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Dietrofront nucleare in Spagna: la centrale di Almaraz resta aperta. Vince la stabilità della rete contro l’ideologia green
Spagna, dietrofront sull’atomo: Madrid proroga la centrale di Almaraz fino al 2030 per evitare il blackout, ma la decisione fa saltare i piani di smantellamento.
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Il governo spagnolo è stato costretto a una clamorosa marcia indietro in piena estate: la centrale nucleare di Almaraz non chiuderà e continuerà a produrre elettricità fino al 2030. Di fronte al rischio concreto di blackout, alle tensioni internazionali sui mercati del gas e alla necessità vitale di garantire energia continua a famiglie e industrie, il dogma della chiusura atomica immediata è andato in frantumi. La fisica della rete elettrica ha presentato il conto alla politica.
Con una mossa a sorpresa pubblicata sul Bollettino Ufficiale di Stato (BOE), il Ministero per la Transizione Ecologica ha revocato il piano di dismissione immediata per i due reattori dell’impianto di Almaraz. La richiesta era stata avanzata dai gestori (Iberdrola, Endesa e Naturgy) e ha ricevuto il via libera tecnico dal Consiglio di Sicurezza Nucleare (CSN).
Madrid ha giustificato la decisione con l’instabilità geopolitica e le tensioni sui prezzi dell’energia legate alla crisi in Medio Oriente. Tuttavia, la vera motivazione è tutta tecnica ed economica: il sistema elettrico nazionale non può fare a meno del cosiddetto baseload, ossia il carico di base costante che solo il nucleare sa garantire 24 ore su 24.
L’operatore della rete, Red Eléctrica, ha dovuto certificare che la permanenza in funzione di Almaraz è indispensabile per la sicurezza dell’intero impianto energetico. Quando il vento non soffia e il sole tramonta, le rinnovabili intermittenti non bastano. Senza una fonte continua e programmabile, i costi per i consumatori esplodono e la rete rischia il collasso di frequenza.
Centrale di Almaraz
Questa proroga ha però fatto saltare l’intero calendario concordato nel 2019, creando un enorme collo di bottiglia logistico e finanziario per il 2030.
| Centrale Nucleare | Reattori Coinvolti | Data Prevista Chiusura | Situazione Attuale |
| Almaraz | 2 | Prorogata al 2030 | In funzione per garantire il carico di base |
| Ascó I | 1 | Fissata al 2030 | Sovrapposizione critica di smantellamento |
| Cofrentes | 1 | Fissata al 2030 | Sovrapposizione critica di smantellamento |
| Ascó II / Vandellós / Trillo | 3 | 2032 – 2035 | Calendario sotto forte pressione tecnica |
Nel 2030 si troveranno a spegnersi contemporaneamente ben quattro reattori (Almaraz I e II, Ascó I e Cofrentes). Per Enresa, la società pubblica incaricata della gestione delle scorie e delle demolizioni, si prospetta una situazione mai vista prima. Francamente è molto probabile che si assisterà ad un ulteriore rinvio degli apsegnimenti, anche perché Almaraz, nonostante sia entrato in funzione nel 1983, ha un record ottimo di sicurezza.
Lo smantellamento di una centrale nucleare richiede personale ultra-specializzato, macchinari rari e investimenti miliardari spalmati su 10-15 anni. Se la chiusura del singolo impianto di Garoña è stata un percorso a ostacoli durato anni, gestire quattro reattori nello stesso momento rischia di mandare in tilt le risorse tecniche dello Stato.
Mentre a Bruxelles la linea pragmatica riconosce l’utilità del nucleare per la decarbonizzazione e l’autonomia strategica, a Madrid il tema resta un tabù politico. Eppure, le grandi aziende elettriche hanno già fatto sapere che gli impianti potrebbero lavorare senza problemi per un altro decennio, a patto di rivedere i piani governativi e la fiscalità speciale per il nucleare.
Oggi la produzione atomica in Spagna è gravata da tasse punitive, pensate per scoraggiarla, paril al 40%-45% dei costi di produzione. L’associazione di settore Foro Nuclear ha chiesto di aprire subito il cantiere della riforma fiscale e regolatoria: non si può chiedere al nucleare di salvare la rete elettrica continuando a tartassarlo come un settore da punire.
La decisione su Almaraz dimostra che la transizione energetica non si realizza con i decreti ideologici, ma con gli investimenti concreti e la sicurezza delle forniture. La stabilità del sistema elettrico e la competitività dell’industria vengono prima dei programmi elettorali: prima o poi, tutti i governi devono fare i conti con la realtà.







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