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L’Europa si è suicidata con energia cara e fanatismo green

L’Europa rischia il collasso industriale: tra Green Deal ideologico e costi energetici record, il modello economico dell’UE è al bivio. Ecco perché la transizione ecologica rischia di trasformarsi in un suicidio economico.

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L’Europa rischia di compiere il più clamoroso suicidio economico della sua storia moderna: distruggere la propria base industriale nel nome di una transizione ecologica gestita con approccio ideologico, burocratico e completamente scollegato dalla sostenibilità economica reale.

Per anni Bruxelles ha raccontato ai cittadini europei che il Green Deal avrebbe prodotto crescita, innovazione, benessere e nuova occupazione. La realtà che emerge oggi è invece assai diversa: industria in difficoltà, competitività in caduta libera, famiglie impoverite e costi energetici ormai incompatibili con la sopravvivenza di interi comparti produttivi.

I numeri, del resto, parlano con brutale chiarezza. Oggi il costo dell’energia per le imprese europee resta stabilmente superiore rispetto a quello americano, mentre l’Unione Europea rappresenta ormai meno del 7% delle emissioni globali. Questo significa che il continente europeo sta imponendo sacrifici economici enormi a famiglie e imprese senza avere la forza di modificare in maniera significativa gli equilibri ambientali mondiali.

Negli ultimi anni il prezzo del gas e dell’elettricità in Europa è diventato strutturalmente insostenibile per molte imprese energivore. Non è un caso che numerosi gruppi industriali abbiano progressivamente spostato investimenti e capacità produttiva verso economie dove energia, fiscalità e regolamentazione risultano infinitamente più favorevoli.

Gli Stati Uniti difendono la propria industria con massicci incentivi pubblici e abbondanza energetica. La Cina continua a sostenere la crescita industriale senza rinunciare alle proprie fonti strategiche. L’Europa, invece, sembra convinta che la competitività possa essere sostituita da regolamenti, vincoli e dichiarazioni di principio.

Per anni le imprese europee hanno cercato di compensare il crescente costo dell’energia comprimendo l’unica variabile ancora controllabile: il costo del lavoro. È stata questa, in larga misura, la vera “svalutazione competitiva” dell’Eurozona. Salari reali sotto pressione, precarizzazione crescente e progressiva erosione del potere d’acquisto hanno rappresentato il prezzo silenzioso pagato dai lavoratori europei per tentare di mantenere in vita un sistema produttivo sempre più schiacciato dai costi energetici e dalla concorrenza globale.

Ma anche questa leva ormai è arrivata al limite. Non si può continuare indefinitamente a chiedere sacrifici salariali a famiglie già colpite da inflazione, mutui più onerosi e pressione fiscale crescente. Quando energia, credito e regolamentazione diventano simultaneamente fattori penalizzanti, la competitività industriale semplicemente scompare.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo. La produzione industriale tedesca — storico motore manifatturiero europeo — continua a mostrare segnali di forte rallentamento, mentre interi comparti industriali denunciano un progressivo deterioramento della capacità competitiva rispetto ai concorrenti americani e asiatici.

La retorica ufficiale continua tuttavia a parlare di “transizione ecologica” come se si trattasse di un processo privo di costi economici e sociali. Ma una trasformazione energetica imposta con tempi politici anziché industriali rischia inevitabilmente di produrre effetti recessivi.

Il punto centrale è che a Bruxelles sembra prevalere una visione dominata da dogmi ambientali sempre più scollegati dalla concreta sostenibilità economica del sistema produttivo europeo. Non si tratta di negare la tutela ambientale o la necessità di innovazione tecnologica. Il problema nasce quando l’ideologia sostituisce il realismo economico e quando obiettivi teoricamente condivisibili vengono perseguiti ignorando sistematicamente le conseguenze concrete su imprese, occupazione e potere d’acquisto delle famiglie.

L’inflazione che ha colpito l’Eurozona negli ultimi anni è stata alimentata in larga misura proprio dai costi energetici. Eppure la risposta della BCE è consistita prevalentemente nell’aumento dei tassi d’interesse. Una medicina che forse comprime la domanda interna, ma che non produce un solo metro cubo di gas in più né riduce il costo dell’energia importata.

Il risultato è una miscela estremamente pericolosa: crescita debole, investimenti in frenata, consumi sotto pressione e costi ancora elevati. In altre parole, il rischio concreto della stagflazione.

Nel frattempo il Green Deal europeo continua a scaricare costi enormi su imprese e cittadini. Dalle restrizioni sul settore automobilistico alle nuove imposizioni sugli edifici, fino all’espansione del sistema ETS, tutto sembra orientato ad aumentare il peso fiscale e regolatorio sull’economia reale.

Il paradosso è evidente. L’Europa produce una quota relativamente modesta delle emissioni globali, mentre Cina, India e molte economie emergenti continuano ad aumentare il ricorso a carbone e combustibili fossili per sostenere la propria crescita industriale.

In pratica, il rischio concreto è che l’Europa distrugga la propria industria senza modificare in modo significativo gli equilibri ambientali globali. Non è ambientalismo. È autolesionismo economico.

Nel frattempo famiglie e imprese pagano il conto: bollette elevate, carburanti più costosi, credito più oneroso e pressione fiscale crescente stanno progressivamente erodendo il potere d’acquisto della classe media europea.

Gli Stati Uniti producono energia. La Cina controlla le materie prime strategiche. L’Europa produce regolamenti. E quando la politica economica smette di confrontarsi con la realtà produttiva, il declino industriale diventa inevitabile.

Senza energia competitiva non esiste industria forte. Senza industria forte non esiste crescita stabile. E senza crescita aumentano inevitabilmente debito, tensioni sociali e fragilità politica.

L’Europa avrebbe avuto bisogno di pragmatismo, gradualità e realismo strategico. Ha invece scelto scorciatoie ideologiche che rischiano di compromettere definitivamente il proprio ruolo economico globale. La domanda ormai non è più se il modello europeo stia entrando in crisi. La vera domanda è quanto a lungo cittadini e imprese saranno ancora disposti a pagarne il prezzo.

Le grandi civiltà economiche non declinano soltanto per le crisi esterne. Talvolta si indeboliscono perché le proprie classi dirigenti smarriscono il confine tra idealismo e realtà. Ed è esattamente il rischio che oggi corre l’Europa.

Antonio Maria Rinaldi
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