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Perché nell’euro i salari faticano a crescere

La moneta unica ha trasformato l’Europa in un regime di cambi fissi irrevocabili. Quando il tasso di cambio non può più correggere gli squilibri tra economie diverse, una parte crescente dell’aggiustamento si trasferisce all’interno dei singoli Paesi attraverso la cosiddetta svalutazione interna.

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Ogni volta che in Italia si riapre il dibattito sui salari, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle retribuzioni troppo basse. È un problema reale. Ma la domanda decisiva è un’altra: perché, da oltre vent’anni, aumentare stabilmente i salari è diventato così difficile?

La risposta non riguarda soltanto il mercato del lavoro. Riguarda il funzionamento stesso dell’Unione economica e monetaria.

Ogni economia è esposta, nel tempo, a shock e a differenziali di competitività. Quando un Paese produce a costi crescenti, perde quote di mercato o registra un’inflazione superiore a quella dei propri concorrenti, deve poter recuperare l’equilibrio attraverso alcuni strumenti macroeconomici. Storicamente questi strumenti sono stati quattro: la politica monetaria, il tasso di cambio, la politica fiscale e le riforme capaci di aumentare la produttività.

Con l’introduzione dell’euro questo assetto è cambiato radicalmente.

L’euro non è soltanto una moneta comune. Dal punto di vista economico è soprattutto un regime di cambi fissi irrevocabili tra Stati che continuano ad avere strutture produttive, livelli di produttività, mercati del lavoro e finanze pubbliche differenti. Una volta entrati nell’unione monetaria, il tasso di cambio tra i Paesi membri non può più essere modificato per recuperare competitività.

È proprio da questa caratteristica che nasce il concetto di svalutazione interna.

Quando non è più possibile correggere gli squilibri attraverso il cambio, il riequilibrio tende inevitabilmente a spostarsi all’interno dell’economia. La pressione si trasferisce sui prezzi, sui margini delle imprese, sull’occupazione e, soprattutto, sul costo del lavoro. La svalutazione interna non è una scelta ideologica, né una prescrizione contenuta nei Trattati europei. È la conseguenza economica di un sistema nel quale il cambio non può più svolgere la funzione di ammortizzatore tra economie che evolvono con velocità differenti.

Questa intuizione era già presente negli studi di Robert Mundell, premio Nobel per l’economia e padre della teoria delle aree valutarie ottimali. Mundell osservò che una moneta unica può funzionare in modo stabile soltanto se dispone di efficaci meccanismi alternativi di assorbimento degli shock: un’elevata mobilità del lavoro, trasferimenti fiscali tra territori oppure economie sufficientemente convergenti per struttura e produttività. Quando tali condizioni non sono pienamente soddisfatte, gli squilibri non scompaiono: cambiano semplicemente il modo in cui vengono corretti.

È esattamente ciò che è avvenuto nell’area euro.

La Germania fu il primo grande Paese a comprendere fino in fondo le implicazioni della moneta unica. Tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio degli anni Duemila, attraverso le riforme Hartz, una maggiore flessibilità della contrattazione salariale e una lunga fase di moderazione del costo del lavoro, recuperò rapidamente competitività. Il risultato non fu soltanto una straordinaria crescita delle esportazioni, ma anche il consolidamento di uno dei maggiori avanzi delle partite correnti al mondo.

Le partite correnti rappresentano il saldo tra ciò che un Paese produce e vende all’estero e ciò che acquista dal resto del mondo. In un sistema di cambi flessibili, squilibri così persistenti tendono normalmente a ridursi attraverso il deprezzamento della valuta del Paese in disavanzo e il contestuale apprezzamento di quella del Paese in surplus. In un regime di cambi fissi irrevocabili, invece, questo meccanismo non può operare.

Di conseguenza, gli squilibri possono protrarsi molto più a lungo. I Paesi che accumulano avanzi consolidano progressivamente la propria posizione competitiva; quelli che registrano disavanzi devono recuperare terreno intervenendo soprattutto sulle variabili interne. È in questo contesto che la svalutazione interna assume un ruolo centrale. Non è un caso che numerosi economisti abbiano interpretato la crisi dell’eurozona del 2010-2012 anche come una crisi della bilancia dei pagamenti all’interno di un’unione monetaria.

L’Italia rappresenta probabilmente il caso più significativo di questa dinamica.

Da oltre vent’anni la crescita della produttività del lavoro è tra le più modeste delle principali economie avanzate. Le analisi di ISTAT, OCSE, Commissione europea e Banca d’Italia convergono nell’indicare proprio il ristagno della produttività come uno dei principali vincoli strutturali dell’economia italiana. In queste condizioni, la capacità delle imprese di sostenere aumenti permanenti del costo del lavoro diventa inevitabilmente limitata.

Parallelamente, l’Italia è stata tra i Paesi che hanno registrato la maggiore difficoltà nel recuperare il potere d’acquisto delle retribuzioni dopo la fiammata inflazionistica del 2021-2023. Questo dato, spesso presentato come una semplice conseguenza di decisioni politiche o della scarsa generosità delle imprese, è in realtà il riflesso di un problema più profondo: la persistente debolezza della produttività.

È importante evitare una conclusione semplicistica. Sarebbe economicamente scorretto sostenere che l’euro sia la causa esclusiva della stagnazione salariale italiana. Le retribuzioni dipendono anche dalla qualità delle istituzioni, dagli investimenti, dall’innovazione tecnologica, dal capitale umano, dalla dimensione media delle imprese, dall’efficienza della pubblica amministrazione e dalla dinamica demografica.

L’euro, tuttavia, modifica profondamente il modo in cui questi problemi si manifestano.

In un Paese dotato di una propria valuta, una perdita di competitività può essere assorbita, almeno in parte, attraverso il deprezzamento del tasso di cambio. Ciò comporta costi, come l’aumento del prezzo delle importazioni e possibili pressioni inflazionistiche, ma distribuisce l’aggiustamento su più variabili macroeconomiche.

I Paesi europei che hanno mantenuto una moneta nazionale, come il Regno Unito, la Svezia o la Svizzera, continuano a disporre anche di questo strumento. Essi non sono immuni da crisi economiche o da periodi di moderazione salariale, ma conservano una leva che permette di attenuare gli effetti degli squilibri esterni.

Nell’euro, invece, questa leva è stata definitivamente abbandonata.

Per questo motivo, quando la produttività cresce meno che nei Paesi concorrenti, il recupero della competitività tende inevitabilmente a trasferirsi sulle variabili interne. È qui che la svalutazione esterna lascia il posto alla svalutazione interna.

Ciò non significa necessariamente ridurre i salari nominali. Significa, più spesso, contenerne la crescita rispetto alla produttività, comprimere il costo del lavoro per unità di prodotto, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro oppure accettare periodi più lunghi di disoccupazione e bassa crescita dei redditi reali. Sono tutti modi diversi attraverso i quali un’economia cerca di recuperare competitività quando non dispone più dello strumento del cambio.

È questa la lezione più importante lasciata da Robert Mundell. Una moneta unica non elimina gli squilibri economici; elimina uno dei meccanismi attraverso cui essi venivano corretti. Se non vengono costruiti strumenti alternativi di riequilibrio – una maggiore integrazione fiscale, una più elevata mobilità del lavoro o una convergenza reale delle economie – il peso dell’aggiustamento tende inevitabilmente a ricadere sui singoli Stati.

Il dibattito italiano sui salari commette spesso un errore di prospettiva: considera le retribuzioni come una variabile indipendente, sulla quale è sufficiente intervenire con una legge o con un rinnovo contrattuale. In realtà, in un’economia aperta e, ancor più, in un’unione monetaria, i salari sono il risultato di un equilibrio tra produttività, investimenti, innovazione e competitività.

La vera questione, dunque, non è se i salari debbano crescere. Su questo esiste un consenso pressoché unanime. La vera sfida è creare le condizioni affinché possano aumentare in modo stabile senza compromettere la capacità del Paese di produrre ricchezza, investire e competere sui mercati internazionali.

Finché questa domanda resterà sullo sfondo, continueremo a discutere delle conseguenze, evitando di affrontarne le cause.

Per questo, nell’euro i salari faticano a crescere non perché lo imponga una norma o un trattato, ma perché un’unione monetaria fondata su un regime di cambi fissi irrevocabili trasferisce inevitabilmente una parte dell’aggiustamento macroeconomico all’interno delle economie nazionali. È questa, nel suo significato più profondo, la logica della svalutazione interna.

Antonio Maria Rinaldi

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