Seguici su

EconomiaEuropaOpinioni

Europa nel Vestibolo di Dante: tra gli ignavi che non seppero scegliere

L’Unione Europea tra attendismo e burocrazia: perché la scelta di non scegliere sta condannando l’economia del continente al declino.

Pubblicato

il

Dante Alighieri colloca gli ignavi non nei cerchi dell’Inferno propriamente detto, ma nell’Antinferno, il vestibolo che precede la dannazione, nel Canto III della Divina Commedia. È una scelta simbolicamente devastante: quegli uomini non meritano neppure un posto tra i dannati, perché in vita non fecero nulla, non scelsero nulla, non si assunsero alcuna responsabilità. Non furono né per il bene né per il male. Restarono fermi, inerti, opportunisti, attendendo gli eventi. Se il Sommo Poeta osservasse oggi l’Unione Europea, difficilmente troverebbe collocazione più adatta.

Da anni Bruxelles vive sospesa in una terra di mezzo. Non è uno Stato, ma pretende di agire come potenza. Non possiede una vera sovranità politica, ma produce regolamenti come se bastassero a governare la storia. Non decide, ma amministra. Non guida, ma commenta. Non anticipa i processi globali, li rincorre quando sono già compiuti.

Il tratto dominante dell’Europa contemporanea è l’attendismo elevato a metodo. Ogni crisi segue lo stesso copione: prima l’incertezza, poi il rinvio, infine una risposta tardiva, spesso insufficiente e quasi sempre dannosa. La politica estera ne è il campo più evidente. L’Unione proclama unità strategica, ma resta divisa sugli interessi essenziali; invoca autonomia, ma si muove in costante subalternità; promette peso internazionale, ma raramente incide sugli eventi.

La crisi energetica lo ha mostrato con chiarezza. Di fronte al conflitto tra Russia e Ucraina, e al conseguente terremoto sulle forniture, l’Unione Europea avrebbe potuto tentare una mediazione diplomatica, usare il proprio peso economico per favorire una de-escalation, difendere la sicurezza energetica del continente e proteggere famiglie e imprese. Ha preferito invece una linea fatta di sanzioni prive di una strategia industriale comune, rincorsa affannosa a fornitori più costosi, aumento dei costi produttivi, perdita di competitività e bollette fuori controllo. Invece di agire da protagonista, ha scelto di subire decisioni prese altrove.

Lo stesso schema si è riproposto nelle recenti tensioni sullo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per i traffici energetici mondiali e direttamente legato alla crisi con Iran. Anche qui l’Europa è apparsa spettatrice. Nessuna iniziativa autonoma credibile, nessun ruolo politico rilevante, nessuna capacità di incidere su una crisi che influenza prezzi dell’energia, logistica globale e stabilità economica europea. Mentre altri attori esercitavano diplomazia, deterrenza e pressione strategica, Bruxelles si è limitata a osservare.

In sostanza, l’Europa ha trasformato crisi esterne in problemi interni. Si è autopunita mentre altri ridefinivano i rapporti di forza mondiali. Stati Uniti, Cina, India e molte potenze emergenti hanno perseguito con pragmatismo i propri interessi nazionali; Bruxelles ha risposto con moralismo astratto, esitazioni politiche e rigidità ideologica.

Lo stesso avviene sul piano economico. Mentre il resto del mondo sostiene industria, innovazione e sicurezza strategica con politiche aggressive, l’Unione Europea produce regolamenti spesso scollegati dalla competizione reale. Norme ambientali senza gradualità, vincoli unilaterali, eccessi di compliance, tempi incompatibili con il mercato globale: il risultato è la delocalizzazione, non la leadership. Si pretende di guidare il futuro mentre si indebolisce il presente.

Dante riserva agli ignavi una pena perfetta: inseguire in eterno un’insegna vuota, senza meta, punti da vespe e mosconi. È il contrappasso di chi in vita seguì bandiere senza convinzione e rifiutò di scegliere. L’immagine sembra scritta per l’Europa di oggi: rincorre slogan, piani decennali, dichiarazioni solenni e vertici inconcludenti, senza mai affrontare il nodo centrale della decisione politica.

Per mutare davvero direzione servirebbero classi dirigenti di ben altro spessore, meno inclini alla propaganda e più capaci di leggere la realtà. Servirebbero figure autorevoli, competenti e consapevoli del peso delle scelte. E servirebbe soprattutto il coraggio di assumersi responsabilità concrete, invece di rinviare tutto a procedure, tavoli tecnici e compromessi sterili.

Finché continuerà a confondere prudenza con paralisi, neutralità con irrilevanza, regolazione con visione, l’Unione Europea resterà dove Dante pose gli ignavi: nel vestibolo della storia, condannata a guardare gli altri decidere.

 

Antonio Maria Rinaldi

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento