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È arrivato il momento di riscrivere Maastricht e Lisbona

L’Europa rischia il collasso economico: perché i vecchi Trattati di Maastricht e Lisbona sono ormai obsoleti di fronte alla sfida di Cina e USA e vanno riscritti d’urgenza per salvare la crescita e l’occupazione.

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Da anni il dibattito europeo si concentra su competitività, difesa comune, energia, debito pubblico, immigrazione e politica industriale. Tutti temi importanti, che tuttavia finiscono per aggirare la questione fondamentale: l’Unione Europea continua a essere governata da trattati concepiti per un mondo che non esiste più.

Maastricht e, successivamente, Lisbona sono il prodotto di una fase storica irripetibile. Furono elaborati a cavallo della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando sembrava che la globalizzazione avrebbe progressivamente eliminato ogni barriera economica, che il commercio internazionale avrebbe garantito prosperità crescente e che l’Occidente sarebbe rimasto il centro incontrastato dello sviluppo mondiale. In quel contesto la Comunità Economica Europea si trasformò in Unione Europea, realizzando il mercato unico e la moneta unica secondo il principio del “One Market, One Money”.

Quelle scelte furono figlie di quel preciso contesto storico e delle aspettative che lo accompagnavano. Il problema è che molti di quei presupposti si sono successivamente rivelati errati o quantomeno incompleti.

Negli ultimi trentacinque anni abbiamo assistito alla rivoluzione digitale, alla diffusione di Internet, all’automazione, all’intelligenza artificiale, allo sviluppo straordinario delle comunicazioni, dei trasporti, della logistica e alla crescita esponenziale dei flussi finanziari e commerciali. Ma soprattutto abbiamo assistito all’emergere di nuovi protagonisti globali che hanno modificato profondamente gli equilibri economici mondiali.

Fra tutti, l’evento più significativo è stato probabilmente l’ingresso della Cina nel WTO nel 2001. Quella decisione ha rappresentato uno spartiacque storico. Per la prima volta una potenza continentale con oltre un miliardo di abitanti è entrata pienamente nel sistema multilaterale degli scambi, trasformando la geografia economica mondiale. Intere produzioni sono state delocalizzate, le catene globali del valore sono state ridisegnate e la concorrenza internazionale ha assunto dimensioni che nessuno aveva previsto quando vennero concepiti Maastricht e, successivamente, Lisbona.

Nel frattempo la geopolitica è tornata prepotentemente al centro della scena. La competizione tra Stati Uniti e Cina, la corsa alle tecnologie strategiche, la sicurezza energetica, il controllo delle materie prime e la sovranità industriale sono diventati fattori determinanti per tutte le grandi economie.

Eppure l’Europa continua a operare secondo un’impostazione concepita in un’altra epoca. In sostanza, stiamo cercando di governare un mondo digitale e multipolare con regole pensate per un mondo analogico e sostanzialmente unipolare.

La situazione appare ancora più paradossale se confrontata con quella delle altre grandi economie. Stati Uniti, Cina e molte economie emergenti modificano continuamente strategie, strumenti e assetti normativi per adattarsi ai cambiamenti e aumentare la propria competitività. Correggono gli errori, aggiornano le priorità, ridefiniscono gli obiettivi e adeguano le istituzioni alle nuove realtà economiche.

L’Unione Europea, invece, è rimasta sostanzialmente cristallizzata in un modello che non è soltanto obsoleto, ma che in diversi aspetti si è rivelato anche sbagliato rispetto agli obiettivi che si proponeva di raggiungere.

È come se una fabbrica continuasse a progettare e produrre nel 2026 gli stessi prodotti del 1990, ignorando tutte le innovazioni intervenute nel frattempo, dall’elettronica all’intelligenza artificiale, dalla sicurezza ai nuovi sistemi tecnologici, per poi domandarsi perché perda quote di mercato rispetto ai concorrenti. Nessun imprenditore accetterebbe una simile impostazione. Eppure è esattamente ciò che l’Europa continua a fare sul piano istituzionale ed economico.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: procedure decisionali lente, difficoltà di adattamento ai cambiamenti globali, eccesso di regolamentazione in alcuni settori e insufficiente capacità di elaborare una strategia coerente di crescita e sviluppo. Si continua a intervenire sui dettagli, introducendo correttivi, deroghe e aggiustamenti, senza affrontare il problema alla radice.

Per questo non basta modificare qualche regolamento o rivedere alcuni parametri di bilancio. Occorre una revisione complessiva dei trattati, ridefinendo finalità, competenze e strumenti dell’Unione Europea.

Bisogna stabilire quali siano oggi le priorità strategiche del continente: crescita economica, innovazione tecnologica, sicurezza energetica, politica industriale, autonomia strategica, difesa degli interessi produttivi europei e capacità di competere in un contesto globale sempre più complesso.

In questo quadro diventa inevitabile aprire una riflessione sul ruolo della Banca Centrale Europea. La BCE è stata progettata in un contesto nel quale il controllo dell’inflazione rappresentava la priorità assoluta. Oggi le sfide riguardano anche competitività, investimenti, sviluppo tecnologico, stabilità finanziaria e capacità di sostenere la crescita.l oltre di supporto all’occupazione. È quindi legittimo chiedersi se il suo mandato e i suoi strumenti siano ancora adeguati alle esigenze del XXI secolo.

La vera questione non è difendere a ogni costo un’architettura istituzionale costruita oltre trent’anni fa. La vera questione è avere il coraggio politico di riconoscere che il mondo è cambiato e che le regole devono cambiare con esso.

Chi comprenderà per primo questa necessità potrà diventare protagonista di una nuova fase costituente europea. Chi continuerà a rifugiarsi dietro un presunto pragmatismo finirà invece per difendere uno status quo sempre meno sostenibile.

L’Europa ha bisogno di riscrivere Maastricht e Lisbona. Non per rinnegare il passato, ma per adattare le proprie istituzioni alle realtà del XXI secolo e tornare a essere protagonista in un mondo che cambia a velocità sempre maggiore.

E questo processo non può essere rinviato indefinitamente. Il tempo a disposizione si sta rapidamente riducendo. Se l’Unione Europea non troverà la capacità politica di ripensare sé stessa, i propri obiettivi e i propri strumenti, e di farlo con la necessaria urgenza, il rischio non sarà semplicemente quello di perdere competitività rispetto alle altre grandi aree economiche del mondo. Il rischio sarà quello di assistere a una progressiva perdita di coesione, consenso e rilevanza politica, fino a mettere in discussione la stessa sostenibilità del progetto europeo così come lo abbiamo conosciuto finora.

Antonio Maria Rinaldi

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