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La BCE e la liturgia del rialzo: quando il dogma sostituisce l’economia
La BCE continua la sua crociata contro l’inflazione alzando i tassi, ma la cura rischia di essere peggiore del male. Mentre USA e Cina investono nell’industria, l’Europa sceglie l’austerità punendo famiglie e imprese. Il ritorno del “salasso” economico.

Alla BCE basta sentire la parola “inflazione” perché parta automaticamente il rito del rialzo dei tassi. È un riflesso condizionato. Non importa quale sia la natura del fenomeno. Non importa da dove provenga l’aumento dei prezzi. Non importa se si tratti di energia, gas, materie prime, tensioni geopolitiche o shock esterni. La risposta è sempre la stessa: rendere il denaro più costoso, comprimere il credito, rallentare l’economia.
È l’equivalente monetario della medicina medievale del salasso: il paziente è debole? Facciamogli perdere altro sangue.
Negli ultimi giorni Isabel Schnabel, membro del board BCE, ha lasciato intendere che un rialzo dei tassi a giugno resta sul tavolo. Olli Rehn — ex commissario europeo agli Affari economici e monetari, oggi governatore della Banca di Finlandia — ha adottato toni più prudenti, ma ha comunque evocato la possibilità di un aumento dei tassi per preservare la “credibilità” della BCE. Naturalmente la parola magica è sempre quella: credibilità.
La stessa “credibilità” con cui Jean-Claude Trichet, casualmente anch’egli francese, proprio come Christine Lagarde, nel 2011 aumentò i tassi due volte mentre l’Eurozona stava già entrando nella più grave crisi del debito sovrano della sua storia. Una decisione catastrofica, che contribuì a soffocare crescita, occupazione e stabilità finanziaria proprio nel momento peggiore.
Quelle scelte contribuirono successivamente a determinare l’intervento straordinario di Mario Draghi per evitare l’implosione dell’euro e contenere gli effetti devastanti prodotti da una gestione monetaria totalmente scollegata dalla realtà economica del momento.
Eppure, a Francoforte, gli errori non vengono mai davvero riconosciuti. Vengono archiviati. Rimossi. Assorbiti dentro una narrazione autoassolutoria nella quale la BCE ha sempre e comunque ragione, anche quando la realtà dimostra il contrario.
Il punto più sconcertante è che qui non siamo neppure davanti a una questione teoricamente complessa. Qualunque studente di economia al secondo o terzo anno distingue perfettamente tra inflazione da domanda e inflazione da offerta.
Nel primo caso il rialzo dei tassi può avere una logica: si raffredda una domanda eccessiva.
Nel secondo caso il rialzo rischia semplicemente di aggravare il problema.
Quella europea è stata in larga misura un’inflazione importata: shock energetici, esplosione del costo del gas, instabilità geopolitica, sanzioni, strozzature logistiche globali, tensioni sulle materie prime.
Ed è questo il punto che la narrativa monetaria europea continua ostinatamente a rimuovere: queste dinamiche non dipendono né dalla BCE né dai governi dell’Unione Europea. Le cause fondamentali dell’inflazione recente si collocano fuori dal perimetro decisionale europeo. Guerre, tensioni energetiche internazionali, riallineamenti geopolitici e crisi delle catene globali del valore sono fattori esogeni rispetto ai quali Bruxelles e Francoforte hanno margini di intervento estremamente limitati.
E allora la domanda diventa inevitabile: cosa dovrebbe risolvere esattamente un rialzo dei tassi? Il gas scende forse perché aumenta il costo dei mutui? Le materie prime si stabilizzano perché le imprese europee pagano più interessi?Le tensioni geopolitiche si attenuano deprimendo credito e investimenti? Ovviamente no.
Il risultato concreto è un altro: si colpisce l’economia interna per reagire a cause esterne. Si scarica il costo degli shock internazionali su famiglie, imprese e produzione europea. È una politica che non rimuove l’origine del problema ma ne amplifica gli effetti recessivi. In altre parole: il paziente ha la febbre perché l’edificio brucia e la BCE decide di abbassargli la pressione.
Ma il punto ormai è persino più grave. Perché il resto del mondo si sta muovendo dentro una competizione strategica gigantesca, mentre l’Europa continua a fissare ossessivamente un solo indicatore.
Gli Stati Uniti stanno usando politica industriale, deficit pubblico, protezionismo tecnologico, sussidi energetici e reshoring produttivo per rafforzare la propria supremazia economica. La Cina pianifica filiere strategiche, controlla materie prime, espande capacità industriale e utilizza la leva monetaria come semplice strumento subordinato a una visione geopolitica complessiva.
In altre parole, le grandi potenze stanno giocando una partita sofisticata e multidimensionale nella quale energia, tecnologia, industria, commercio, finanza e geopolitica sono parti integrate della stessa strategia.
La BCE invece continua a usare un unico strumento in modo quasi meccanico: i tassi. È qui che il problema europeo assume contorni quasi paradossali. Mentre Washington e Pechino ragionano in termini di potenza economica e sicurezza strategica, Francoforte continua a comportarsi come un notaio monetario ossessionato dall’ortodossia anti-inflazionistica.
Siamo davanti a un problema culturale prima ancora che economico. La BCE continua a ragionare come se fosse ancora negli anni Settanta, come se il rischio principale fosse una spirale salari-prezzi alimentata da eccesso di domanda interna. Ma il mondo del 2026 è radicalmente diverso: l’Europa affronta deindustrializzazione, dipendenza energetica, stagnazione produttiva e perdita di competitività strategica verso Stati Uniti e Asia.
E in questo quadro la risposta sarebbe aumentare il costo del capitale? È difficile stabilire se prevalga il dogmatismo o l’autoreferenzialità. Perché la vera ossessione non sembra essere la crescita europea, né la tenuta industriale, né il potere d’acquisto dei cittadini. L’ossessione è la reputazione della BCE presso il circuito finanziario internazionale. Una reputazione costruita sull’idea che la banca centrale debba dimostrarsi inflessibile anche quando la rigidità rischia di trasformarsi in ottusità.
Il paradosso è devastante. Gli Stati Uniti reagiscono agli shock con investimenti pubblici, protezione industriale e politica fiscale espansiva. La Cina pianifica strategicamente filiere, energia e manifattura. L’Europa invece continua a rispondere con austerità monetaria e compressione del credito.
E la domanda finale diventa inevitabile: possibile che tecnocrati circondati dai migliori economisti del continente non comprendano la differenza tra un’inflazione da domanda e una da offerta?
La risposta più plausibile è purtroppo un’altra: la comprendono benissimo. Solo che il problema non è tecnico. È ideologico. Perché dietro la liturgia permanente del rialzo dei tassi sopravvive una visione precisa dell’economia: crescita moderata, salari disciplinati, domanda compressa, primato assoluto della stabilità monetaria rispetto allo sviluppo.
Una visione che negli ultimi quindici anni ha prodotto stagnazione, perdita di competitività e impoverimento relativo dell’Europa. E che oggi rischia di ripetere gli stessi errori con la stessa impressionante sicurezza.







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