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Energia, il no silenzioso di Bruxelles a Meloni: perché la vera flessibilità era già scritta nelle regole Ue

Vertice di Cipro: la Germania e i rigoristi frenano sulla flessibilità contro il caro bollette. Perché difendere i decimali di deficit oggi significa condannare alla chiusura la nostra manifattura domani.

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Il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea svoltosi a Cipro si è chiuso con un messaggio politicamente chiarissimo, benché diplomaticamente ovattato: sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità fiscale per fronteggiare il nuovo shock energetico, Bruxelles non intende aprire, almeno per ora, alcun varco concreto. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scelto toni prudenti, parlando di monitoraggio, coordinamento e possibili adattamenti futuri, ma senza assumere impegni operativi sul quadro di bilancio. Nel lessico comunitario, spesso più rivelatore delle dichiarazioni ufficiali, equivale a un rinvio che nei fatti assume il valore di un diniego. È la forma più elegante con cui Bruxelles comunica un no.

La premier Giorgia Meloni aveva sollecitato una risposta europea più coraggiosa di fronte al rincaro dei combustibili fossili e alle tensioni geopolitiche che stanno colpendo approvvigionamenti, inflazione e competitività industriale. Il sostegno di Pedro Sánchez ha confermato che non si tratta di una posizione isolata: una parte dell’Europa mediterranea ritiene che uno shock energetico esogeno richieda strumenti straordinari. Non è una rivendicazione nazionale, bensì la presa d’atto che l’asimmetria degli impatti impone risposte differenziate. È la domanda di equità economica prima ancora che di flessibilità contabile.

A opporsi sono stati soprattutto i Paesi del rigore: Germany, Netherlands e il tradizionale blocco “frugale”, ostili a qualsiasi interpretazione elastica delle nuove regole fiscali. La linea è nota: evitare precedenti che possano trasformare l’emergenza in spesa strutturale. Una posizione formalmente coerente, ma economicamente miope, perché trascura la natura eccezionale del fenomeno energetico e i suoi riflessi sulla capacità produttiva europea. Difendere il dogma contabile ignorando il danno industriale significa proteggere il bilancio nel breve periodo e compromettere la crescita nel lungo.

Il punto, tuttavia, è che il dibattito è stato impostato in modo fuorviante. Non era necessario chiedere una sospensione generalizzata del Patto di stabilità, soluzione politicamente difficile e tecnicamente laboriosa. La sospensione omnibus, come avvenne durante la pandemia, ha senso soltanto di fronte a shock simmetrici che colpiscono indistintamente tutti gli Stati membri. Il Covid paralizzò simultaneamente l’intera economia europea; il caro energia, invece, produce effetti asimmetrici, con impatti differenti in base al mix energetico nazionale, alla dipendenza dalle importazioni, alla struttura industriale e alla capacità fiscale dei singoli Paesi. Confondere i due piani significa applicare la medesima terapia a patologie diverse.

Per questo la strada più coerente era – ed è – l’attivazione delle clausole di salvaguardia previste dall’architettura riformata della governance economica, richiamate nel nuovo impianto regolatorio e, in particolare, nell’articolo 26 del quadro di riferimento evocato dal governo italiano. Si tratta di meccanismi pensati proprio per consentire deviazioni temporanee e mirate dai percorsi di aggiustamento quando si verificano eventi eccezionali, esterni al controllo dei governi, con impatti significativi sulla finanza pubblica o sulla crescita. Esattamente il caso di uno shock energetico generato da tensioni geopolitiche internazionali, e non da errori di politica economica nazionale.

La differenza è sostanziale. Una sospensione generale delle regole consentirebbe a tutti gli Stati membri di espandere deficit e debito senza vincoli specifici. Una clausola di salvaguardia nazionale o settoriale, invece, autorizza interventi circoscritti, motivati e temporanei, legati all’emergenza concreta. In altri termini: non una licenza di spesa indiscriminata, ma una flessibilità selettiva. Non un “liberi tutti” contabile, bensì un correttivo chirurgico. Una risposta proporzionata al danno e coerente con il principio di responsabilità fiscale.

È esattamente il principio già utilizzato in altri ambiti. Di recente, diversi Stati membri hanno ottenuto margini aggiuntivi per incrementare la spesa per difesa e riarmo, senza che ciò implicasse la sospensione integrale del quadro fiscale comune. Se la sicurezza militare giustifica deroghe mirate, risulta difficile sostenere che la sicurezza energetica – condizione essenziale per produzione industriale, occupazione e stabilità sociale – non meriti analogo trattamento. L’energia, del resto, è la prima infrastruttura strategica di qualsiasi sistema economico avanzato. Senza energia competitiva non esistono industria, investimenti né autonomia strategica europea.

Il vero nodo, però, è giuridico-politico. Le clausole esistono, ma la loro attivazione dipende in larga misura dalla valutazione discrezionale della Commissione. Le formulazioni normative sono volutamente elastiche: “grave rallentamento”, “circostanze eccezionali”, “impatto rilevante”, “fattori fuori controllo”. Espressioni che conferiscono a Bruxelles un amplissimo margine interpretativo. In assenza di criteri quantitativi automatici, la decisione finale diventa inevitabilmente politica. E dove prevale la discrezionalità, arretra la certezza del diritto. Con il paradosso che regole nate per dare prevedibilità finiscono per generare incertezza.

Ed è qui che emerge la contraddizione europea. Quando la priorità è il riarmo, la flessibilità si materializza con sorprendente rapidità. Quando la priorità è contenere bollette, difendere manifattura e sostenere famiglie, prevale invece la prudenza contabile. Si invoca il monitoraggio, si rinvia all’Ecofin, si promettono verifiche future. Si socializzano gli obiettivi geopolitici, ma si nazionalizzano i costi economici. Si mutualizzano le priorità strategiche, ma non le conseguenze industriali.

Ma il tempo economico non coincide con il tempo burocratico. Se il costo dell’energia continua a comprimere margini industriali e consumi, il rischio non è soltanto una frenata ciclica: è un deterioramento strutturale della base produttiva europea. In quel caso, l’ortodossia fiscale avrebbe difeso i decimali di deficit sacrificando punti interi di PIL. E quando la produzione arretra stabilmente, anche i conti pubblici peggiorano: meno crescita significa meno gettito e più debito relativo. Inoltre, una crisi energetica protratta può provocare squilibri profondi nei conti economici degli Stati membri, costringendo successivamente l’Unione europea a interventi emergenziali assai più onerosi rispetto a quelli oggi necessari. Il principio economico è elementare: ritardare l’azione aumenta il costo finale. Prevenire adesso costa meno che riparare domani.

Ogni settimana di inerzia può tradursi in chiusure produttive, perdita di quote di mercato, cassa integrazione e minori entrate fiscali. Il conto, rinviato oggi, si presenterà domani aggravato dagli interessi economici e sociali maturati nel frattempo.

E la storia economica insegna che shock di questa natura non si riassorbono rapidamente: quando si interrompono catene produttive, si delocalizzano impianti o si erode potere d’acquisto, servono anni per ricostruire capacità industriale e fiducia. Le ferite economiche guariscono molto più lentamente delle crisi finanziarie che le generano.

Il vertice di Cipro lascia dunque una lezione precisa: il problema non è l’assenza di strumenti, bensì la volontà politica di utilizzarli. Le regole europee consentono flessibilità mirata. Ma finché la discrezionalità resterà subordinata agli equilibri tra Nord e Sud, la governance economica dell’Unione continuerà a essere meno un sistema di norme e più un esercizio di rapporti di forza. E un’Europa governata dai rapporti di forza, anziché da regole uguali per tutti, finisce inevitabilmente per indebolire sé stessa. Perché quando l’ideologia contabile prevale sul realismo economico, a perdere non è un singolo Paese: perde l’intero progetto europeo.

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