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La grande fuga dal Golfo: l’Iraq cerca nuove vie per il suo petrolio
L’Iraq è in trappola a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Con le esportazioni navali crollate del 97% e perdite per 5 miliardi di dollari, Baghdad corre ai ripari lanciando un mega-oleodotto finanziato dalla Cina e rotte d’emergenza verso Siria e Turchia.

L’Iraq si è trovato in trappola. Dopo decenni passati a esportare comodamente il proprio greggio attraverso le calde acque del Golfo Persico, la crisi dello Stretto di Hormuz ha presentato a Baghdad il conto. Ed è un conto estremamente salato. La crisi è talmente profonda che si parla della sopravvivenza stessa di un Paese che vive quasi esclusivamente di petrolio. Quando circa il 90% delle entrate del tuo bilancio statale dipende da ciò che riesci a far passare attraverso uno stretto lembo di mare, e quel passaggio viene bloccato, il rischio di un collasso del sistema interno diventa una minaccia reale e quotidiana.
Per capire bene l’entità del disastro, basta guardare i numeri nudi e crudi. Prima che le tensioni geopolitiche bloccassero le rotte navali, l’Iraq viaggiava a ritmi di produzione altissimi, ben oltre i 4 milioni di barili al giorno. Le esportazioni superavano facilmente la soglia dei 3,3 milioni di barili quotidiani. Era un fiume ininterrotto di petrolio e, di conseguenza, un fiume vitale di dollari. Poi, è arrivato il blocco navale. Le esportazioni via mare sono crollate in modo drammatico, perdendo il 97% a maggio e toccando la quota minima di appena 96.000 barili al giorno. Si calcola che le mancate entrate si aggirino già sui 5 miliardi di dollari. Un colpo durissimo per le casse di uno Stato che deve pagare stipendi, garantire i servizi pubblici di base e mantenere l’ordine sociale.

Produzione ptrolifera dell’Iraq, da Tradingeconomics
Oggi la produzione sta faticosamente risalendo. Campi petroliferi giganti e fondamentali come West Qurna 1, Majnoon e Fauqi stanno lentamente riaccendendo i motori. I pozzi petroliferi non sono interruttori della luce che si accendono e si spengono in un secondo; richiedono procedure tecniche complesse e delicate. Nonostante gli sforzi, la produzione nazionale è tornata solo a circa 1,5-1,6 milioni di barili giornalieri, ben lontana dai fasti pre-crisi. Ma il problema principale rimane invariato: estrarre il greggio non serve a nulla se poi non hai un posto dove mandarlo e clienti a cui venderlo in sicurezza.
Da qui nasce la corsa disperata ai ripari del governo di Baghdad. L’obiettivo è diventato uno solo: scappare dalla dipendenza dal Golfo Persico a tutti i costi.
Le vie di fuga immediate guardano verso Turchia, Siria e Giordania. La parola d’ordine nei ministeri iracheni oggi è diversificare le rotte. Il governo ha appena approvato piani urgenti per pompare molto più petrolio verso il porto di Ceyhan, in Turchia, affacciato sul Mar Mediterraneo. L’obiettivo è sfidante: passare dagli attuali 220.000 barili a ben 770.000 barili al giorno nel giro di due mesi e mezzo.
Contemporaneamente, è stato siglato un patto con la Siria per usare i porti di Baniyas e Tartus. Nel frattempo, poiché i tubi fisici non sono ancora pronti o attivi, si usa la strada. Tra i 500 e i 700 grandi camion cisterna attraversano ogni giorno un nuovo valico di frontiera per portare il petrolio in Siria. Una vera e propria staffetta su gomma, lenta e costosa, ma necessaria per mantenere aperto un rubinetto. Anche il porto di Aqaba, in Giordania sul Mar Rosso, fa ora parte di questa nuova mappa logistica di emergenza.
Se i camion cisterna servono a non fermare del tutto il Paese oggi, per il futuro serve un’infrastruttura solida. Il vero progetto strategico è il nuovo oleodotto Bassora-Haditha. Si tratta di un’opera enorme, resa possibile da un finanziamento di 1,5 miliardi di dollari ottenuto tramite un accordo strategico con la Cina, i cui lavori inizieranno proprio in questo 2026. L’oleodotto utilizzerà tubazioni gigantesche da 56 pollici di diametro, capaci di spostare circa 2,25 milioni di barili al giorno dai pozzi del sud (Bassora) verso il nord-ovest (Haditha). Da lì, il flusso si dividerà verso la Giordania e la Siria, garantendo un accesso diretto ai mercati europei e aggirando per sempre la strozzatura di Hormuz.

Rete desiderata di oleodotti iracheni verso la Giordania e altrove
Sulla carta, questa rete multi-rotta è la soluzione perfetta. La realtà, però, è fatta di lunghi tempi di costruzione. La via d’uscita dalla trappola non sarà immediata. I grandi cantieri devono ancora aprire. Nel breve termine, la crisi resta viva e dolorosa. Le file di camion verso la Siria e l’oleodotto turco alleviano il danno, ma non rimpiazzano certo i 3 milioni di barili persi. L’Iraq sta pagando a caro prezzo una dura lezione economica e strategica: dipendere totalmente da un’unica porta d’uscita è un azzardo che nessuno Stato moderno può più permettersi.







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