Economia
Le analisi sul nostro paese di Istat ed Ue, non tengono in dovuto conto dei buoni fondamentali dell’Italia

Ieri la presentazione del rapporto Istat alla camera, alla presenza del presidente della repubblica Sergio Mattarella, e le previsioni Ue sulla crescita hanno scatenato una ridda di allarmi da parte delle opposizioni e dei media ad essere compiacenti. Ma leggendo bene nelle pieghe della due analisi, gli allarmismi, un pò come la notizia della morte di Mark Twain, appaiono fortemente esagerate.
L’istat ha certamente registrato dei dati negativi sul fronte demografico, che rappresenta un pò la zavorra della crescita rapportato per esempio alla situazione spagnolo, dove invece si registra un aumento demografico consistente, che è il traino principale degli alti tassi di crescita del paese iberico. Piu popolazione come è evidente trascinano i consumi e le entrate per lo Stato ( anche se sulla crescita economica spagnola influisce negativamente un produttività ancora troppo bassa). Ma comunque, come fa notare giustamente il centro studi di Confcommercio, l’economia italiana resiste agli shock e cresce più della Germania, ma fatica a fare un cambio di passo come quello compiuto dalla Spagna, e il caro energia e le pressioni inflazionistiche pesano sulle prospettive di crescita. L’Istat fotografa un Paese che sconta ancora “criticità strutturali” legate alla debolezza della produttività e “ai ritardi” negli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sostenibilità.
Lo scenario per l’Italia, spiega l’Istituto di statistica, “resta caratterizzato dalla prevalenza di rischi al ribasso, ma le stime più recenti dei principali previsori italiani e internazionali indicano comunque il mantenimento di un ritmo di crescita simile a quello osservato nel 2025”. Nel 2025 il Pil è aumentato in termini reali dello 0,5 per cento, dopo lo 0,8 per cento del 2024. La crescita è stata sostenuta dalla domanda nazionale (+1,5 punti percentuali), trainata dai consumi delle famiglie (+1 per cento) e dalla ripresa degli investimenti fissi lordi (+3,5 per cento, dopo il -3,1 dell’anno precedente). La domanda estera netta ha invece sottratto 0,7 punti alla crescita, per effetto di un aumento delle importazioni in volume (+3,6 per cento) superiore a quello delle esportazioni (+1,2 per cento).
Nel 2025, il confronto con le altre maggiori economie europee evidenzia per l’Italia “una performance economica inferiore alla Francia (+0,9%) e soprattutto alla Spagna (+2,8%), ma superiore a quella della Germania (+0,2%)”. I servizi e le costruzioni, sostenute dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), “hanno trainato l’attività, mentre la manifattura ha continuato a mostrare segnali di debolezza”. All’interno del comparto industriale, “la tenuta dei settori ad alta tecnologia contrasta con la flessione dei comparti tradizionali e di quelli a maggiore intensità energetica, più vulnerabili agli shock sui costi”. Il mercato del lavoro, secondo l’Istituto, “ha proseguito la fase di espansione, caratterizzata da un aumento dell’occupazione stabile e da una riduzione della disoccupazione, pur permanendo un ritardo nel tasso di occupazione rispetto alla media europea”. Sul fronte dei prezzi, infine, il processo di stabilizzazione dell’inflazione, che risultava consolidato nel 2025, “è messo a rischio dalle nuove pressioni al rialzo sulle quotazioni delle materie prime energetiche, che potrebbero incidere negativamente sul potere d’acquisto e sull’attività economica”. scrive Confcommercio.
E sulla famosa fuga dei cervelli che permane l’istituto di ricerca sottolinea come la perdita di giovani laureati italiani e largamente compensata dall’arrivo di laureati stranieri, che mantengono il saldo positivo di circa 3000 unità. Su questo dato influiscono sia alcune politiche di lavoro attive varate dal governo e sia il decreto flussi che prevede l’ingresso per i prossimi tre anni di 500.000 immigrati.
Per quanto riguarda invece le previsioni della Ue, si registra certamente il dato negativo della revisione al ribasso della crescita allo 0,5%, soprattutto a causa delle tensioni in medioriente e del conseguente aumento del costo di energia e carburanti. Ma allo stesso tempo il quadro appare molto meno fosco di quanto si voglia far credere. Come fa notare in questo il centro studi Unimpresa, i dati europei non tengono in conto il crollo dello spread, che dai 220 punti del 2022 è sceso ai 70 attuali.
“Un differenziale di tale entità equivale, in termini di minori oneri sul servizio del debito pubblico, a circa 15 miliardi di euro l’anno: una cifra paragonabile a un’intera manovra finanziaria. Non meno significativo il fatto che i titoli di Stato italiani rendano attualmente meno di quelli francesi: un’inversione strutturale rispetto al passato, che misura la diversa percezione del rischio-Paese sui mercati internazionali. Il quadro dei credit default swap sull’Italia conferma la tendenza: i livelli sono contenuti, coerenti con un profilo di rischio percepito come gestibile dagli investitori istituzionali.” si legge in un report di Unimpresa.
A tutto ciò, come fa notare sul Messaggero Marco Fortis, bisogna aggiungere che l’Italia, insieme a Spagna e Olanda è l’unico paese europeo in cui il deficit rimane al 3% e dal prossimo anno scenderà sotto a questo livello. La Germania è al 3,7%, la Francia al 5,7%, Mentre gli Usa sono oltre l’8%. Inoltre il nostro paese cresce malgrado il calo demografico, grazie alla crescita record degli occupati. Il tasso di disoccupazione è al 5,7%, mentre in Francia è al 8,3% e in Spagna addirittura al 9,9%. L’Italia avrà poi una bilancia commerciale sul Pil attiva dell’1,6%, contro il saldo negativo di Francia (-1,9%) Spagna (- 4,6%) e Gran Bretagna ( -8,5%).
Insomma senza il fardello del debito pubblico creato negli ultimi cinquant’anni ed esploso grazie al superbonus di Conte, l’Italia sarebbe in ben altra posizione e tutti questi allarmismi non avrebbero alcuna ragione di esistere









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