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Bruxelles all’attacco di Berlino: l’UE boccia i controlli alle frontiere e fa tremare il governo Merz
La Commissione UE boccia i controlli alle frontiere della Germania: un colpo di scena che mette a rischio la sicurezza dell’area Schengen e minaccia di far crollare il consenso del governo di Friedrich Merz.

Nuovi, grossi, problemi politici per Merz. Il tribunale amministrativo di Coblenza ha scagliato la prima pietra, dichiarando illegali i controlli di polizia al confine con il Lussemburgo. Ora, però, è l’artiglieria di Bruxelles a farsi sentire. La Commissione Europea ha infatti messo nel mirino la strategia del governo tedesco, contestando l’estensione generalizzata dei controlli alle frontiere. Una mossa che, in nome del diritto comunitario e della tenuta dell’area Schengen, rischia di innescare un terremoto politico a Berlino.
Secondo l’autorità europea, la Germania non ha fornito spiegazioni adeguate per giustificare la chiusura di tutti i valichi di frontiera al regime Schenghen. Il ragionamento di Bruxelles è semplice: perché la minaccia invocata dal Ministero dell’Interno tedesco dovrebbe essere identica in ogni singolo punto di confine? Inoltre, la Commissione giudica immotivata l’ennesima proroga di sei mesi – l’ultima di una serie che spinge i controlli fino a metà settembre 2026 – suggerendo che tempistiche più brevi sarebbero state più appropriate.
Per favorire uno smantellamento graduale dei presidi interni, i funzionari europei propongono alcune alternative:
- Controlli di polizia selettivi e a campione;
- Soluzioni tecniche basate sull’identificazione biometrica;
- Tracciamento tecnologico dei veicoli.
Il contrasto tra i dati e la percezione
Bruxelles ammette che la Germania affronta una “situazione migratoria complessa”. Tuttavia, fatica a comprendere come i controlli interni possano arginare le minacce alla sicurezza, specialmente per i reati violenti commessi da chi è già sul territorio tedesco. A dare manforte alla Commissione ci sono i dati dell’agenzia Frontex e del commissario per le migrazioni, Magnus Brunner, i quali certificano un calo costante delle domande di asilo e degli attraversamenti irregolari verso l’Unione Europea. In questo la Germania affronta lo stesso identico problema dei molti altri paesi europei: l’inefficacia pratica delle norme di ordine pubblico disarmate da una giustizia eccessivamente lassista e permissiva sui reati contro la persona.
Eppure, la realtà sul campo racconta una storia di diffusa sfiducia verso i confini aperti. La Germania non è sola in questa stretta. Attualmente, l’area Schengen vede diverse nazioni che hanno reintrodotto presidi ai propri confini nazionali:
| Paese | Stato dei controlli frontalieri |
| Germania | Estesi a tutti i confini nazionali (fino a sett. 2026) |
| Italia e Francia | Riattivati per ragioni di sicurezza interna e rotte sensibili |
| Austria, Olanda, Danimarca | Controlli temporanei in corso |
| Svezia, Slovenia, Norvegia | Presidi ripristinati in base al diritto UE |
L’impatto politico: un autogol per Merz?
Al netto delle lamentele di cittadini e imprese per i disagi logistici, la questione è ovviamente politica. L’ex ministra Nancy Faeser (SPD) aveva avviato le restrizioni, ma è stato il suo successore Alexander Dobrindt (CSU) a intensificarle, rivendicandole come un colpo decisivo contro i trafficanti di esseri umani. Dobrindt ha sempre sostenuto che questi controlli segnalano un netto cambio di passo, in attesa che le riforme europee sull’asilo diventino operative.
L’intervento a gamba tesa dell’Europa, tuttavia, rischia ora di sabotare l’unico vero punto di successo dell’esecutivo. In un momento in cui il governo guidato da Friedrich Merz viaggia su un potenziale bacino di consensi del 34%, la politica del rigore ai confini rappresenta un solido appiglio elettorale. Questa strategia è servita finora a rassicurare l’elettorato conservatore, dimostrando che lo Stato è in grado di presidiare il proprio territorio.
Se Bruxelles costringerà Berlino a una marcia indietro, smantellando i controlli senza un’alternativa visibile e percepita come sicura, la maggioranza di Merz rischia di perdere il suo pilastro più popolare. Senza questo successo da rivendicare, il governo rischia di indebolirsi ulteriormente, consegnando un vantaggio strategico formidabile alle opposizioni più estreme.








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