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Hayek contro Keynes: le due anime dell’economia moderna e il declino europeo

L’Europa tra il rigore di Hayek e la lezione dimenticata di Keynes: perché il dogma della stabilità sta frenando la nostra crescita.

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Prendendo spunto dall’anniversario della nascita di Friedrich August von Hayek, nato l’8 maggio 1899 a Vienna, vale la pena riflettere su uno dei più grandi confronti intellettuali del Novecento, destinato a influenzare non soltanto l’economia, ma anche la politica, le istituzioni e gli equilibri sociali dell’intero Occidente.

Friedrich August von Hayek fu uno degli economisti più influenti del XX secolo, premio Nobel per l’economia nel 1974 insieme a Gunnar Myrdal, ed esponente di primo piano della scuola austriaca. Ed è proprio questo il punto centrale: la scuola austriaca, con la sua diffidenza verso l’intervento pubblico, la sua fiducia nell’ordine spontaneo del mercato e la sua critica alla pianificazione statale, rappresenta una delle matrici culturali più profonde dell’impostazione economica che l’Unione Europea ha progressivamente adottato.

A questa visione si contrappose John Maynard Keynes, padre della moderna macroeconomia e teorico dell’intervento pubblico nei momenti di crisi. Il confronto fra Hayek e Keynes rappresentò uno dei più importanti scontri culturali ed economici del Novecento, contrapponendo due modi opposti di intendere il rapporto tra mercato, Stato e società. È anche la dimostrazione di quale debba essere il vero ruolo del dibattito accademico e culturale: non una struttura ideologicamente uniforme, ma una fucina di idee, anche radicalmente contrapposte.

Hayek e Keynes non rappresentavano soltanto due scuole economiche differenti. Essi incarnavano due opposte concezioni della società, dello Stato e perfino della libertà individuale.

Per Hayek il mercato possiede una capacità di autoregolazione superiore a qualsiasi pianificazione pubblica. Lo Stato deve limitarsi a garantire regole certe, tutela della proprietà privata, stabilità monetaria e concorrenza. Ogni eccesso di intervento pubblico rischia, secondo l’economista austriaco, di produrre inefficienze, distorsioni e perfino derive autoritarie. Nel suo celebre libro “La via della schiavitù”, Hayek sosteneva che l’espansione del potere statale nell’economia potesse trasformarsi progressivamente in limitazione delle libertà civili.

Ma proprio la storia economica del Novecento ha mostrato tutti i limiti di questa impostazione quando viene trasformata in dogma politico. La grande crisi del 1929 e la depressione degli anni Trenta dimostrarono infatti che il mercato non sempre è in grado di ritrovare spontaneamente l’equilibrio.

Fu in questo contesto che emerse la rivoluzione teorica di Keynes. Già all’inizio degli anni Trenta l’economista britannico aveva iniziato a demolire l’idea dell’autosufficienza dei mercati attraverso opere fondamentali come il “Trattato sulla moneta” del 1930 e “I mezzi della prosperità” del 1933, nelle quali sosteneva la necessità dell’intervento pubblico, degli investimenti statali e della spesa pubblica per contrastare depressione economica e disoccupazione di massa.

A dare poi sistemazione teorica definitiva a questa rivoluzione culturale fu, nel 1936, la pubblicazione della celebre “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, l’opera con cui Keynes demolì definitivamente il dogma secondo cui il mercato sarebbe sempre in grado di autoregolarsi spontaneamente, raggiungendo automaticamente equilibrio e piena occupazione.

Keynes dimostrò infatti che, nelle grandi crisi economiche, senza l’intervento dello Stato il sistema rischia di precipitare in una spirale di disoccupazione, caduta della domanda, riduzione degli investimenti e depressione produttiva. La sua teoria trovò applicazione concreta soprattutto negli Stati Uniti con il New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Grandi opere pubbliche, investimenti infrastrutturali, sostegno all’occupazione e protezione sociale permisero all’economia americana di uscire dalla devastazione della Grande Depressione, aprendo la strada a decenni di sviluppo.

Fu proprio l’approccio keynesiano a consentire alle economie occidentali di vivere, nel secondo dopoguerra, la più grande stagione di crescita economica, industriale e sociale della storia contemporanea.

Anche l’Italia costruì la propria rinascita seguendo questa impostazione. La nostra Costituzione contiene infatti una vera e propria “Costituzione economica”, fondata sul ruolo attivo dello Stato nella promozione del lavoro, nella tutela sociale e nella riduzione delle disuguaglianze.

Non è un caso che Federico Caffè, uno dei maggiori economisti italiani del Novecento e profondo conoscitore di Keynes, abbia rappresentato una delle più alte espressioni di quella cultura economica. Caffè riteneva che il mercato non potesse essere lasciato completamente a sé stesso e che l’intervento pubblico fosse indispensabile per garantire coesione sociale, piena occupazione e sviluppo equilibrato.

Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale dell’Europa contemporanea.

L’Unione Europea, soprattutto a partire da Maastricht e dall’introduzione dell’euro, ha progressivamente adottato un’impostazione molto più vicina alla filosofia di Hayek e della scuola austriaca che a quella di Keynes. Centralità della stabilità monetaria, indipendenza della banca centrale, contenimento della spesa pubblica, vincoli di bilancio, limiti al deficit e riduzione dell’intervento statale sono diventati i pilastri dell’architettura economica europea.

Questa impostazione si riflette anche nella rigidissima disciplina europea sugli aiuti di Stato, che limita fortemente la possibilità per i governi nazionali di sostenere direttamente imprese, settori strategici e politica industriale. È una visione che guarda con sospetto all’intervento pubblico, come se ogni azione dello Stato fosse per definizione una distorsione e non, invece, uno strumento indispensabile di sviluppo, protezione industriale e difesa dell’interesse nazionale.

La stessa Banca Centrale Europea nasce con un mandato primariamente orientato alla stabilità dei prezzi, diversamente dalla Federal Reserve americana, che ha anche l’obiettivo della massima occupazione. In questa impostazione prevale l’idea che il mercato, lasciato libero di operare entro regole rigidissime, sia il miglior allocatore possibile delle risorse.

Il risultato, però, è che l’Europa si è progressivamente trasformata nell’area economicamente più stagnante del mondo avanzato. Mentre Stati Uniti e Cina hanno utilizzato massicce politiche industriali, investimenti pubblici e strumenti di sostegno all’economia, l’Unione Europea è rimasta troppo spesso imprigionata nei vincoli di bilancio, nell’austerità e nella diffidenza verso il ruolo economico dello Stato.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita debole, perdita di competitività industriale, salari stagnanti, riduzione del potere d’acquisto e progressivo impoverimento del ceto medio.

L’ossessione europea per il rigore contabile ha finito per comprimere la domanda interna, scoraggiare gli investimenti pubblici e depotenziare il ruolo strategico degli Stati nazionali. La pandemia e la crisi energetica hanno dimostrato ancora una volta che nei momenti più difficili il mercato da solo non basta. Persino Bruxelles è stata costretta temporaneamente a sospendere il Patto di Stabilità e ad allentare le regole sugli aiuti di Stato, ammettendo nei fatti ciò che per anni aveva negato in teoria.

Forse la vera lezione del confronto fra Hayek e Keynes è proprio questa: l’economia non può essere trasformata in dogma ideologico. Il mercato è uno strumento potente, ma non infallibile. E quando la politica abdica completamente al proprio ruolo, lasciando ogni decisione ai meccanismi automatici della finanza e dei mercati, il rischio è quello di sacrificare crescita, occupazione e coesione sociale.

L’Europa di oggi continua invece a muoversi entro una cornice culturale fortemente hayekiana e di scuola austriaca, dove il vincolo di bilancio sembra contare più dello sviluppo economico, della politica industriale e della tutela sociale. Ma senza recuperare la lezione keynesiana — investimenti pubblici, sostegno alla domanda interna, piena occupazione e centralità dello Stato nell’economia — sarà molto difficile invertire il declino economico che il continente sta vivendo.

Antonio Maria Rinaldi

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