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Patto di Stabilità: vincolo o alibi?

Ogni volta che l’economia italiana entra in difficoltà, si ripete un copione ormai noto. I costi dell’energia salgono, famiglie e imprese vedono ridursi il proprio potere d’acquisto, la crescita rallenta, l’inflazione resta elevata e il Governo annuncia misure “compatibili con i conti pubblici”. Poi arriva il richiamo ai vincoli europei, ai parametri di bilancio, alla necessità di prudenza. Tradotto in linguaggio corrente: non ci sono i soldi.
Negli ultimi giorni il Governo ha ipotizzato l’attivazione delle clausole di salvaguardia del Patto di Stabilità, sostenendo la necessità di maggior flessibilità per affrontare l’emergenza energetica. La risposta di Bruxelles, tramite un portavoce della Commissione Europea, è stata rapida e fredda: non ci sarebbero le condizioni per attivarle.
A questo punto sorge una domanda inevitabile: il Patto di Stabilità è davvero un vincolo insormontabile, oppure rischia di diventare l’ennesimo alibi politico per non adottare politiche economiche espansive?
Il ritorno del “non si può fare”
Il meccanismo è collaudato. Davanti a una crisi reale si dichiara che servirebbero interventi forti, ma subito dopo si precisa che mancano gli spazi di bilancio. Si promettono aiuti temporanei, bonus selettivi, piccoli ritocchi fiscali, mentre si evita di affrontare il nodo centrale: sostenere in modo serio domanda interna, investimenti e competitività del sistema produttivo.
Nel frattempo, il caro energia continua a colpire tutta la filiera economica. Aumentano i costi di trasporto, produzione e distribuzione. Le imprese riducono margini o alzano i prezzi. Le famiglie comprimono i consumi. Il risultato è una miscela pericolosa: crescita debole e inflazione persistente. In una parola, stagflazione.
Ed è proprio in questi momenti che servirebbero politiche anticicliche, non prudenza ragionieristica.
Il Patto di Stabilità come scudo politico
Naturalmente le regole europee esistono e contano. Ma spesso vengono utilizzate in modo selettivo nel dibattito pubblico: quando si vuole giustificare l’inazione diventano invalicabili; quando conviene, improvvisamente si cercano eccezioni, deroghe, margini interpretativi. Perché per le armi si fa eccezione?
Il rischio è che il Patto di Stabilità diventi più uno scudo politico che un reale vincolo tecnico. Una formula utile per spiegare ai cittadini perché non si interviene abbastanza: non è colpa nostra, ce lo chiede l’Europa.
Ma se davvero il problema fosse solo normativo, allora ogni Paese dell’Unione reagirebbe allo stesso modo. In realtà alcuni Stati sostengono con maggiore decisione il proprio sistema produttivo, accettando anche di andare in produra d’infrazione, mentre altri sembrano rassegnati a gestire il declino.
Il costo dell’inerzia
Non intervenire ha un prezzo. E spesso è superiore al costo dell’intervento.
Quando un’impresa rallenta o chiude per l’aumento dei costi energetici, lo Stato perde gettito fiscale, occupazione e capacità produttiva. Quando una famiglia riduce drasticamente i consumi, cala la domanda interna. Quando un territorio si impoverisce, aumentano spesa sociale e tensioni economiche.
L’austerità non è mai gratuita. Ha costi differiti, meno visibili, ma molto reali.
Esiste un’alternativa?
Se il problema dichiarato è il vincolo di Maastricht, allora la domanda corretta è: esistono strumenti che consentano di sostenere l’economia senza peggiorare deficit e debito?
Una possibile risposta è contenuta nella Proposta di Legge per finanziare subito le emergenze senza debito, basata sull’utilizzo di Crediti d’Imposta Cedibili (CIC) attraverso la piattaforma SIRE (Sistema Integrato di Risparmio Erariale).
Nel Convegno alla Camera dei Deputati del 9 aprile 2026, la Proposta di Legge è stata illustrata e resa disponibile per tutte le forze politiche, anche del Governo, se non riesce ad ottenere la sospenzione del Patto di Stabilità e Crescita. Questo è il video trasmesso su Byoblu:
Infatti il principio è semplice: lo Stato può attivare immediatamente risorse a favore di cittadini e imprese tramite crediti fiscali trasferibili e utilizzabili in compensazione futura, senza emettere nuovo debito finanziario. Secondo il quadro statistico europeo richiamato nel Manuale del Deficit e del Debito Pubblico aggiornato nel 2022, strumenti di questo tipo, se correttamente strutturati, non incidono come debito pubblico e, in determinate condizioni, neppure sul deficit iniziale.
Tra l’altro il Governo Meloni sta già utilizzando lo strumento del credito d’imposta in molti settori (energia, agricoltura, transizione 5.0, terremotati, ecc…) ma non nella versione cedibile e senza scadenza, che sarebbe molto più utile per famiglie e imprese in difficoltà, che spesso hanno poca capienza fiscale.
In conclusione: si può intervenire oggi, senza attendere anni e senza invocare ogni volta l’ennesima deroga, dando un segnale chiaro di volontà di rimettere soldi in Tasca agli italiani.
Vincolo o scelta?
Alla fine la questione è politica, prima ancora che tecnica.
Il Patto di Stabilità è sicuramente un limite alle politiche economiche. Ma può anche diventare un comodo alibi per non cambiare nulla, per non innovare gli strumenti di politica fiscale di competenza esclusiva dello Stato e per continuare a ripetere ai cittadini che bisogna stringere la cinghia.
La vera domanda, quindi, non è se esistano margini di manovra. La vera domanda è se esista la volontà di usarli.
Perché spesso il problema non è che non ci sono i soldi.
Il problema è che non si vogliono usare strumenti nuovi per metterli in circolazione.
Fabio Conditi
Presidente dell’associazione Moneta Positiva
fondatore del Movimento culturale Un Mondo Positivo
https://unmondopositivo.it/







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