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Crisi geopolitica e ipocrisia verde: l’Europa riscopre le trivelle in attesa del nuovo nucleare
L’Europa riscopre le trivelle: perché estrarre gas in casa è l’unica via per l’indipendenza strategica in attesa del nuovo nucleare, superando l’ipocrisia verde di importare energia da Paesi senza tutele.

Mentre a Santa Marta, in Colombia, i delegati di 60 paesi si riuniscono per il primo vertice globale sull’abbandono dei combustibili fossili, nelle capitali del mondo industrializzato si consuma un brusco – e per certi versi inevitabile – ritorno al pragmatismo. I campioni della transizione ecologica stanno facendo i conti con una realtà ineludibile: di fronte all’instabilità globale generata dalla crisi iraniana e dallo spettro di una recessione deindustrializzante, la sicurezza e l’autonomia energetica tornano a essere il perno della sopravvivenza macroeconomica.
Il dibattito non è più solo su come “trattenere capitali”, ma su come smettere di essere ostaggi geopolitici. Molti paesi iniziano a capire che non ci può essere vera crescita se l’offerta industriale è alla mercé di forniture estere incerte, costose e politicamente condizionate.
La sindrome NIMBY globale: esternalizzare estrazione e sensi di colpa
La vera domanda che sta serpeggiando nei ministeri dell’energia occidentali è scomoda, ma necessaria: perché rifiutarsi di estrarre gas in casa, per poi comprarlo a peso d’oro da nazioni terze?
L’approccio europeo degli ultimi anni ha rasentato una sorta di “sindrome NIMBY” (Not In My Back Yard) su scala globale. Abbiamo bloccato le esplorazioni domestiche, illudendoci di essere diventati virtuosi, ma continuando a consumare idrocarburi. Il risultato? Abbiamo semplicemente esternalizzato l’impatto ambientale. Abbiamo delegato l’estrazione a Paesi (spesso in Medio Oriente, Africa o Sud America) dove le tutele ambientali e sindacali sono infinitamente inferiori, se non inesistenti, rispetto ai rigidi standard europei o nordamericani.
Le ricadute ambientali esistono ovunque, ma delegare ad altri significa perdere il controllo normativo sul processo, aggravare l’impatto ecologico locale nei Paesi produttori e, soprattutto, cedere sovranità. È un cortocircuito logico: l’atmosfera è unica. Se l’idrocarburo viene estratto e bruciato, l’impatto globale non cambia se l’estrazione avviene nel Mare del Nord o in un bacino privo di controlli dall’altra parte del mondo. Cambia, però, chi detiene il rubinetto.
La mappa del nuovo realismo strategico
La necessità di riprendere il controllo sta spingendo governi di ogni colore politico a riconsiderare lo sfruttamento delle risorse interne.
| Paese | Leader / Governo | Strategia di Autonomia e Inversioni di Rotta |
| Germania | Cancelliere F. Merz | Sviluppo delle riserve di gas nazionali. Caduto il tabù del fracking per limitare la dipendenza dalle importazioni post-crisi. |
| Paesi Bassi | Premier R. Jetten | Accelerazione dell’estrazione nel Mare del Nord. Si riconosce che il gas interno è cruciale per una transizione “lunga e complessa”. |
| Danimarca | Ministro M. Bødskov | Estensione delle licenze offshore. La linea è chiara: “Meglio il gas danese che quello extra-europeo”. |
| Messico | Presidente C. Sheinbaum | Apertura al fracking per svincolarsi dalla schiacciante dipendenza energetica dagli USA (che oggi coprono il 75% del fabbisogno di gas messicano). |
| Regno Unito | Premier K. Starmer | Forti pressioni (interne e USA) per superare il blocco alle nuove licenze nel Mare del Nord e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. |
L’Italia ha rilasciato 34 nuove licenze di ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo e nell’Adriatico e anche la Grecia sta cercando attivamente gas e petrolio nei propri mari.
Il gas come ponte, il nucleare come destinazione
Tutti questi Paesi continuano a investire nel solare e nell’eolico, ma l’industria pesante, la manifattura e le reti elettriche moderne hanno bisogno di un carico di base (baseload) costante, 24 ore su 24, che le fonti rinnovabili intermittenti oggi non possono garantire da sole, vista la mancanza di sistemi di stoccaggio su vasta scala.
In questo quadro, il recupero dello sfruttamento razionale e iper-tecnologico dei combustibili fossili interni non è una marcia indietro, ma la costruzione di un ponte. Un ponte solido e strategicamente autonomo in attesa dell’unica vera soluzione per una decarbonizzazione che non significhi decrescita felice: le forme stabili di energia di nuova generazione.
Il futuro richiede un salto tecnologico verso il nucleare di nuova generazione (inclusi gli Small Modular Reactors – SMR) e il geotermico profondo avanzato. Solo queste tecnologie potranno garantire un’energia pulita, costante e indipendente. Fino a quel momento, rinunciare alle proprie risorse per comprare quelle altrui non è ecologia: è masochismo strategico.







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