Seguici su

EconomiaEuropaOpinioniPolitica

Le regole europee funzionano soltanto quando non si applicano

L’economia europea è a un bivio drammatico: mentre l’Italia resta ingabbiata nei decimali, Francia e Germania salvano le proprie industrie ignorando le regole fiscali di Bruxelles. Ecco perché i Trattati funzionano solo quando vengono sospesi.

Pubblicato

il

Per comprendere davvero come funzioni oggi l’Unione Europea bisogna partire da una constatazione sempre più evidente: esistono ormai due Europe profondamente diverse.
La prima è quella raccontata nei vertici ufficiali, nei documenti della Commissione e nelle dichiarazioni solenni sul rigore fiscale, sulla disciplina di bilancio e sull’intangibilità dei Trattati.
La seconda è quella reale, praticata quotidianamente dai governi nazionali, soprattutto dai più forti, che quando gli interessi strategici diventano vitali aggirano quei vincoli, li reinterpretano o semplicemente li sospendono.

Ed è proprio questa distanza tra teoria e realtà ad aver impedito all’economia europea di precipitare in una crisi ancora più grave negli ultimi anni.

Perché se le regole europee fossero state applicate rigidamente durante la pandemia, la crisi energetica e la successiva fase inflazionistica, buona parte dell’economia continentale sarebbe entrata in una recessione profonda.

I numeri parlano con chiarezza. La Francia registra da anni un deficit pubblico stabilmente superiore ai parametri fissati dai Trattati europei: 5,5% del Pil nel 2023, 5,8% nel 2024 e prospettive ancora oltre il limite del 3% anche nei prossimi esercizi. Eppure Parigi continua a sostenere consumi, welfare, apparato industriale e domanda interna senza subire conseguenze realmente proporzionate alla violazione sistematica delle regole comunitarie.

In teoria il Patto di stabilità avrebbe dovuto imporre correzioni drastiche. In pratica, quando un grande Paese ritiene che il proprio equilibrio economico e sociale venga prima dei parametri europei, quei parametri diventano improvvisamente elastici.

Ancora più emblematico è il caso della Germania. Per oltre vent’anni Berlino ha rappresentato il centro ideologico dell’austerità europea, imponendo all’intera eurozona il paradigma del rigore fiscale come principio quasi assoluto. Ma nel momento in cui la crisi energetica ha iniziato a minacciare la competitività industriale tedesca, il dogma è stato rapidamente accantonato.

Il governo federale ha mobilitato circa 200 miliardi di euro attraverso fondi straordinari e strumenti extra-bilancio destinati a sostenere energia e imprese. Un intervento gigantesco, difficilmente conciliabile con l’ortodossia fiscale che la stessa Germania aveva imposto al resto d’Europa.

Ma il punto centrale non è soltanto quantitativo. È politico, culturale e geopolitico. La Germania ha compreso ciò che ormai tutte le grandi potenze economiche considerano evidente: nel nuovo scenario globale nessun Paese può permettersi di sacrificare industria, energia, tecnologia e crescita in nome di automatismi contabili.

Ed è esattamente ciò che fanno gli Stati Uniti, che attraverso l’Inflation Reduction Act stanno utilizzando enormi risorse pubbliche per attrarre investimenti strategici. È ciò che la Cina pratica da decenni attraverso una pianificazione fortemente orientata all’intervento statale. È ciò che fanno l’India, il Giappone e perfino molte economie emergenti, tutte concentrate sulla difesa delle proprie filiere industriali, energetiche e tecnologiche.

In realtà, i grandi Paesi europei stanno progressivamente facendo la stessa cosa: utilizzare lo Stato, il bilancio pubblico e la politica industriale come strumenti di competizione economica e geopolitica.

E più si avvicinano a quel modello economico — apertamente in contrapposizione all’impianto teorico delineato dai Trattati europei — più ottengono risultati in termini di crescita, competitività industriale, stabilità sociale e protezione strategica delle proprie economie.

Da qui nasce una riflessione inevitabile. Se dopo quasi quarant’anni dall’Atto unico europeo, oltre trent’anni dal Trattato di Maastricht e quasi due decenni dal Trattato di Lisbona i principali Paesi dell’Unione ottengono risultati migliori proprio quando derogano, reinterpretano o sospendono quelle regole, allora forse il problema non è il comportamento degli Stati, ma l’impianto teorico stesso su cui è stata costruita l’Europa economica e monetaria.

Perché Maastricht e Lisbona non hanno semplicemente introdotto regole tecniche di coordinamento fiscale: hanno codificato una precisa visione economica fondata sulla centralità del rigore di bilancio, sulla limitazione dell’intervento pubblico e sulla subordinazione della politica economica agli automatismi contabili.

Ma il mondo che emerge oggi — dagli Stati Uniti alla Cina, dall’India al Giappone — si muove ormai in direzione opposta: più politica industriale, più protezione strategica, più intervento pubblico, più sovranità economica.

E quando perfino i principali Paesi europei iniziano ad allontanarsi nei fatti dall’impianto teorico dei Trattati, forse è arrivato il momento di interrogarsi seriamente sulla necessità di una loro profonda revisione.

Perché un sistema che necessita continuamente di eccezioni e deroghe per evitare stagnazione, crisi industriali e tensioni sociali finisce inevitabilmente per mettere in discussione la validità delle proprie fondamenta teoriche.

E infatti la realtà degli ultimi vent’anni ha progressivamente smentito molte delle promesse originarie dell’architettura europea.

L’eurozona avrebbe dovuto produrre convergenza economica tra gli Stati membri.
Ha invece accentuato molte divergenze strutturali.

Avrebbe dovuto rafforzare competitività e crescita. Ma l’Europa cresce sistematicamente meno degli Stati Uniti. Avrebbe dovuto consolidare il peso industriale del continente. E invece l’industria europea perde quote globali, mentre aumenta la dipendenza energetica e tecnologica dall’esterno.

Avrebbe dovuto garantire stabilità economica duratura. E invece ogni crisi costringe Bruxelles a sospendere quelle stesse regole che teoricamente avrebbero dovuto garantirla.

In altre parole, il mondo reale si sta muovendo nella direzione opposta rispetto all’impianto originario sul quale è stata costruita l’Unione Europea.

Ed è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che gli Stati europei hanno iniziato, quasi silenziosamente, a fare ciò che Bruxelles aveva scoraggiato per decenni: più spesa pubblica, più sostegno alle imprese, più interventi energetici, più protezione industriale, più politica economica nazionale. Vale a dire l’esatto contrario dell’impostazione costruita attorno al Patto di stabilità.

Perfino la Commissione europea, che per anni aveva demonizzato gli aiuti di Stato, oggi autorizza deroghe sempre più ampie per energia, difesa, semiconduttori, transizione ecologica e politica industriale. Persino il concetto di “autonomia strategica europea”, oggi continuamente evocato a Bruxelles, sarebbe stato considerato quasi incompatibile con i dogmi liberisti sui quali era stata costruita l’architettura originaria dell’Unione.

Naturalmente Bruxelles non può ammettere apertamente questa trasformazione. Sarebbe troppo destabilizzante riconoscere che il sistema europeo sopravvive proprio grazie alla continua sospensione delle regole che ufficialmente proclama intoccabili.

E allora continua la liturgia delle procedure d’infrazione, dei richiami formali, delle raccomandazioni tecniche e delle dichiarazioni rituali sul rigore fiscale. Ma nel frattempo i grandi Paesi europei fanno esattamente ciò che ritengono necessario per difendere i propri interessi strategici.

La vera divisione europea, ormai, non è più tra Paesi “virtuosi” e Paesi “indisciplinati”. È tra Stati che utilizzano l’Europa come strumento dei propri interessi nazionali e Stati che continuano invece a subordinare i propri interessi nazionali all’ideologia europea.

Ed è qui che emerge il nodo italiano. L’Italia continua troppo spesso a interpretare i vincoli europei come obblighi quasi morali, mentre molti partner li considerano semplicemente limiti politici negoziabili. Roma discute ossessivamente di decimali di deficit e compatibilità contabili; altrove ci si concentra soprattutto sulla difesa dell’industria, dell’energia, dell’occupazione e della crescita.

Il risultato è evidente. I Paesi che hanno utilizzato maggiore flessibilità fiscale e maggiore intervento pubblico hanno generalmente protetto meglio il proprio sistema produttivo e la propria stabilità economica. Chi invece ha inseguito rigidamente l’ortodossia europea si è spesso ritrovato intrappolato nella stagnazione.

Ed è forse questa la più grande contraddizione dell’Unione Europea contemporanea: le regole vengono continuamente celebrate sul piano teorico e continuamente derogate sul piano pratico. Perché ormai tutti hanno compreso una realtà che a Bruxelles nessuno vuole riconoscere apertamente.

Le regole europee funzionano soltanto quando non si applicano!

Antonio Maria Rinaldi

 

 

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento