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Le regole UE che bloccano l’Italia: adesso perfino Draghi ammette ciò che negavano da anni

Il crollo dell’industria, le famiglie impoverite e il dietrofront di Bruxelles: perché le vecchie regole dell’austerità hanno bloccato l’Italia e come perfino l’establishment europeo ora ammetta il disastro.

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Per anni chi criticava l’impianto economico dell’Unione Europea veniva trattato come un eretico economico. Contestare austerità, vincoli di bilancio e compressione della domanda interna significava essere automaticamente classificati come populisti, irresponsabili o antieuropei. Eppure oggi, paradossalmente, proprio figure simbolo dell’establishment europeo — da Mario Draghi in poi — ammettono la necessità di rilanciare crescita, investimenti e domanda interna.

La contraddizione è evidente. Sono gli stessi ambienti che nel 2011 imposero all’Italia politiche restrittive e austerità, culminate con l’arrivo del governo Mario Monti, a riconoscere ora che senza crescita l’Europa perde competitività, peso industriale e stabilità sociale. Ciò che per anni veniva liquidato come propaganda anti-europea oggi viene progressivamente accettato perfino dai vertici dell’establishment continentale.

Il problema è che questa presa d’atto arriva dopo oltre un decennio di stagnazione economica, impoverimento relativo e progressiva deindustrializzazione del continente. Politiche costruite sull’ossessione dei parametri di bilancio e sulla convinzione ideologica che il rigore producesse automaticamente sviluppo hanno finito per ottenere l’effetto opposto.

L’Unione Europea ha costruito negli anni un sistema economico fondato sulla compressione della domanda interna: contenimento della spesa pubblica, rigidità fiscale e moderazione salariale avrebbero dovuto aumentare competitività e crescita. È accaduto il contrario. Investimenti ridotti, produttività stagnante e perdita di capacità industriale hanno progressivamente indebolito l’economia europea.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Europa cresce meno degli Stati Uniti, investe meno in innovazione e perde peso geopolitico. Mentre Washington sostiene industria e tecnologia con massicci programmi pubblici e Pechino pianifica strategicamente il proprio sviluppo, Bruxelles continua a muoversi dentro una gabbia regolatoria che penalizza soprattutto i sistemi economici più fragili.

Il caso italiano è emblematico. Dal 2011, con l’arrivo del governo Monti, il Paese è stato sottoposto a una terapia economica che aveva come obiettivo prioritario la “credibilità” verso i mercati e le istituzioni europee. La famosa lettera della BCE al governo italiano rappresentò il simbolo di quella stagione: riforme restrittive, tagli, pressione fiscale elevata e riduzione della spesa pubblica vennero presentati come inevitabili. Ma il prezzo sociale fu enorme: crescita quasi nulla, impoverimento del ceto medio, precarizzazione del lavoro e progressivo indebolimento dello Stato sociale.

Il paradosso è che proprio quelle politiche hanno contribuito ad aggravare il rapporto debito/PIL che avrebbero dovuto correggere. Quando si comprime la crescita, infatti, aumenta inevitabilmente il peso relativo del debito. Un principio macroeconomico elementare che per anni è stato subordinato a un’impostazione rigidamente ideologica.

Anche il tema della competitività è stato spesso utilizzato in modo distorto. In un sistema caratterizzato da regole fiscali restrittive, chiedere “più competitività” ha significato, nella pratica, salari più bassi, minori tutele e riduzione della spesa pubblica. Una competizione costruita sulla compressione interna non produce però sviluppo sostenibile: genera una corsa al ribasso che indebolisce il mercato europeo e favorisce economie molto più aggressive sul piano industriale.

Oggi perfino molti economisti vicini alle istituzioni comunitarie riconoscono che senza domanda interna non esiste crescita stabile. Tuttavia l’architettura dell’eurozona continua a rimanere incompleta: una moneta unica senza un vero bilancio federale, senza adeguati trasferimenti compensativi e senza una banca centrale pienamente assimilabile ai modelli delle altre grandi economie avanzate.

L’Europa appare così prigioniera di un’ambiguità permanente: pretende di agire come una potenza economica continentale ma continua a imporre ai singoli Stati vincoli incompatibili con politiche industriali espansive e anticicliche. Il risultato è uno svuotamento progressivo della politica economica democratica.

La conseguenza più grave non è soltanto economica ma politica. Quando milioni di cittadini percepiscono che le decisioni fondamentali vengono prese da organismi tecnocratici lontani dal controllo democratico, cresce inevitabilmente la sfiducia verso le istituzioni europee. Il problema dell’UE non è soltanto la bassa crescita: è la perdita di consenso prodotta da un modello che ha sacrificato occupazione, welfare e sviluppo sull’altare della stabilità finanziaria.

L’unica vera anomalia, semmai, è un’altra. Queste battaglie contro l’austerità, contro le regole europee procicliche e contro la compressione della domanda interna non nacquero nei salotti del mainstream economico o nei think tank di Bruxelles. Furono portate avanti da economisti, studiosi e uomini del mondo reale che per anni subirono isolamento, delegittimazione e spesso una vera e propria emarginazione mediatica e accademica. Chi contestava il dogma dell’austerità veniva dipinto come irresponsabile, antieuropeo o incompetente.

Eppure, a metà degli anni Dieci, proprio quelle analisi iniziarono progressivamente a entrare nel dibattito pubblico e vennero assorbite nei programmi di numerosi partiti italiani. Molte forze politiche costruirono il proprio consenso denunciando i limiti dell’architettura europea, gli effetti recessivi delle regole UE e la necessità di rimettere al centro crescita, occupazione e sovranità economica.

Peccato che, una volta conquistati gli spazi di governo, soprattutto dopo l’esperienza Draghi, gran parte di quella consapevolezza si sia progressivamente dissolta. Gli stessi partiti che avevano utilizzato queste tematiche per ottenere consenso hanno finito per metterle in soffitta, abbandonando proprio quelle battaglie che avevano intercettato il disagio reale del Paese.

Ma la società italiana, nel frattempo, è maturata. I cittadini hanno compreso che essersi affidati a un’architettura europea costruita su questo tipo di vincoli ha prodotto soprattutto impoverimento delle economie nazionali, compressione della crescita, indebolimento del tessuto produttivo e perdita di prospettive future. Hanno capito che un sistema fondato esclusivamente sul rigore finanziario e sulla riduzione della domanda interna non può garantire né sviluppo né stabilità sociale duratura.

Per questo oggi esiste ancora uno spazio politico enorme per chi avrà il coraggio di riprendere con coerenza queste istanze. Anzi, in una fase storica in cui perfino parte dell’establishment europeo ammette implicitamente il fallimento delle vecchie ricette, queste posizioni appaiono più attuali e fondate di quanto non fossero dieci anni fa. Attendono soltanto che qualcuno abbia il coraggio di riportarle al centro del dibattito politico, facendole nuovamente proprie come vera battaglia per il futuro dell’Italia.

Antonio Maria Rinaldi
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