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Quando Bruxelles non conviene più

Se il vantaggio finanziario dei prestiti europei si riduce fino quasi a scomparire, restano burocrazia, vincoli e minore autonomia decisionale.

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Quando si parla di fondi europei, prestiti europei o programmi finanziati da Bruxelles, si continua spesso a ragionare come se l’Unione disponesse di una ricchezza propria da distribuire agli Stati membri. Non è così. Bruxelles finanzia i propri programmi attraverso il debito collocato sui mercati finanziari oppure attraverso i contributi versati dagli Stati al bilancio comunitario. In entrambi i casi il conto viene pagato dai contribuenti europei. E l’Italia, non va dimenticato, è oggi il terzo contributore netto al bilancio dell’Unione.

È una precisazione apparentemente banale, ma indispensabile per smontare una narrativa che da anni domina il dibattito pubblico: quella secondo cui i programmi europei rappresenterebbero, per definizione, un vantaggio economico per gli Stati membri.

È la logica che ha accompagnato il Next Generation EU, il Pnrr e, più recentemente, i nuovi strumenti europei per il finanziamento della Difesa. Il presupposto è sempre lo stesso: Bruxelles raccoglie denaro a condizioni migliori rispetto ai singoli Paesi e lo redistribuisce generando un beneficio finanziario netto.

Ma il mondo è cambiato. Il vantaggio competitivo che l’Unione Europea rivendicava nella raccolta delle risorse si è progressivamente ridotto. Per un Paese come l’Italia il differenziale tra il costo del finanziamento nazionale e quello ottenibile attraverso gli strumenti europei si è assottigliato fino a diventare, in molti casi, marginale.

Eppure Bruxelles continua a ragionare come se fossimo ancora nel 2020.

Il paradosso è che l’Unione continua a proporre soluzioni nate per compensare una debolezza finanziaria degli Stati membri che oggi, almeno sul piano dell’accesso ai mercati, appare in larga parte superata. In altre parole, continua a vendere un vantaggio che il mercato riconosce sempre meno.

Ed è qui che emerge il vero nodo della questione. Perché se il vantaggio finanziario si riduce, restano intatti tutti i costi dell’intermediazione europea. Restano le procedure, le autorizzazioni, le verifiche, la rendicontazione, gli obiettivi da concordare con la Commissione, le modifiche da negoziare e i tempi decisionali inevitabilmente più lunghi.

Costi che raramente compaiono nei calcoli ufficiali ma che incidono concretamente sull’efficienza della spesa pubblica e sulla capacità di un governo di adattare le proprie scelte alle esigenze reali del Paese.

L’esperienza del Pnrr avrebbe dovuto insegnare qualcosa. L’Italia si è impegnata nel più grande programma di investimenti pubblici della propria storia recente concentrando l’attenzione quasi esclusivamente sulle risorse disponibili. Molto meno si è discusso del prezzo da pagare in termini di vincoli, rigidità e perdita di flessibilità.

Con il passare degli anni è emerso che il vero costo dell’operazione non era soltanto finanziario. Era anche amministrativo, operativo e politico.

Una parte rilevante degli investimenti è stata definita sulla base di priorità elaborate a Bruxelles più che delle necessità individuate a livello nazionale. Risorse che avrebbero potuto essere destinate ad altri interventi sono state indirizzate verso obiettivi coerenti con le strategie della Commissione. Parallelamente, la complessa macchina della rendicontazione ha assorbito enormi energie amministrative, rallentando procedure e realizzazione dei progetti.

Il punto non è stabilire se quei progetti siano utili o meno. Il punto è un altro: quanto è costato al Paese, in termini di libertà di scelta, ottenere quelle risorse?

È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, dove l’attenzione continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulle somme ricevute.

Eppure il Pnrr avrebbe dovuto lasciare una lezione molto semplice. La convenienza di un finanziamento non si misura soltanto dal tasso di interesse, ma anche dai vincoli che esso impone.

Lo stesso interrogativo si ripropone oggi con i nuovi programmi europei destinati alla Difesa. Se uno Stato è in grado di finanziarsi sul mercato a condizioni analoghe, o comunque non significativamente peggiori, quale vantaggio giustifica l’accettazione di ulteriori livelli di condizionamento burocratico e programmatorio?

La domanda diventa ancora più rilevante se si considera che il debito europeo emesso per finanziare il Next Generation EU terminerà di essere rimborsato nel 2058. E a sostenerne il costo saranno proprio gli stessi Stati membri che oggi vengono presentati come beneficiari delle risorse comunitarie.

In altre parole, una parte di ciò che oggi viene celebrato come solidarietà europea sarà finanziata domani dagli stessi contribuenti chiamati a sostenerne il rimborso. L’Italia, in quanto terzo contributore netto al bilancio dell’Unione Europea, parteciperà inevitabilmente a questo processo per decenni, attraverso i propri versamenti e attraverso le nuove risorse che Bruxelles sta progressivamente introducendo per sostenere il servizio del debito comune.

Per questo appare sempre più anacronistica la rappresentazione dell’Europa come di un soggetto capace di offrire denaro a basso costo senza particolari controindicazioni. Quella stagione appartiene al passato.

Oggi il confronto deve essere molto più ampio. Deve tenere conto del costo del denaro, ma anche dei costi amministrativi, dei tempi decisionali, della flessibilità operativa e dell’autonomia nelle scelte di investimento.

La lezione del Pnrr avrebbe dovuto essere chiara. Prima di accettare qualsiasi finanziamento europeo occorre chiedersi non soltanto quanto costa il denaro, ma quanto costano i vincoli che lo accompagnano.

Per anni Bruxelles ha potuto sostenere che quei vincoli fossero il prezzo da pagare per ottenere condizioni migliori di quelle offerte dal mercato. Oggi quel vantaggio appare sempre più ridotto.

E quando il beneficio si assottiglia fino a scomparire, resta una domanda che l’Europa continua a evitare. Vale davvero la pena rinunciare a flessibilità, autonomia e rapidità decisionale per ottenere ciò che il mercato è ormai in grado di offrire da solo?

Perché alla fine i mercati presentano un conto. Bruxelles ne presenta due.

Antonio Maria Rinaldi
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