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Caccia di sesta generazione: l’asse franco-tedesco scricchiola. Airbus guarda alla svedese Saab per salvare il progetto europeo
Il progetto europeo per il caccia del futuro rischia il blocco. Airbus pensa a un’alleanza a sorpresa con la svedese Saab per aggirare i veti della Francia e sfidare gli USA.

L’industria della difesa europea assomiglia sempre più a un intricato dramma teatrale, dove i protagonisti faticano a trovare un accordo sul copione. Al centro della scena c’è il Future Combat Air System (FCAS), il faraonico progetto franco-tedesco-spagnolo (con l’aggiunta del Belgio e della Spagna) per il caccia di sesta generazione. Un programma che, tra ritardi e veti incrociati, rischia di impantanarsi. Ma ora, un nuovo colpo di scena rimescola le carte: Airbus sembra pronta a cercare alternative a Nord, puntando gli occhi sulla Svezia e sulle competenze innegabili di Saab.
L’indiscrezione non nasce da chiacchiere di corridoio, ma da una precisa mossa strategica. L’idea di un asse alternativo o complementare è stata avanzata direttamente da Michael Schoellhorn, CEO di Airbus Defense and Space. L’occasione è stata un’intervista esclusiva rilasciata al giornalista e analista Johan Wendel, pubblicata sulle pagine dell’autorevole quotidiano finanziario svedese Dagens Industri e ripreso da TWZ.
A margine dell’Airbus Defense Summit di Manching, Schoellhorn non ha usato mezzi termini, ammettendo che il programma FCAS, nella sua veste attuale, naviga in cattive acque a causa delle ben note divergenze, soprattutto con la Francia. Da tempo, infatti, le frizioni tra Parigi e Berlino sono evidenti. Da un lato c’è l’Eliseo, con Dassault (il cui CEO, Éric Trappier, ha recentemente minacciato di dichiarare “morto” il progetto senza la cooperazione alle proprie condizioni); dall’altro c’è la Germania, sempre più insofferente verso le pretese francesi di leadership e controllo tecnologico assoluto.
In questo braccio di ferro industriale, che ha pesanti ricadute sugli investimenti statali e sullo sviluppo tecnologico del continente, la Svezia emerge come una formidabile scialuppa di salvataggio. Le discussioni tra Airbus e i governi svedese e tedesco sarebbero già in corso, definite da Schoellhorn come “produttive ma confidenziali”.
Le conseguenze di un potenziale accordo Airbus-Saab
Le dichiarazioni di Schoellhorn a Dagens Industri aprono scenari industriali ed economici di vasta portata, che possiamo riassumere in alcuni punti chiave:
- Ristrutturazione del FCAS: L’ingresso di Saab potrebbe portare a una revisione totale del programma, ipotizzando addirittura lo sviluppo di due aerei distinti all’interno della stessa cornice europea, ridimensionando di fatto il monopolio di Dassault.
- Contenimento dell’egemonia USA: L’obiettivo industriale primario, sottolineato dal CEO di Airbus, è evitare che l’Europa, arrivata in ritardo sulla quinta generazione (ormai dominata dall’F-35 americano), finisca per dipendere dagli Stati Uniti anche per la sesta, magari dovendo acquistare versioni depotenziate del futuro F-47 statunitense.
- Accelerazione sui droni gregari (CCA): Mentre i progetti con pilota a bordo ristagnano, lo sviluppo dei Collaborative Combat Aircraft (CCA) procede spedito. Un asse Airbus-Saab potrebbe accelerare lo sviluppo di ecosistemi integrati, con droni come il Wingman di Airbus, garantendo all’industria europea di non perdere il treno dell’innovazione tecnologica.
- Il mercato degli aerei radar (AEW&C): L’accordo non si limiterebbe ai caccia. Airbus sta valutando di integrare i sistemi radar avanzati svedesi (il GlobalEye di Saab) sui propri velivoli commerciali modificati (come gli A320), sfidando apertamente l’egemonia della statunitense Boeing, alle prese con i ritardi del suo E-7 Wedgetail.
Saab Globaleye
Il fattore tempo e il nodo industriale
L’urgenza economica è palese. “Se vogliamo avere qualcosa che possa essere definito di sesta generazione e che sia in volo prima degli anni 2040, dobbiamo agire ora”, ha avvertito Schoellhorn. L’alternativa all’inazione è il collasso della base industriale aerospaziale europea. Le sue parole lasciano trasparire una scarsa fiducia nella capacità di raggiungere un accordo definitivo con Dassault.
Un mancato accordo significherebbe disperdere miliardi di investimenti statali e migliaia di posti di lavoro altamente qualificati, essenziali per la sovranità tecnologica del continente. Se la politica non scioglierà l’impasse entro la fine dell’anno, l’industria (Airbus in primis) si muoverà per vie autonome. E la Svezia, da sempre capace di sfornare caccia eccellenti con budget razionali, sembra il partner perfetto per riportare il pragmatismo dove, finora, ha prevalso lo sciovinismo. Nello stesso tempo la Svezia attualmente opera dei buoni caccia leggeri, macchine robuste, ma lontane dalla sofisticazione di un caccia di sesta generazione. Sarà questa la strada giusta?








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