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Dombrovskis detta le condizioni: flessibilità solo se compatibile col Green Deal
L’Europa dice no agli aiuti per famiglie e imprese colpite dal caro energia. Bruxelles sacrifica l’economia reale e rischia di innescare una recessione senza precedenti pur di salvare l’agenda del Green Deal.

Cominciano ad arrivare le prime risposte della Commissione europea alla richiesta avanzata dal governo Meloni sull’attivazione delle clausole di flessibilità previste dall’articolo 26 del nuovo Patto di stabilità per fronteggiare il nuovo shock energetico legato alla crisi mediorientale. E le parole del commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis indicano chiaramente quale sarà l’impostazione di Bruxelles: margini limitati, interventi selettivi e nessuna deroga che possa rallentare l’agenda della transizione green.
Dietro il richiamo a “misure temporanee e mirate”, allo “spazio fiscale limitato” e alla necessità di “non sostenere la domanda di combustibili fossili” non c’è soltanto prudenza contabile. C’è una precisa scelta politica e ideologica. Ancora una volta la Commissione sembra intenzionata a subordinare qualunque flessibilità fiscale al rispetto delle priorità fissate centralmente da Bruxelles, in particolare quelle legate al Green Deal e alla decarbonizzazione.
Il problema è che la realtà economica sta andando in una direzione diversa rispetto alle costruzioni teoriche della governance europea. Lo shock energetico provocato dalle tensioni in Medio Oriente rischia di colpire nuovamente famiglie e imprese in una fase già caratterizzata da crescita debole, consumi stagnanti e produzione industriale in rallentamento. Basti ricordare quanto accaduto tra il 2022 e il 2023, quando l’impennata dei costi energetici provocò un forte deterioramento della competitività industriale europea, in particolare nei comparti energivori, contribuendo al rallentamento della manifattura tedesca e alla contrazione della produzione industriale in numerosi Paesi dell’Eurozona. In un contesto del genere, la funzione delle clausole di flessibilità dovrebbe essere evidente: consentire agli Stati di intervenire rapidamente con strumenti anticiclici per evitare una spirale recessiva.
La Commissione, invece, continua a ragionare secondo uno schema rigidamente tecnocratico, nel quale l’emergenza viene filtrata attraverso criteri politici predefiniti. Non si discute se sostenere o meno il potere d’acquisto delle famiglie o la sopravvivenza delle imprese energivore; si discute piuttosto se gli interventi siano compatibili con il percorso di transizione energetica delineato da Bruxelles. È esattamente questo il punto più critico della posizione espressa da Dombrovskis.
La transizione energetica richiede investimenti enormi, tempi lunghi, infrastrutture adeguate e una struttura industriale in grado di assorbire i costi della riconversione. Pensare di comprimere simultaneamente deficit pubblici, consumi energetici e capacità produttiva significa ignorare completamente le condizioni materiali necessarie per accompagnare il cambiamento. Senza crescita economica e senza stabilità sociale, la stessa transizione rischia di diventare economicamente insostenibile.
Nel frattempo, però, famiglie e imprese devono affrontare l’emergenza immediata. Le aziende energivore rischiano nuove compressioni dei margini, riduzioni della produzione e perdita di competitività internazionale. Le famiglie rischiano un ulteriore deterioramento del reddito reale attraverso l’aumento delle bollette e dei prezzi al consumo. Limitarsi a “misure mirate” significa, nella pratica, restringere gli interventi pubblici proprio nel momento in cui sarebbe necessario sostenere la domanda interna e impedire una contrazione dell’economia.
È qui che emerge la contraddizione più evidente della linea europea. Bruxelles continua a demonizzare qualunque misura generalizzata di sostegno ai consumi energetici, come se intervenire sui prezzi fosse automaticamente incompatibile con gli obiettivi climatici. Ma questa impostazione trascura completamente gli effetti macroeconomici di uno shock energetico prolungato. Se il crollo del potere d’acquisto e la contrazione della produzione industriale dovessero aggravarsi, le conseguenze su PIL, occupazione e conti pubblici sarebbero molto più pesanti dei costi immediati derivanti da misure temporanee di sostegno.
In realtà, l’articolo 26 del nuovo Patto di stabilità nasce proprio per consentire agli Stati membri di reagire a shock esogeni straordinari senza compromettere il tessuto economico e sociale. Interpretare tali margini in modo restrittivo significa svuotare la norma della sua funzione anticiclica e trasformare uno strumento di salvaguardia in un semplice esercizio formale di disciplina fiscale.
Il richiamo di Dombrovskis allo “spazio fiscale limitato” rappresenta inoltre un messaggio rivolto ai mercati finanziari. La Commissione vuole evitare qualunque percezione di allentamento generalizzato della governance fiscale europea e teme il ritorno di tensioni sui debiti sovrani. Tuttavia questa impostazione rischia di produrre un effetto opposto. Se l’economia europea dovesse entrare in una nuova fase recessiva a causa dell’insufficienza delle misure di sostegno, sarebbero proprio i conti pubblici a deteriorarsi ulteriormente attraverso il calo del gettito fiscale, l’aumento della spesa sociale e il peggioramento del rapporto debito/PIL.
Paradossalmente, l’eccesso di rigidità rischia quindi di alimentare proprio quell’instabilità finanziaria che Bruxelles dichiara di voler evitare. È la stessa logica prociclica che l’Europa ha già sperimentato in passato: si restringono i margini di intervento pubblico durante le fasi di rallentamento economico, aggravando inevitabilmente la crisi.
La verità è che la Commissione continua a sottovalutare la portata dello shock energetico e i suoi effetti moltiplicativi sull’intero sistema produttivo europeo. La priorità dovrebbe essere quella di proteggere immediatamente famiglie e imprese utilizzando senza ambiguità tutte le clausole di flessibilità disponibili. Continuare invece a subordinare ogni intervento all’ortodossia green significa non comprendere che nessuna transizione energetica potrà mai essere sostenibile se nel frattempo viene compromessa la base industriale e sociale dell’Europa stessa.
Se Bruxelles continuerà a considerare le emergenze economiche reali subordinate all’agenda ideologica della transizione verde, il rischio non sarà soltanto un rallentamento economico. Il rischio sarà una progressiva frattura politica e sociale tra le istituzioni europee e il sistema produttivo del continente.
L’Europa rischia così di trovarsi nella situazione più pericolosa: pretendere una transizione energetica accelerata mentre si indeboliscono simultaneamente industria, consumi e coesione sociale. E a quel punto non sarebbe in discussione soltanto il Green Deal, ma la stessa tenuta economica e politica dell’Unione Europea.
Antonio Maria Rinaldi







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