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L’Iraq verso l’addio: dopo gli Emirati, l’OPEC rischia il collasso definitivo?
Dopo l’addio degli Emirati, anche l’Iraq minaccia di uscire dall’OPEC. Il blocco dello stretto di Hormuz ha affondato le entrate di Baghdad e le quote del cartello stanno soffocando l’economia del Paese. Siamo davanti alla fine storica dell’organizzazione?

L’OPEC è nata a Baghdad nel 1960. Ora, a sessantasei anni di distanza, proprio dalla capitale irachena potrebbe arrivare il colpo di grazia al cartello petrolifero più famoso del mondo. L’Iraq, oggi il secondo maggior produttore del gruppo, ha mandato un avvertimento molto chiaro a Riyad e soci: o viene aumentata in modo forte la sua quota di produzione, oppure il Paese è pronto a fare le valigie e uscire dall’organizzazione.
Non si tratta di un semplice malumore passeggero, ma del sintomo di una crisi strutturale profonda. Solo due mesi fa, gli Emirati Arabi Uniti hanno abbandonato il gruppo. Perdere anche l’Iraq significherebbe per l’OPEC svuotarsi di ogni reale potere sul mercato globale.
L’economia irachena e l’emergenza di Hormuz
Per capire questa mossa, bisogna guardare i conti pubblici dell’Iraq, che sono in rosso profondo. La guerra in Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz hanno strangolato le esportazioni di Baghdad. I numeri ufficiali dell’OPEC sono drammatici: prima della chiusura dello stretto, a febbraio, il Paese produceva quasi 4,2 milioni di barili al giorno. A maggio, la produzione è crollata a soli 1,48 milioni di barili.
Per uno Stato che finanzia le proprie spese pubbliche e la stabilità sociale quasi esclusivamente con le vendite di greggio, questo crollo è un disastro. Il nuovo governo guidato dal premier Ali al-Zaidi ha un bisogno vitale e urgente di fondi per rimettere in piedi l’economia interna. In una situazione di pura sopravvivenza, le quote fisse imposte dall’OPEC si trasformano da un meccanismo di tutela in un grave ostacolo economico.
Perché il Cartello non funziona più
Dal punto di vista dell’economia reale, i cartelli funzionano quando i mercati sono prevedibili: si limita l’offerta in modo coordinato, i prezzi salgono e le entrate degli Stati membri aumentano. Oggi questo meccanismo è saltato, diventando addirittura dannoso per chi lo rispetta.
Ci sono tre fattori principali che rendono l’OPEC sempre più irrilevante:
- L’avanzata dei Paesi esterni: Mentre i membri del cartello si impongono limiti severi, Paesi fuori dall’accordo continuano a produrre a pieno ritmo, rubando quote di mercato preziose.
- Il mercato nero globale: Le nazioni colpite da sanzioni internazionali, pur di fare cassa, inondano i mercati paralleli vendendo petrolio sottocosto. Questo vanifica del tutto i tagli alla produzione decisi a tavolino.
- La rigidità logistica: Quando si verifica un evento disastroso come la chiusura di Hormuz, i Paesi colpiti hanno bisogno di vendere enormi volumi di greggio appena le rotte si riaprono, per recuperare il denaro perso. Chiedere loro di non farlo in nome delle “quote” è un vero e proprio suicidio economico.
Siamo alla fine dell’OPEC?
La sensazione è che l’organizzazione sia arrivata al capolinea. I mercati finanziari lo hanno capito subito: alla notizia delle tensioni irachene, il prezzo del petrolio è scivolato sotto i 73 dollari al barile. Il cartello si trova di fronte a un bivio senza uscita. Se cede alle richieste di Baghdad (che punta a estrarre 7 milioni di barili al giorno nei prossimi anni), dovrà concedere sconti a tutti, facendo crollare i prezzi. Se tiene il punto, rischia di perdere l’Iraq. Appare curioso il fatto che questo avvenga durante la presidenza Trump, mai tenero con il cartello.
Un’organizzazione che costringe i suoi membri a rinunciare a entrate vitali durante una grave crisi finanziaria non ha futuro. L’OPEC rischia di sparire non per colpa di nemici esterni, ma perché le sue regole sono diventate un lusso che nemmeno i suoi stessi fondatori possono più permettersi.







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