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Contro Vannacci una campagna di paura che non convince più nessuno

L’ascesa di Roberto Vannacci e Futuro Nazionale spaventa i grandi media, ma la realtà è un’altra: gli elettori non vogliono dividere il centrodestra, chiedono solo che le promesse politiche ed economiche vengano mantenute. Un’analisi chiara su media, fiducia e credibilità.

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C’è un esercizio che ogni cittadino dovrebbe compiere periodicamente: disintossicarsi dai giornali. Non significa smettere di informarsi, ma imparare a distinguere i fatti dalle narrazioni costruite per orientare il consenso. Vale soprattutto oggi, di fronte al fenomeno politico rappresentato da Roberto Vannacci e da Futuro Nazionale.

Da settimane una parte consistente dell’informazione, sia quella apertamente schierata sia quella che si presenta come indipendente, racconta la crescita di Vannacci come un pericolo per il centrodestra e, indirettamente, come un favore alla sinistra. È una tesi ripetuta con tale insistenza da apparire quasi un dogma. Peccato che sia fondata più sulla paura che sull’analisi politica.

Il presupposto da cui parte questa narrazione è semplice: qualsiasi soggetto che raccolga consenso nell’area del centrodestra sarebbe inevitabilmente un fattore di divisione. Ma la realtà è più complessa.

Futuro Nazionale non nasce per contestare i programmi del centrodestra. Nasce, al contrario, dalla convinzione che molti di quei programmi siano rimasti incompiuti o siano stati progressivamente accantonati. È una differenza sostanziale che molti commentatori fingono di non vedere.

Governare significa mediare, confrontarsi con i vincoli della realtà, accettare compromessi. Nessuno lo mette in discussione. Tuttavia esiste una distanza evidente tra il compromesso necessario all’azione di governo e l’abbandono delle priorità che avevano consentito di conquistare la fiducia degli elettori.

È proprio in questo spazio che si colloca la proposta politica di Vannacci.

Ridurre tutto allo slogan secondo cui “se cresce Vannacci vince la sinistra” significa non comprendere ciò che sta accadendo nel Paese. Non si tratta di cittadini che hanno cambiato idee o che guardano con favore agli avversari politici. Si tratta di elettori che continuano a riconoscersi nei valori e negli obiettivi del centrodestra, ma che chiedono una maggiore coerenza tra gli impegni assunti e i risultati ottenuti.

Per questo la rappresentazione di Vannacci come un fattore di destabilizzazione appare sempre meno credibile. Molti lo vedono invece come uno strumento di garanzia politica, una presenza capace di ricordare quotidianamente che le promesse formulate durante le campagne elettorali non possono essere archiviate il giorno dopo le elezioni.

Le accuse più fantasiose, dalle presunte vicinanze con ambienti politici avversari fino alle immancabili teorie su accordi sotterranei e strategie occulte, finiscono per rivelare più le preoccupazioni di chi le formula che la realtà dei fatti. Quando un fenomeno politico viene sistematicamente delegittimato senza affrontarne le ragioni profonde, il rischio è quello di confondere l’effetto con la causa.

La crescita di Futuro Nazionale non nasce dalla forza delle polemiche. Nasce dalla debolezza delle risposte offerte a una parte dell’elettorato che attende ancora il mantenimento di molti impegni assunti.

Ecco perché la domanda da porsi non è se Vannacci sottragga voti al centrodestra. La domanda vera è un’altra: perché tanti elettori che avevano creduto in un determinato progetto politico oggi ritengono necessario un soggetto che ricordi costantemente alla futura maggioranza ciò che aveva promesso?

Le prossime elezioni non si vinceranno attraverso campagne di allarme o tentativi di demonizzazione. Si vinceranno sulla credibilità.

E la credibilità nasce da un principio elementare: gli elettori possono accettare ritardi, difficoltà e compromessi. Accettano molto meno che gli impegni assunti vengano dimenticati o sostituiti da nuove narrazioni.

Per questo chi interpreta ogni consenso a Vannacci come un favore alla sinistra rischia di non cogliere il punto essenziale. Una parte crescente del Paese non sta chiedendo un cambio di campo politico. Non sta chiedendo una rivoluzione degli equilibri esistenti. Sta chiedendo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più impegnativo: che gli impegni assunti davanti agli elettori non restino slogan da campagna elettorale ma si traducano in decisioni concrete.

La fiducia non si alimenta con le dichiarazioni, con le rassicurazioni o con le narrazioni confezionate nei palazzi della politica e rilanciate da certa informazione. La fiducia si alimenta con i risultati.

Antonio Maria Rinaldi

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