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Energia, l’Europa gioca col Fuoco: la prossima Crisi sarà colpa delle Regole
L’Europa rischia una crisi energetica senza precedenti, ma Bruxelles si ostina a dare priorità alla burocrazia rispetto all’efficacia. Ecco perché la clausola di salvaguardia è l’unica via per salvare l’economia reale.

L’Unione Europea si trova oggi di fronte alla prospettiva certa di una crisi energetica che non può essere liquidata come un semplice shock congiunturale. È qualcosa di più profondo, di natura strutturale: il riflesso di una dipendenza strategica mai risolta dalle forniture esterne di energia, in particolare gas e petrolio, che espone l’intero sistema economico europeo a vulnerabilità ormai evidenti.
La guerra in Ucraina aveva già reso evidente, a suo tempo, questa fragilità sistemica, mettendo in luce quanto fosse rischioso fondare la sicurezza energetica su equilibri geopolitici instabili. Oggi quella stessa fragilità risulta ulteriormente aggravata dalla crescente instabilità nell’area dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il transito delle forniture energetiche globali. È proprio la combinazione di questi fattori a delineare uno scenario estremamente critico, capace di far precipitare rapidamente l’intera Unione Europea in una crisi economica profonda, con effetti potenzialmente più destabilizzanti rispetto a quelli già sperimentati durante la pandemia.
In un contesto di questa natura, la variabile decisiva è una sola: il tempo. Ed è proprio il tempo la grande assente nell’architettura decisionale europea. I meccanismi comunitari continuano a muoversi secondo logiche che privilegiano la procedura, il filtro e la mediazione, quando invece sarebbe necessaria una capacità di intervento immediata.
Si torna così a evocare strumenti già visti, come il modello del Next Generation EU, basato sull’emissione di debito comune e sulla redistribuzione delle risorse agli Stati membri. Un’impostazione che, al di là della retorica solidaristica, si traduce in un sistema fortemente condizionato: le risorse devono essere restituite, in capitale e interessi, e la loro erogazione è vincolata a obiettivi e verifiche ex ante che comprimono la capacità decisionale degli Stati.
Inoltre c’è un ulteriore problema: il fattore tempo. Procedure complesse, controlli preventivi, passaggi burocratici rendono questo strumento strutturalmente inadatto a fronteggiare una crisi che richiede rapidità. Il rischio, già sperimentato, è quello di disporre di risorse quando l’emergenza è ormai degenerata.
Anche la sospensione del Patto di stabilità e crescita amplia lo spazio fiscale, ma lo fa in modo indiscriminato. Non distingue le priorità, non indirizza le risorse, non garantisce un impatto mirato sul nodo energetico. È una misura ampia, ma proprio per questo poco incisiva.
Esiste invece uno strumento che risponde pienamente alle esigenze del momento: la clausola di salvaguardia. La sua attivazione consentirebbe agli Stati membri di intervenire immediatamente, di concentrare le risorse sul settore energetico specifico, di adattare le politiche alle proprie specificità e soprattutto di operare senza essere paralizzati da controlli preventivi, prevedendo una rendicontazione ex post: uno strumento efficace, perfettamente mirato e coerente con la natura emergenziale della crisi, così come previsto dall’articolo 26 del Patto stesso.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico. Una simile soluzione riduce drasticamente il livello di controllo esercitato dalle istituzioni europee sulle politiche economiche nazionali. E infatti, tra efficacia e controllo, l’Unione Europea continua a privilegiare il controllo.
Nel frattempo, i Paesi europei hanno bisogno di una sola cosa: intervenire subito. Le dinamiche comunitarie restano invece improntate a filtri, mediazioni e tempistiche dilatate che non coincidono con l’urgenza del momento. Il rischio è concreto: mentre si discute, le economie europee scivolano verso la recessione. E a quel punto le misure necessarie saranno inevitabilmente più costose, più complesse e più incerte nei risultati. Non è affatto azzardato ritenere che questa crisi possa produrre effetti più devastanti rispetto a quella pandemica.
In questo quadro, è corretto riconoscere che il governo italiano, attraverso i suoi leader, sta esercitando una pressione costante per ottenere una sospensione delle regole europee in funzione della crisi energetica. Una posizione coerente con la gravità della situazione. Tuttavia, la risposta dell’Unione Europea si sta rivelando non adeguata, sostanzialmente negativa, segno evidente di una sottovalutazione dell’urgenza.
Infatti nel frattempo, sia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sia il titolare della Commissione per gli affari economici Valdis Dombrovskis hanno più volte sostenuto di non ravvisare ancora i presupposti di una crisi. Una posizione che appare non solo discutibile, ma che lascia intravedere in maniera piuttosto evidente una preoccupante cecità, se non addirittura una forma di incompetenza e superficialità, di fronte a una situazione che sta rapidamente sfuggendo di mano, non solo in Europa ma in gran parte dell’economia globale.
Ma vi è un elemento politico che non può essere ignorato. Quando il Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, ha votato il nuovo Patto di stabilità e crescita, si è registrata una convergenza netta: tutti i partiti italiani, sia di governo sia di opposizione, hanno votato contro o si sono astenuti. Un giudizio chiaro, che riflette la consapevolezza che quel Patto non ha rimosso le criticità del precedente, ma in molti casi le ha persino accentuate.
È quindi del tutto conseguenziale che oggi tutte le forze politiche, senza eccezione, debbano sostenere con determinazione un allentamento dei vincoli europei, in presenza di una crisi energetica straordinaria. Non è una questione ideologica, ma di coerenza istituzionale.
Il punto resta uno solo: gli strumenti esistono, ma non vengono utilizzati nel modo più efficace. Il debito comune è lento e condizionato. La sospensione del Patto è dispersiva. La clausola di salvaguardia è immediata, flessibile e mirata. Eppure, si continua a privilegiare ciò che consente controllo, anche a scapito dell’efficacia.
Ma il tempo non è una variabile negoziabile. Ritardare l’intervento significa accettare il rischio concreto di una crisi molto più profonda e molto più difficile da governare. L’Europa è ormai di fronte a una scelta che non può più rinviare: agire subito o inseguire, ancora una volta, gli effetti di una crisi che avrebbe potuto contenere.
Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.







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