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Da economia del profitto ad economia del benessere

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Per troppo tempo abbiamo considerato l’economia come un fine, anziché come uno strumento.

Abbiamo misurato il successo di un Paese attraverso la crescita del PIL, la redditività delle imprese e l’andamento dei mercati finanziari. Ma un’economia può crescere anche mentre aumentano le disuguaglianze, peggiorano i servizi pubblici, si impoverisce il territorio e diminuisce la qualità della vita delle persone.

La domanda da cui dovremmo ripartire è quindi molto semplice: a cosa serve l’economia?

Se serve alle persone, allora il suo obiettivo non può essere il profitto a tutti i costi. Il profitto è uno strumento utile, ma non può diventare il criterio assoluto con cui misurare il successo di una società. L’obiettivo dovrebbe essere il soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi, nel rispetto dell’ambiente, del territorio e delle generazioni future.

Dal PIL al benessere

Il PIL misura il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti, ma non misura direttamente la qualità della vita.

Una ricostruzione dopo un terremoto aumenta il PIL, ma nessuno auspicherebbe un terremoto per far crescere l’economia. Allo stesso modo, aumentano il PIL anche molte attività necessarie per riparare danni sociali o ambientali. Come le guerre…

Per questo occorre affiancare, e progressivamente rendere centrali, indicatori capaci di misurare ciò che realmente interessa alle persone: salute, istruzione, occupazione, qualità dell’ambiente, sicurezza, accesso ai servizi, distribuzione della ricchezza e qualità delle relazioni sociali.

Non si tratta di negare l’importanza dell’economia. Al contrario: si tratta di ricordare che l’economia dovrebbe misurare il benessere delle persone e non chiedere alle persone di sacrificare il proprio benessere alle esigenze dell’economia.

Il problema dei vincoli finanziari

Qui emerge la seconda grande questione: come finanziare le politiche necessarie a realizzare questo modello?

Ogni volta che si propone un investimento pubblico, una politica industriale, un piano per la sanità, la scuola o la messa in sicurezza del territorio, la risposta è quasi sempre la stessa: dove troviamo i soldi?

Il problema è che oggi lo Stato opera all’interno di vincoli costituzionali e sovranazionali che limitano il ricorso al deficit e all’indebitamento. Il pareggio di bilancio introdotto nella Costituzione e i parametri europei impongono limiti precisi alla politica fiscale.

Ma se uno Stato non dispone di strumenti adeguati per finanziare investimenti produttivi o affrontare rapidamente le emergenze, il rischio è che i vincoli finanziari finiscano per prevalere sugli obiettivi stessi della politica.

Non si tratta necessariamente di ignorare o violare i vincoli esistenti. La sfida è più interessante: individuare strumenti che consentano di finanziare lo sviluppo rispettando il quadro normativo europeo.

Ed è qui che entrano in gioco i CIC, Crediti d’Imposta Cedibili.

Il SIRE: una nuova infrastruttura fiscale

Il SIRE, Strumento Italiano di Rinascita Economica, è una piattaforma di scambio dei CIC.

In termini semplici, il cittadino o l’impresa riceve un credito che potrà utilizzare, dopo un determinato periodo, per compensare i propri debiti verso lo Stato. Ma quel credito può essere trasferito fin da subito e utilizzato volontariamente negli scambi.

La piattaforma SIRE avrebbe quindi una doppia funzione.

Da una parte costituirebbe un’infrastruttura pubblica per la gestione digitale dei crediti d’imposta; dall’altra potrebbe favorirne la circolazione nell’economia reale, creando uno strumento aggiuntivo di liquidità destinato a specifiche finalità.

Il punto centrale è che non si tratterebbe di una nuova moneta legale e neppure di un titolo di debito dello Stato, ma di un credito fiscale. La sua disciplina contabile è definita dal Manuale del Deficit e del Debito Pubblico aggiornato da Eurostat nel 2022, nel quale i CIC non sono mai considerati debito pubblico e neanche deficit, per la presenza di un adeguamento annuo all’inflazione, come incentivo a tenerlo.

L’obiettivo del SIRE è utilizzare gli spazi previsti dall’ordinamento per mobilitare risorse senza ricorrere automaticamente all’emissione di nuovo debito finanziario, tutelando anche il risparmio degli italiani.

Dove intervenire per primi

Una piattaforma nazionale SIRE per lo scambio e la gestione dei CIC potrebbe essere utilizzata prioritariamente nei settori in cui la carenza di risorse produce i maggiori costi economici e sociali.

La sicurezza del territorio dovrebbe essere una delle prime priorità. Frane, alluvioni, terremoti e altri eventi estremi non rappresentano soltanto emergenze locali: interrompono attività produttive, distruggono infrastrutture, impoveriscono le comunità e riducono il gettito fiscale. Intervenire rapidamente significa spesso spendere meno che attendere il verificarsi del danno.

Una seconda priorità riguarda gli investimenti produttivi: infrastrutture, innovazione, ricerca, energia e sviluppo delle imprese. La spesa pubblica è sostenibile quando non si limita a consumare risorse, ma contribuisce ad aumentare la capacità produttiva del Paese.

Un terzo ambito riguarda i servizi essenziali, dalla sanità all’istruzione, fino alle politiche per l’occupazione e la casa. Se il benessere diventa il principale obiettivo dell’economia, questi non possono essere considerati semplicemente dei costi da comprimere.

Il futuro non è scritto nei bilanci

Possiamo continuare a considerare inevitabile un sistema nel quale ogni investimento pubblico deve prima superare il giudizio dei mercati finanziari e nel quale la mancanza di soldi diventa la spiegazione universale per rinunciare a ciò che sarebbe necessario fare.

Oppure possiamo cominciare a progettare strumenti nuovi, utilizzando le possibilità già offerte dal diritto e dall’innovazione tecnologica, per riportare la finanza al servizio dell’economia e l’economia al servizio delle persone.

Il SIRE rappresenta una proposta in questa direzione: non una soluzione magica, ma uno strumento da discutere, verificare e, se ritenuto efficace, sperimentare.

Perché il vero limite allo sviluppo di un Paese non è soltanto la quantità di risorse disponibili. È anche la capacità di immaginare strumenti diversi per utilizzare le risorse che già possiede.

L’Italia non è un Paese privo di capacità, competenze o ricchezza. Ha bisogno soprattutto di una visione che metta insieme economia, sicurezza del territorio, lavoro e qualità della vita.

E forse il primo passo per costruire un futuro diverso è proprio questo: smettere di chiederci soltanto quanto costa cambiare e cominciare a chiederci quanto ci costa non farlo.

Fabio Conditi
Presidente dell’associazione Moneta Positiva
fondatore del Movimento culturale Un Mondo Positivo
https://unmondopositivo.it/

 

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