Seguici su

Energia

Guerra in Iran e crisi di Hormuz: l’AIE profetizza la fine del petrolio, ma il mercato prepara un’altra sorpresa

Mentre il Brent supera i 105 dollari per il blocco di Hormuz, l’AIE prevede la fine dell’era fossile. Ma i dati delle banche d’affari e la reazione dei paesi produttori emergenti annunciano un futuro di eccesso di offerta. Le vere conseguenze economiche della crisi.

Pubblicato

il

La guerra in Iran e la conseguente paralisi dello Stretto di Hormuz cambieranno per sempre l’industria dei combustibili fossili. Almeno, questa è la coraggiosa – e forse un po’ affrettata – tesi di Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). In un momento in cui il greggio Brent viaggia saldamente sopra i 105 dollari al barile e l’offerta fisica è letteralmente strangolata, l’AIE coglie l’occasione per suonare il de profundis dell’oro nero, prevedendo un’accelerazione senza precedenti verso rinnovabili, nucleare ed elettrificazione.

Secondo Birol, il danno alla fiducia nella sicurezza degli approvvigionamenti fossili è ormai permanente. I governi, resisi conto di essere “ostaggio di uno stretto di 50 chilometri”, rivedranno drasticamente il livello di rischio geopolitico che sono disposti a tollerare nei propri sistemi economici.

L’AIE si spinge oltre, avvertendo persino il Regno Unito sull’inutilità di nuove trivellazioni nel Mare del Nord, giudicate tardive e ininfluenti per risolvere l’attuale deficit, suggerendo che l’espansione del settore petrolifero “potrebbe non avere più senso dal punto di vista commerciale”.

Tuttavia, tra i desiderata delle istituzioni internazionali e la dura realtà dei mercati intercorre una differenza sostanziale. Guardando i numeri freddi, il quadro è ben diverso:

  • Il collasso dell’offerta: Secondo le stime di Goldman Sachs, la produzione di petrolio nel Golfo è crollata del 57% rispetto ai livelli pre-guerra. Un taglio enorme, considerando che la domanda non è elastica.
  • La distruzione della domanda: JPMorgan avverte che i prezzi dovranno salire ancora per forzare una “distruzione della domanda” sufficiente a riequilibrare il mercato.

Questi sono i classici segnali di una grave carenza fisica, non le prove di un sistema fossile in ritirata strutturale. Tutti stanno correndo a cercare petrolio, pagandolo di più e a produrne di più, chi può farlo. Non si vedono segni di sostituzione.

Da un punto di vista strettamente macroeconomico e di politica industriale, è innegabile che lo shock di Hormuz imprimerà una spinta verso l’indipendenza energetica e le fonti alternative. Tuttavia, la risposta immediata del mercato sarà molto più pragmatica. L’impennata dei prezzi sta già rendendo estremamente redditizi i giacimenti al di fuori del Medio Oriente. Paesi africani e sudamericani, attualmente liberi dai colli di bottiglia geopolitici, aumenteranno massicciamente gli investimenti e la produzione.

Il paradosso finale? Quando la crisi rientrerà e i flussi dal Golfo Persico verranno ristabiliti, il mondo si troverà con una capacità produttiva globale enormemente espansa. È quindi altamente probabile, se non quasi certo, che ci troveremo di fronte a un massiccio eccesso di offerta di petrolio e gas, con conseguenti ricadute ribassiste sui prezzi che potrebbero, ironicamente, rallentare di nuovo la transizione verde tanto auspicata da Birol.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento