Seguici su

ItaliaOpinioniPolitica

Vannacci dice oggi ciò che Napolitano fece ieri. La memoria corta della Sinistra

Vannacci chiede il rimpatrio per i clandestini e scoppia la polemica. Ma la sinistra dimentica che i Centri di Permanenza e le espulsioni furono introdotti nel 1998 da Giorgio Napolitano. La storia e le ricadute economiche di un paradosso politico.

Pubblicato

il

C’è qualcosa che non torna nel dibattito italiano sull’immigrazione. Quando Roberto Vannacci sostiene che gli immigrati clandestini debbano essere rimpatriati e che gli stranieri responsabili di reati non possano continuare a soggiornare nel nostro Paese, una parte della sinistra reagisce come se si trovasse di fronte a una proposta incompatibile con la tradizione democratica italiana. Eppure la storia racconta una vicenda assai diversa.

Per comprenderlo basta tornare al 1998, quando il governo di centrosinistra approvò la legge Turco-Napolitano, una delle più importanti riforme in materia di immigrazione della storia repubblicana. Al Ministero dell’Interno sedeva Giorgio Napolitano, figura destinata negli anni successivi a diventare Presidente della Repubblica e punto di riferimento della cultura politica progressista italiana.

Nella memoria collettiva quella legge viene spesso ricordata per gli aspetti relativi all’integrazione e alla regolazione dei flussi migratori. Più raramente si ricorda che la stessa normativa prevedeva l’espulsione degli immigrati irregolari, l’accompagnamento alla frontiera e l’istituzione dei Centri di permanenza temporanea, i CPT, destinati al trattenimento degli stranieri in attesa di rimpatrio. In altre parole, il principio secondo cui uno Stato ha il diritto e il dovere di allontanare chi non possiede i requisiti per permanere sul proprio territorio non nasce con Vannacci, né con il centrodestra, né con i movimenti sovranisti. Era già parte integrante della legislazione voluta da un governo di centrosinistra.

È opportuno ricordare che la legge Turco-Napolitano non è stata cancellata dalla storia legislativa italiana. Essa costituì il nucleo del Testo Unico sull’Immigrazione e venne successivamente modificata, in particolare dalla legge Bossi-Fini del 2002. Tuttavia, pur tra correzioni, integrazioni e cambiamenti normativi, il principio fondamentale è rimasto immutato: distinguere tra immigrazione regolare e clandestina e consentire allo Stato di procedere all’espulsione e al rimpatrio di chi non possiede i requisiti per soggiornare in Italia.

La questione assume una rilevanza ancora maggiore se si considera il contesto dell’epoca. Alla fine degli anni Novanta l’Italia era esposta a una pressione migratoria molto inferiore rispetto a quella attuale. I flussi erano più contenuti, gli sbarchi più limitati e il fenomeno dell’immigrazione clandestina non aveva ancora assunto le dimensioni che avrebbe raggiunto negli anni successivi. Eppure proprio in quel quadro il centrosinistra ritenne necessario dotarsi di strumenti specifici per identificare, trattenere ed espellere gli immigrati irregolari.

I CPT introdotti dalla Turco-Napolitano sono stati successivamente modificati e rinominati nel corso degli anni fino agli attuali CPR. Sono cambiate le denominazioni e alcune procedure, ma la logica originaria del trattenimento finalizzato al rimpatrio è rimasta parte integrante dell’ordinamento italiano.

È proprio questo il punto che oggi sembra sfuggire a molti osservatori. Se nel 1998, con numeri assai più contenuti di quelli odierni, il centrosinistra considerava necessario predisporre strumenti per il rimpatrio degli immigrati clandestini, perché dovrebbe essere considerato scandaloso discuterne oggi, in una situazione oggettivamente più complessa?

Naturalmente nessuno sostiene che la legge Turco-Napolitano abbia risolto il problema dell’immigrazione irregolare. Se così fosse, l’Italia non si troverebbe oggi ad affrontare le difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti. Il punto, tuttavia, è un altro. Già nel 1998 il centrosinistra riconosceva la necessità di distinguere tra immigrazione regolare e clandestina e di dotare lo Stato di strumenti per rendere effettivi i rimpatri. Il problema non è mai stato soltanto la norma. È stata, semmai, la capacità di applicarla con continuità ed efficacia nel corso degli anni, indipendentemente dal colore politico dei governi che si sono succeduti.

La memoria selettiva, peraltro, non è una prerogativa esclusivamente italiana. Basta guardare agli Stati Uniti. Barack Obama continua a essere celebrato come il simbolo del progressismo moderno e dell’inclusione. Tuttavia, durante i suoi due mandati, l’amministrazione federale registrò oltre tre milioni di provvedimenti di allontanamento e rimpatrio, raggiungendo livelli che per anni hanno rappresentato il massimo storico negli Stati Uniti. Non fu la destra americana a criticare quella politica, ma una parte dello stesso mondo progressista, che arrivò ad attribuire a Obama il soprannome di “Deporter in Chief”.

Eppure quel dato raramente trova spazio nel racconto dominante. Quando i rimpatri e gli allontanamenti venivano effettuati sotto Obama erano presentati come una gestione pragmatica delle frontiere e della sicurezza nazionale. Quando politiche analoghe vengono sostenute da Donald Trump diventano invece la prova di una presunta deriva radicale. Cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile.

Lo stesso sembra accadere oggi in Italia. Nessuno sostiene che Giorgio Napolitano e Roberto Vannacci condividano la medesima cultura politica o la stessa visione della società. Sarebbe una forzatura. Il punto è un altro: il principio del rimpatrio degli immigrati clandestini era considerato pienamente compatibile con lo Stato di diritto quando veniva sostenuto da Napolitano e dal centrosinistra. Oggi, invece, chi richiama quello stesso principio viene frequentemente rappresentato come un estremista.

Resta allora una domanda che meriterebbe una risposta meno ideologica e più storica. Se Giorgio Napolitano fosse oggi al Ministero dell’Interno, di fronte a una pressione migratoria incomparabilmente superiore a quella esistente alla fine degli anni Novanta, davvero rinuncerebbe agli strumenti che lui stesso contribuì a introdurre?

Nessuno può saperlo. Una cosa però è certa: nel 1998 Napolitano ritenne che uno Stato serio dovesse poter espellere gli immigrati irregolari e trattenere coloro che erano destinatari di un provvedimento di rimpatrio.

Forse, allora, il problema non è ciò che dice Roberto Vannacci. Forse il problema è che a dirlo sia Roberto Vannacci perché non è di sinistra. Perché se le stesse parole fossero pronunciate oggi da Giorgio Napolitano, molti di coloro che gridano allo scandalo probabilmente le definirebbero semplicemente senso dello Stato.

Antonio Maria Rinaldi

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento