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La grande illusione green dell’AI: la corsa ai data center riaccende il fossile e fa esplodere le emissioni di Big Tech

Tra il 2025 e il 2026 le emissioni di Google e Microsoft salgono del 25%: la fame energetica dell’AI rilancia il gas e minaccia la tenuta delle reti industriali.

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La favola della Silicon Valley a impatto zero si è infranta contro la realtà energetica dell’intelligenza artificiale. I grandi impegni sul clima e le promesse di decarbonizzazione vengono rapidamente accantonati: per alimentare la voracità dei nuovi modelli di calcolo servono quantità enormi di elettricità, subito e a qualunque costo, pulita o fossile che sia.

I bilanci ufficiali mostrano un aumento a doppia cifra delle emissioni generate dai giganti digitali tra il 2025 e il 2026. L’impronta carbonica combinata di Google, Microsoft e Amazon ha raggiunto nell’ultimo anno fiscale 19 milioni di tonnellate equivalenti di CO2: una cifra pari alle emissioni complessive di un terzo della Francia.

AziendaCrescita emissioni (2025-2026)Impatto operativo principale
Google+25%Espansione massiccia server farm AI
Microsoft+25%Infrastrutture cloud per modelli generativi
Amazon+16%Nuovi poli data center e logistica

Il caso più eclatante riguarda Amazon nel Texas meridionale. Il colosso dell’e-commerce ha avviato investimenti su una centrale termoelettrica a gas naturale su larga scala per supportare un gigantesco hub di data center. Se completato secondo i piani, l’impianto sarà la singola centrale più inquinante di tutti gli Stati Uniti, con l’autorizzazione a rilasciare fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno.

Michael Thomas, fondatore della società di monitoraggio Cleanview, ha spiegato al New York Times che la mossa di Amazon non rappresenta un’eccezione isolata, ma il chiaro presagio di ciò che attende il settore nei prossimi anni.

Il paradosso più grave, tuttavia, non risiede solo nei consumi diretti delle sale server. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica NPJ Climate Action (Nature) evidenzia un problema economico strutturale: l’impatto indiretto dell’AI sui settori tradizionali.

Molti osservatori sostengono che gli algoritmi renderanno le reti più efficienti. I modelli matematici dimostrano l’opposto: se l’industria dei combustibili fossili ottiene anche solo un minimo incremento di efficienza economica grazie all’adozione dell’AI, le emissioni totali aggiunte supereranno nettamente quelle risparmiate altrove.

Nello scenario in cui rinnovabili e combustibili fossili traggano identico vantaggio competitivo dalle tecnologie AI, le emissioni globali di CO2 aumenteranno tra 0,47 e 1,8 miliardi di tonnellate all’anno. Come ha dichiarato Holly Alpine, coautrice della ricerca, al Wall Street Journal: «Nella stima più prudente, parliamo di un volume di emissioni paragonabile a quello generato dall’intero Messico in un anno.»

Per compensare questo squilibrio, il settore delle rinnovabili dovrebbe ottenere guadagni di efficienza da quattro a cinque volte superiori rispetto al settore fossile. Si tratta di un traguardo tecnicamente e politicamente irrealistico senza massicci investimenti pubblici e una guida industriale mirata.

L’intelligenza artificiale rischia di rafforzare la supremazia economica delle fonti fossili anziché accelerare la transizione, lasciando le economie occidentali ostaggio di una domanda energetica fuori controllo e di una rete infrastrutturale impreparata. Il problema è che la transizione teorica non ha tenuto conto dell’aumento potenziale della domanda. Purtroppo qusto si sta realizzando e tutte le leggi della UE non riescono a impedirlo o non offrono un’alternativa efficace.

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