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Crisi energetiche e inerzia europea: un copione che si ripete

Perché l’Europa è destinata a subire il prossimo shock energetico: tra regole fiscali rigide, aiuti di Stato che frammentano il mercato e una cronica mancanza di visione, l’industria europea perde competitività rispetto agli USA.

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Negli ultimi vent’anni, più che sviluppare una vera strategia, l’Unione Europea ha reagito alle crisi seguendo un copione prevedibile, spesso tardivo e quasi sempre dettato dagli eventi. Dietro la retorica della “coordinazione europea”, ciò che emerge è una struttura decisionale lenta, frammentata e incapace di prevenire gli shock, limitandosi a rincorrerli.

Le crisi che hanno colpito l’Europa – dalla finanza globale alla pandemia, fino allo shock energetico – hanno tutte un elemento comune: l’origine esterna. Ma il vero problema non è l’origine esogena, bensì l’incapacità dell’UE di costruire una resilienza interna credibile.

La risposta europea si è sempre basata su due strumenti: politica fiscale e politica monetaria. Tuttavia, questa apparente “cassetta degli attrezzi” è in realtà il segno di una debolezza strutturale. La politica fiscale resta vincolata a regole che vengono sospese solo in emergenza, mentre la politica monetaria della BCE è spesso costretta a compensare le contraddizioni di un sistema incompleto.

Nel 2008, l’intervento è stato reattivo e concentrato sul salvataggio del sistema bancario, senza affrontare le fragilità strutturali. Nella crisi dei debiti sovrani, l’Europa ha imposto aggiustamenti pro-ciclici, aggravando la recessione. Durante la pandemia, si è arrivati a strumenti comuni solo dopo mesi di esitazioni. E con la crisi energetica legata al conflitto in Ucraina, l’Unione ha oscillato tra interventi frammentati e una politica monetaria restrittiva che ha finito per comprimere la crescita.

Oggi, di fronte al rischio di nuove tensioni nel Golfo, il quadro non appare diverso. L’Europa si trova nuovamente esposta sul fronte energetico, senza aver realmente risolto la propria dipendenza strategica. Il rischio è quello di un nuovo shock sui prezzi dell’energia, con effetti immediati su inflazione, competitività e crescita economica.

Il nodo centrale è l’asimmetria. Gli Stati Uniti beneficiano di una maggiore autosufficienza energetica, mentre l’Europa resta vulnerabile a shock esterni. Questo divario si traduce in costi più elevati per le imprese europee e in una perdita di competitività che rischia di diventare strutturale.

I settori più energivori – fertilizzanti, chimica, acciaio – sono i primi a risentirne, ma l’impatto si estende rapidamente a tutta la filiera produttiva. L’aumento dei costi si trasferisce lungo le catene del valore, fino ai consumatori, alimentando pressioni inflazionistiche e comprimendo la domanda interna.

Di fronte a questi scenari, le possibili risposte europee appaiono già scritte, ma non per questo rassicuranti.

Nel caso di uno shock contenuto, si assisterebbe a una proliferazione di misure nazionali, con aiuti di Stato disomogenei che rischiano di frammentare ulteriormente il mercato unico. In uno scenario più prolungato, emergerebbe la consueta richiesta di maggiore coordinamento europeo, che però si traduce spesso in compromessi al ribasso e interventi tardivi.

Nel caso peggiore, quello di una crisi sistemica, l’Unione ricorrerebbe ancora una volta a strumenti straordinari, sospendendo le proprie regole dopo averle rigidamente difese. Un paradosso che evidenzia l’inadeguatezza dell’attuale architettura economica europea.

Il problema, infatti, non è la mancanza di strumenti, ma la mancanza di visione. L’Europa continua a reagire alle crisi senza mai anticiparle, trasformando ogni emergenza in un esercizio di gestione dell’urgenza piuttosto che in un’occasione di riforma strutturale.

Per le imprese, questo contesto rappresenta un fattore di incertezza permanente. Non basta più monitorare le decisioni europee: è necessario prevederne le contraddizioni. La crescente enfasi su autonomia strategica, resilienza e transizione energetica rischia di tradursi in un aumento dell’intervento pubblico e in una regolazione più invasiva, senza però garantire un reale rafforzamento del sistema economico.

A ciò si aggiunge il rischio di una crescente divergenza tra Stati membri. Le differenze nella capacità fiscale portano a risposte nazionali sempre più disomogenee, minando le basi stesse del mercato unico e creando distorsioni competitive.

In definitiva, l’Unione Europea non appare come un attore capace di guidare i processi, ma piuttosto come un sistema che si adatta, lentamente e con difficoltà, agli shock esterni. In questo contesto, le imprese più competitive non saranno quelle che si limiteranno a seguire le regole, ma quelle che sapranno muoversi in anticipo rispetto a un quadro regolatorio instabile e spesso incoerente.

Gli shock energetici, dunque, non sono solo crisi da gestire, ma rivelatori delle fragilità profonde del modello europeo. E finché queste fragilità non verranno affrontate, ogni nuova crisi rischierà di riproporre lo stesso schema: ritardo, frammentazione e, infine, intervento emergenziale.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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