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EconomiaEnergia

Petrolio, l’OPEC+ apre i rubinetti: lo Stretto di Hormuz riapre e i prezzi crollano a 72 dollari. Ma l’accordo è appeso a un filo

Il petrolio crolla a 72 dollari dopo i picchi bellici di 120. L’OPEC+ aumenta la produzione di 188.000 barili al giorno ad agosto mentre riapre lo Stretto di Hormuz, ma l’addio degli Emirati e le tensioni interne minacciano la tenuta del cartello.

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Il grande blocco energetico che ha terrorizzato i mercati mondiali sta evaporando. I prezzi del greggio Brent sono precipitati a 72 dollari al barile, azzerando i picchi da incubo superiori ai 120 dollari raggiunti durante la fase più acuta della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Petrolio Brent

La svolta è arrivata domenica con una riunione online dei sette membri chiave dell’OPEC+. Il cartello ha approvato un ulteriore aumento della produzione di 188.000 barili al giorno a partire da agosto. La mossa segue i rialzi già decisi per giugno e luglio, per un totale di quasi 800.000 barili immessi sul mercato.

L’accordo punta a cancellare definitivamente i tagli all’offerta decisi nel 2023. Una normalizzazione resa possibile dal memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che sta faticosamente tenendo. Lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale dove transita un quinto del greggio mondiale, sta riaprendo progressivamente ai passaggi delle petroliere.

L’impatto economico di questa decisione è immediato e si riflette sulla catena del valore globale. Il calo del prezzo del greggio offre una boccata d’ossigeno ai Paesi importatori netti come l’Italia, riducendo i costi di trasporto e la pressione inflazionistica sui beni di consumo.

L’aumento dell’offerta deciso dall’OPEC+ rischia di scontrarsi con una domanda globale anemica. Le importazioni della Cina sono in forte calo a causa del rallentamento della sua economia interna. Al contempo, i produttori esterni al Medio Oriente hanno aumentato i loro flussi, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha coordinato un rilascio record di scorte strategiche.

Dietro la facciata della stabilità, il cartello dei produttori mostra profonde crepe geopolitiche. L’alleanza ha perso un pilastro fondamentale a fine aprile, quando gli Emirati Arabi Uniti hanno sbattuto la porta e abbandonato il gruppo. Abu Dhabi non ha più tollerato i vincoli produttivi che limitavano i propri investimenti industriali.

Anche l’Iraq sta inviando segnali di insofferenza, chiedendo quote di produzione più elevate per sostenere le proprie finanze pubbliche stremate. I sette Paesi rimasti al timone (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakistan e Oman) si trovano a gestire un mercato instabile, dove ogni promessa di aumento rischia di rimanere solo sulla carta.

La tregua tra Stati Uniti e Iran resta fragile e violata più volte. I ministri dell’OPEC+ si riuniranno nuovamente il 2 agosto per decidere se completare il ritorno ai vecchi livelli di produzione o tirare i remi in barca se i prezzi dovessero scendere troppo sotto i livelli di guardia per i loro bilanci statali. Vedremo se, per quel tempo, la situazione politica del medio oriente si sarà stabilizzata oppure meno.

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