Economia
Spagna, il “miracolo” economico va ridimensionato: più Pil non significa automaticamente più ricchezza

La Spagna cresce più dell’Italia, della Francia e della Germania. Il dato è difficilmente contestabile. Più discutibile è la narrazione costruita intorno al cosiddetto “miracolo spagnolo”, secondo la quale l’aumento della popolazione immigrata starebbe rendendo automaticamente il Paese più ricco e dimostrerebbe la superiorità del modello progressista di Pedro Sánchez.
Il primo equivoco riguarda la differenza tra crescita complessiva e benessere individuale. Se aumenta rapidamente la popolazione e cresce il numero degli occupati, il Pil sale quasi inevitabilmente. Ma una torta più grande non garantisce che ogni fetta diventi più consistente. Per capire se i cittadini siano davvero più ricchi bisogna osservare il Pil pro capite, la produttività, i salari reali, i consumi delle famiglie e il costo dell’abitazione.
È la stessa Banca di Spagna, in uno studio dedicato al periodo 2022-2024, a offrire una lettura più prudente. La popolazione straniera ha contribuito alla crescita e all’occupazione e avrebbe fornito tra 0,4 e 0,7 punti percentuali all’aumento medio annuo del Pil pro capite. Un apporto positivo, dunque, che sarebbe sbagliato negare. Ma molto più contenuto rispetto alla rappresentazione secondo cui l’immigrazione sarebbe il motore quasi esclusivo del successo spagnolo. La crescita pro capite media del periodo è stata del 2,9% e soltanto una parte può essere attribuita direttamente alla componente straniera.
Cardoso e García individuano una parte delle cause nella minore anzianità aziendale dei nuovi lavoratori, ma chiamano in causa anche carenze più profonde: formazione, riconoscimento delle competenze e accesso alle occupazioni a maggiore valore aggiunto. È dunque la qualità dell’integrazione economica, non il semplice numero degli ingressi, a determinare se l’immigrazione possa accrescere stabilmente la ricchezza individuale. Se un ingegnere, un tecnico o un laureato viene impiegato in mansioni inferiori alle proprie qualifiche, il Paese aumenta il numero degli occupati ma spreca una quota del capitale umano disponibile.
A confermare questa lettura equilibrata è una ricerca ancora più recente di BBVA Research, pubblicata il 30 giugno 2026 e firmata dagli economisti Miguel Cardoso e Juan Ramón García. Tra il 2022 e il 2025, osservano i due studiosi, la popolazione nata all’estero è aumentata di circa due milioni di persone, raggiungendo quota 9,5 milioni, mentre il Pil pro capite è cresciuto mediamente dell’1,8% annuo. Se si attribuisse ai lavoratori immigrati la stessa produttività oraria degli spagnoli, il loro contributo spiegherebbe circa il 40% dell’aumento del Pil pro capite. Ma BBVA stima che la produttività oraria dei lavoratori stranieri sia mediamente inferiore del 20%: correggendo il calcolo per questo divario, il contributo scende a circa un quarto della crescita complessiva. Un dato positivo, ma assai lontano dall’idea che l’espansione economica spagnola dipenda quasi interamente dall’immigrazione
L’immigrazione aumenta l’offerta di lavoro e permette di coprire posti nell’agricoltura, nel turismo, nella ristorazione, nell’edilizia, nella logistica e nell’assistenza. Tuttavia, se la nuova occupazione si concentra prevalentemente in comparti a minore valore aggiunto, il Pil complessivo può crescere senza determinare un analogo salto della produttività per occupato. Il problema spagnolo resta infatti quello di trasformare la quantità di lavoro in qualità della crescita, attraverso innovazione, formazione, investimenti e imprese più grandi e competitive.
Anche l’Ocse, pur riconoscendo la solidità della ripresa spagnola, invita a non confondere il buon andamento con la soluzione dei problemi strutturali. Il Pil pro capite cresce più lentamente del Pil complessivo proprio a causa del forte incremento della popolazione. La disoccupazione, nonostante il miglioramento, rimane inoltre superiore al 10% ed è ancora la più alta tra i principali Paesi europei, più del doppio della media Ocse. Il tasso di occupazione resta inferiore alla media dell’organizzazione e persistono difficoltà nella formazione, nell’innovazione e nell’accesso alla casa.
C’è poi un dato che ridimensiona più di ogni altro il confronto trionfalistico con l’Italia. Nel 2024 il Pil pro capite nominale spagnolo era di circa 32.600 euro, contro oltre 37.000 euro in Italia, 42.600 in Francia e più di 50.000 in Germania. Anche correggendo il dato per il diverso costo della vita, la Spagna si collocava al 91% della media europea, mentre l’Italia era al 98%.
La distanza emerge ancora più chiaramente dai consumi individuali effettivi, l’indicatore Eurostat che misura i beni e i servizi realmente utilizzati dalle famiglie, compresi quelli forniti dallo Stato. Nel 2024 la Spagna era al 92% della media europea, l’Italia al 98%, la Francia al 106% e la Germania al 118%. In altri termini, l’economia spagnola corre più velocemente, ma il livello materiale di vita dei cittadini rimane inferiore a quello italiano e sensibilmente più lontano da Francia e Germania.
È quindi vero che Madrid sta recuperando terreno, ma lo fa partendo da una posizione più arretrata. Un Paese con un Pil pro capite più basso può registrare percentuali di crescita elevate senza superare chi cresce meno ma dispone di una base economica più ampia. È il normale “effetto rincorsa”: il 3% spagnolo e l’1% italiano non possono essere letti prescindendo dai livelli di partenza.
La crescita spagnola, inoltre, beneficia del turismo, dell’aumento della popolazione, dei consumi pubblici e dell’attuazione del Next Generation EU. Non si tratta di basi inesistenti: l’Ocse riconosce una domanda interna robusta, un saldo positivo delle partite correnti e investimenti in ripresa. Ma sono fattori che non garantiscono da soli un miglioramento strutturale della produttività. Non a caso le previsioni indicano un progressivo rallentamento: dal 3,5% del 2024 al 2,9% nel 2025, al 2,2% nel 2026 e all’1,8% nel 2027.
A pesare sulla vita quotidiana è soprattutto l’emergenza abitativa. L’aumento della popolazione e la concentrazione dei nuovi residenti nelle aree urbane e turistiche hanno accresciuto la domanda di case più rapidamente dell’offerta. Affitti e prezzi sono diventati un ostacolo per giovani, lavoratori e famiglie. Una parte della nuova ricchezza statistica viene così assorbita dal costo dell’abitazione e non si traduce nella percezione di un maggiore benessere.
Questo non significa che l’immigrazione impoverisca necessariamente la Spagna. I dati mostrano un contributo positivo all’occupazione e anche, seppure più limitato, al Pil pro capite. Dimostrano però che l’immigrazione non è una politica economica autosufficiente. Se non è accompagnata da investimenti, selezione delle competenze, integrazione, edilizia e crescita della produttività, può allargare l’economia senza migliorare nella stessa misura le condizioni di chi vi abita.
Il confronto con l’Italia di Giorgia Meloni, dunque, è meno negativo di quanto suggeriscano le sole percentuali del Pil. L’Italia cresce più lentamente, ma conserva un Pil pro capite e consumi individuali superiori, ha raggiunto livelli record di occupazione e dispone di una struttura manifatturiera ed esportatrice più ampia. Restano problemi storici, a cominciare dalla produttività e dai salari, ma non esiste alcun sorpasso spagnolo nel benessere reale.
Il “miracolo Sánchez” esiste se si guarda alla velocità. Diventa molto più relativo se si osservano il punto di partenza, la ricchezza per abitante, la disoccupazione e ciò che rimane concretamente nelle tasche delle famiglie. La Spagna sta recuperando, non ha ancora superato l’Italia. E l’immigrazione contribuisce ad aumentare il Pil, ma non basta a rendere un Paese più produttivo e i suoi cittadini automaticamente più ricchi.









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