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Altro che fondi europei: siamo noi a mantenere Bruxelles. La denuncia di Bagnai

L’Italia versa all’UE miliardi ogni anno, ma il PNRR viene raccontato come un regalo. I numeri della Corte dei Conti smontano l’illusione: ecco perché, tra nuove tasse e regole asimmetriche, a pagare i burocrati di Bruxelles sono sempre le imprese e i cittadini italiani.

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«L’Italia paga anche lo stipendio di Dombrovskis». La dichiarazione di Alberto Bagnai, pronunciata durante una recente intervista televisiva, potrà sembrare provocatoria, ma sul piano sostanziale è difficilmente contestabile. L’Unione Europea non dispone infatti di una reale autonomia fiscale o di un proprio bilancio sovrano indipendente dagli Stati membri. Tutte le risorse con cui Bruxelles finanzia la propria struttura amministrativa, gli stipendi dei commissari europei, i programmi comunitari e i fondi europei provengono dai contributi degli Stati oppure da nuove imposizioni fiscali che ricadono comunque su cittadini e imprese europee.

In altre parole: i soldi dell’Europa sono soldi degli Stati. E nel caso italiano il dato centrale è uno soltanto: da decenni l’Italia versa all’Unione Europea più di quanto riceva.

La stessa Corte dei Conti conferma che l’Italia è storicamente un “contributore netto” del bilancio europeo. Nel periodo 2013-2019 il saldo cumulato negativo italiano è stato superiore a 36 miliardi di euro, pari a circa 5,2 miliardi annui. Anche i dati più recenti confermano la struttura del problema: secondo la relazione sui rapporti finanziari Italia-UE, nel 2024 i versamenti italiani al bilancio europeo sono stati pari a 15,7 miliardi di euro.

Questo significa una cosa molto semplice: l’Italia contribuisce strutturalmente al mantenimento dell’apparato europeo più di quanto ne benefici direttamente. E quindi sì, in termini economici e contabili, anche gli stipendi della burocrazia comunitaria vengono pagati pure dai contribuenti italiani.

Il nodo vero, però, non è soltanto finanziario. È politico. Nel dibattito pubblico italiano i fondi europei vengono spesso rappresentati come una sorta di concessione generosa di Bruxelles verso un Paese fragile o bisognoso. È accaduto perfino con il PNRR, descritto mediaticamente quasi come un “regalo” dell’Europa all’Italia. Ma questa narrazione omette sistematicamente un elemento decisivo: l’Italia è già uno dei principali finanziatori dell’Unione Europea ed è stabilmente tra i primi contributori netti dell’intero sistema comunitario.

E non deve trarre in inganno nemmeno il programma Next Generation EU collegato al PNRR. Anche in quel caso non esistono risorse realmente gratuite. La Commissione europea, infatti, per finanziare il Next Generation EU ha dovuto indebitarsi emettendo titoli europei sui mercati finanziari. Ma quei debiti dovranno essere integralmente rimborsati negli anni futuri.

La parte erogata sotto forma di prestiti sarà restituita direttamente dagli Stati beneficiari. Ma anche la quota definita impropriamente “a fondo perduto” dovrà essere rimborsata attraverso l’aumento dei contributi nazionali al bilancio UE oppure tramite nuove imposte europee. Non a caso, negli ultimi anni Bruxelles ha già iniziato a discutere nuove “risorse proprie” europee: plastic tax, ETS, tassazione digitale, meccanismi ambientali e altri strumenti fiscali destinati proprio a finanziare il debito comune europeo.

In sostanza, anche il cosiddetto “fondo perduto” verrà comunque pagato dai cittadini e dalle imprese europee. E poiché l’Italia continua a essere un contributore netto strutturale, una parte rilevante di quei rimborsi ricadrà inevitabilmente ancora una volta sui contribuenti italiani.

Il problema strutturale, però, resta immutato. Ed è qui che emerge la grande questione dell’asimmetria. L’intero impianto normativo europeo si fonda su una gigantesca e distorsiva asimmetria tra economie profondamente diverse. Le regole vengono costruite secondo una logica uniforme, “omnibus”, valida indistintamente per tutti gli Stati membri, ignorando però le enormi differenze strutturali esistenti tra le economie nazionali.

Germania, Italia, Paesi Bassi, Grecia o Finlandia non hanno la stessa struttura produttiva, lo stesso peso industriale, lo stesso livello di debito, la stessa composizione energetica o la stessa capacità fiscale. Eppure Bruxelles pretende di applicare parametri identici come se le condizioni di partenza fossero equivalenti.

Questa è la vera contraddizione dell’Unione Europea: si impongono regole formalmente simmetriche all’interno di un sistema economicamente e finanziariamente profondamente asimmetrico.

L’Italia possiede una grande economia manifatturiera, energivora e fortemente basata sulle piccole e medie imprese. La Germania dispone invece di surplus commerciali strutturali, maggiore spazio fiscale e capacità enormemente superiori di sostegno pubblico all’economia. Ma le regole europee continuano a essere applicate in modo uniforme, producendo inevitabilmente effetti squilibrati.

Il risultato è che le normative europee finiscono spesso per accentuare le divergenze invece di ridurle. Lo si vede chiaramente anche nella vicenda della clausola di salvaguardia prevista dall’articolo 26 del Patto di Stabilità e Crescita. In presenza di un’emergenza energetica conclamata, esisterebbero tutti i presupposti per consentire all’Italia di liberare risorse straordinarie fuori dal computo del deficit. Tuttavia, la decisione finale rimane subordinata al giudizio discrezionale della Commissione europea.

Ed è qui che emerge inevitabilmente la domanda politica di fondo: è normale che uno Stato che versa sistematicamente più risorse di quante ne riceva debba continuamente chiedere autorizzazioni per tutelare i propri interessi strategici?

Perché questo è il punto che il dibattito pubblico evita accuratamente di affrontare. L’Italia non è mantenuta dall’Europa. Al contrario, è uno dei pilastri finanziari dell’intero sistema comunitario. Eppure continua a trovarsi nella posizione di dover negoziare margini di flessibilità, deroghe e autorizzazioni persino in presenza di emergenze evidenti.

La frase di Bagnai, quindi, non è soltanto una provocazione politica. È la sintesi brutale di una realtà molto più profonda: l’Italia finanzia un sistema che troppo spesso limita la sua stessa capacità di decidere autonomamente come utilizzare le proprie risorse.

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