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L’idrogeno “Bianco” e la rivoluzione energetica sotterranea: verificato il meccanismo con cui la Terra potrebbe risolvere parte del problema energetico

Dimenticate i costosi impianti per l’idrogeno verde. Uno studio decennale in Canada dimostra che la crosta terrestre produce gas naturale pulito in quantità industriali. Ecco i numeri e l’impatto sui costi dell’energia.

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Mentre il dibattito pubblico e le agende politiche si logorano attorno ai costi esorbitanti dell’idrogeno “verde” (prodotto con rinnovabili) e alle complessità strutturali di quello “blu” (da gas naturale con cattura della CO2), una scoperta geologica rischia di sparigliare le carte. La soluzione al rebus energetico potrebbe non piovere dal cielo, ma sgorgare direttamente dal sottosuolo.

Uno studio decennale condotto dalla geochimica Barbara Sherwood Lollar e dal ricercatore Oliver Warr (pubblicato su PNAS), basato su rilevazioni empiriche in una miniera del Precambriano in Canada, ha confermato ciò che fino a poco tempo fa era solo un’ipotesi teorica: la crosta terrestre produce e immagazzina idrogeno naturale (noto come idrogeno “bianco” o “oro”) in quantità e con flussi tali da risultare economicamente sfruttabili.

Non si tratta di modelli matematici, ma di misurazioni fisiche sul campo in una miniera con rocce che risalgono a un periodo precedente all’apparizione dei vertebrati.

La scoperta: come la roccia genera energia

Il processo è affascinante nella sua semplicità geologica. L’idrogeno naturale si forma principalmente attraverso due meccanismi sotterranei continui:

  • La radiolisi: le naturali e debolissime radiazioni delle rocce scindono le molecole d’acqua presenti in profondità, liberando idrogeno.
  • La serpentinizzazione: l’acqua reagisce chimicamente con minerali ricchi di ferro (come l’olivina) ad alte temperature, ossidando il minerale e rilasciando gas idrogeno.

Fino ad oggi si pensava che questo gas si disperdesse rapidamente. I dati canadesi, raccolti nell’arco di oltre dieci anni, dimostrano invece che i serbatoi geologici non solo lo trattengono, ma garantiscono tassi di emissione costanti. quindi un fenomeno già noto teoricamente ha trovato il suo riscontro nella pratica della ricerca, aprendo la strada a possibili utilizzi industriali.

I numeri del giacimento scoperto

Quanto idrogeno può essere contenuto ed estratto? Le cifre registrate nel sito di studio parlano chiaro:

Parametro RilevatoDato Empirico (Sito canadese)
Emissione annua misurata> 140 tonnellate di Idrogeno
Energia potenziale generata~ 4,7 milioni di kWh all’anno (teorici) , cioè 4,7 Gwh
Stabilità del flussoMonitoraggio confermato da 1 a > 10 anni
Potenziale globale> 70% della crosta continentale terrestre

Una singola localizzazione mineraria, senza infrastrutture di sintesi mastodontiche, può dunque fornire energia sufficiente per alimentare le proprie operazioni o una comunità limitrofa.

Olivina – illustrativa

Un fenomeno da studiare che potrebbe cambiare l’economia

Se oltre il 70% della crosta continentale possiede questo potenziale, le implicazioni per la politica industriale sono dirompenti. Il modello attuale della transizione energetica prevede la produzione di idrogeno in hub centralizzati (magari nel Nord Africa) e il suo trasporto tramite navi o gasdotti costosissimi fino ai centri industriali europei. Un incubo logistico ed economico che brucia capitali.

La scoperta dell’idrogeno naturale suggerisce un approccio radicalmente diverso:

  • Decentramento industriale: Le industrie energivore (acciaierie, chimica, cementifici) potrebbero localizzarsi direttamente sopra le zone di faglia o gli scudi continentali produttivi, abbattendo i costi di trasporto dell’energia. Si tratterebbe solo di trovare le aree di maggior accumuo d’idrogeno bianco.
  • Costi di estrazione: A differenza dell’idrogeno verde, che richiede immensi investimenti in pannelli solari ed elettrolizzatori, l’idrogeno bianco va “solo” trivellato e captato, similmente al gas naturale, con costi stimati per chilo drasticamente inferiori.
  • Sicurezza energetica e rilancio della domanda: Lo sviluppo di tecnologie di esplorazione e captazione dell’idrogeno naturale aprirebbe un nuovo settore ingegneristico e manifatturiero. Gli Stati potrebbero investire in infrastrutture geologiche locali, trattenendo la ricchezza sul territorio, stimolando l’occupazione ad alto valore aggiunto e sostenendo la domanda aggregata interna, invece di dipendere da catene di approvvigionamento estere.

Quindi gli studi, soprattutto geologici, dovrebbero concentrarsi in questa direzione: come identificare ed estrarre una risorsa naturale abbondante, a basso costo, per alimentare la propria struttura produttiva. Resta da capire se l’Europa, e l’Italia in particolare, avranno la lungimiranza di mappare il proprio sottosuolo prima che lo facciano altri, oppure rincorreranno sogni, illusioni ed errori.

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