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Vannacci e il vuoto che il centrodestra non vuole vedere
Futuro Nazionale cresce nei sondaggi mentre i partiti di governo tremano. La rabbia degli elettori di fronte ai voti europei e le drammatiche conseguenze sui portafogli degli italiani. Ecco perché il sistema ha paura.

A poco più di quattro mesi dalla nascita di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci non può più essere liquidato come una semplice parentesi mediatica. La rapidità con cui ha raccolto adesioni, costruito comitati territoriali e conquistato visibilità pubblica segnala l’esistenza di una domanda politica reale. Piaccia o meno, siamo di fronte a un fenomeno che intercetta una parte dell’elettorato di destra oggi inquieta, delusa o comunque alla ricerca di una rappresentanza più riconoscibile.
La reazione più nervosa, non a caso, non è arrivata dalla sinistra. È arrivata soprattutto dai partiti della maggioranza. Ed è comprensibile: il bacino elettorale a cui guarda Vannacci è lo stesso che ha consentito al centrodestra di vincere le elezioni e di governare il Paese. Il timore di una sottrazione di voti è dunque evidente.
Ma fermarsi a questa spiegazione significa osservare soltanto la superficie del problema.
La domanda politica vera non è come fermare Vannacci. È perché Vannacci sia nato e perché cresca con questa rapidità. Nessun movimento raccoglie consenso nel vuoto. Se in pochi mesi riesce a organizzarsi, radicarsi e attrarre attenzione, significa che sta occupando uno spazio lasciato scoperto da altri.
Ed è proprio qui che la maggioranza dovrebbe interrogarsi con maggiore lucidità.
Una parte dell’elettorato di centrodestra ritiene che tra le promesse formulate in campagna elettorale e l’azione politica concreta si sia aperta una distanza sempre più visibile. Non soltanto sui dossier nazionali, ma soprattutto su quelli europei. A Bruxelles e Strasburgo, infatti, le votazioni e gli allineamenti politici sono diventati per molti elettori un banco di prova della coerenza dei partiti.
È possibile che a Palazzo Chigi non si siano accorti che questo tema pesa? È possibile che non abbiano compreso come venga percepito il comportamento di Forza Italia nelle istituzioni europee?
Per una parte crescente dell’elettorato di centrodestra, Forza Italia appare infatti sempre più spesso allineata alle posizioni sostenute dal Partito Democratico e dalle forze della sinistra europea su numerosi dossier discussi a Bruxelles e Strasburgo.
Si può condividere o contestare questa valutazione. Ma ignorarla sarebbe un errore politico. Si può difendere quella scelta, spiegarla, rivendicarla come espressione di una cultura politica europeista o come appartenenza a una determinata famiglia politica. Ma non si può pretendere che gli elettori non la vedano. Oggi i cittadini controllano, confrontano, seguono le votazioni, osservano le alleanze e verificano la coerenza tra le promesse e i comportamenti concreti. Non sono più disposti ad accettare che in Italia si dica una cosa e a Bruxelles se ne faccia un’altra.
Anche perché le decisioni assunte nelle istituzioni europee non restano confinate nei corridoi del Parlamento europeo o negli uffici della Commissione. Producono effetti concreti sull’economia reale, sulle imprese, sull’agricoltura, sul costo dell’energia, sul potere d’acquisto delle famiglie e, più in generale, sulle condizioni di vita dei cittadini.
Ed è proprio questa la vera cartina di tornasole. Gli elettori non giudicano soltanto le dichiarazioni dei leader politici. Valutano soprattutto le conseguenze delle scelte che vengono compiute. Quando gli effetti di determinate politiche vengono percepiti direttamente nella vita quotidiana, diventa molto più difficile sostenere una narrazione che non coincida con l’esperienza concreta delle persone.
Per questo una parte crescente dell’elettorato non si limita più ad ascoltare ciò che viene promesso, ma confronta quelle promesse con i risultati effettivamente ottenuti. E quando rileva una distanza tra le due cose, trae le proprie conclusioni.
È dentro questa frattura che cresce Futuro Nazionale. Per questo gli attacchi rivolti a Vannacci rischiano di essere politicamente inefficaci. Colpiscono il sintomo, non la causa. Se una parte dell’elettorato si sposta, non lo fa perché qualcuno glielo impone. Lo fa perché ritiene che altri non stiano più rappresentando ciò per cui avevano chiesto il suo consenso.
La sinistra, da questo punto di vista, appare più cauta. Sa che il fenomeno Vannacci riguarda innanzitutto il campo del centrodestra. Più interessante è invece l’agitazione dei piccoli partiti, da Renzi a Calenda, che intravedono nella possibile erosione della maggioranza un’occasione per tornare determinanti. È una dinamica antica della politica italiana: pochi voti possono pesare molto se diventano indispensabili.
Ma il centro della questione resta il rapporto tra promessa e coerenza. Se il centrodestra ha vinto parlando di sovranità, identità, sicurezza, difesa degli interessi nazionali e discontinuità rispetto a certi automatismi europei, poi non può stupirsi se una parte dei suoi elettori guarda con crescente diffidenza a comportamenti percepiti come più vicini al campo progressista che a quello conservatore.
Questa insoddisfazione non nasce da una campagna mediatica. Nasce da una valutazione politica che molti elettori formulano osservando ciò che accade.
Anche il sistema dell’informazione dovrebbe interrogarsi. Molti giornali e molti direttori farebbero probabilmente un servizio migliore al Paese se dedicassero più attenzione alle cause dei fenomeni politici anziché limitarsi a descriverne o contestarne gli effetti.
Nelle redazioni queste dinamiche sono perfettamente conosciute. Chi segue quotidianamente la politica sa bene quali siano le tensioni interne al centrodestra, quali siano le divergenze che emergono nelle istituzioni europee e quali siano le delusioni che attraversano una parte del suo elettorato.
Eppure spesso il dibattito pubblico preferisce concentrarsi sui protagonisti piuttosto che sulle motivazioni profonde che ne spiegano il successo.
Perché i cittadini queste cose le sanno. Le vedono. E sempre più spesso non hanno bisogno che qualcuno gliele racconti. Dispongono di strumenti che consentono loro di verificare direttamente dichiarazioni, votazioni e comportamenti politici. La capacità di orientamento dell’informazione tradizionale non è più quella di una volta e, talvolta, campagne mediatiche troppo aggressive finiscono persino per produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
Alla fine, al netto delle polemiche, degli attacchi e delle dichiarazioni di circostanza, tutte queste reazioni possono essere ricondotte a una spiegazione molto più semplice.
Hanno paura.
Non della persona di Roberto Vannacci e nemmeno di Futuro Nazionale in quanto tale. Hanno paura che una parte dell’elettorato di centrodestra trovi finalmente qualcuno disposto a dire ciò che molti cittadini pensano da tempo: che una parte della destra italiana abbia progressivamente smarrito la bussola che aveva indicato agli elettori durante la campagna elettorale.
È questa la vera questione politica. Perché quando nasce un nuovo soggetto capace di ricordare agli elettori ciò che era stato promesso e di confrontarlo con ciò che è stato realmente fatto, diventa inevitabilmente scomodo per chi governa.
Tutto il resto — le polemiche, le accuse, gli allarmi e le caricature — rischia di essere soltanto il rumore di fondo prodotto da una preoccupazione molto più concreta: che un numero crescente di elettori stia arrivando alla stessa conclusione.
E c’è un’ultima considerazione che molti oggi preferiscono non fare. Ci volete scommettere?
Se alle prossime elezioni Futuro Nazionale dovesse ottenere una percentuale a due cifre, e per di più consistente, il panorama politico cambierebbe molto rapidamente. In politica i principi spesso resistono finché non arrivano i risultati delle urne.
Per questo non sarebbe affatto sorprendente vedere gli stessi soggetti che oggi chiudono ogni porta a Vannacci diventare domani i primi a bussare. E probabilmente non con discrezione, ma con grande convinzione.
La storia politica italiana è ricca di esempi simili. Finché una forza viene considerata marginale la si attacca, la si deride o la si ignora. Quando però quella stessa forza si presenta con un consenso elettorale rilevante, improvvisamente diventa un interlocutore da ascoltare, da corteggiare e, se necessario, da coinvolgere.
È una delle poche regole che in politica non passano mai di moda: i voti hanno sempre l’ultima parola.
Per questo il centrodestra farebbe bene a porsi una domanda meno comoda ma più utile: non come fermare Vannacci, ma che cosa ha fatto per renderlo possibile.
Antonio Maria Rinaldi







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