace, per quanto amara e raggiunta a caro prezzo, sia stata infine accettata dalla popolazione. Rinunciare a un territorio storicamente conteso è stato un sacrificio immenso, ma i cittadini hanno ritenuto prioritaria la stabilità rispetto a un conflitto senza fine. Ora Pashinyan ha il pieno mandato per guardare a Ovest, ma la vera, difficile prova sarà mantenere in piedi l’economia nazionale in questa turbolenta transizione geopolitica.

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