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Vannacci alla gogna. Ma quando a cambiare partito erano Meloni, Renzi e Calenda?
Cambiare partito è tradimento solo quando conviene chiamarlo così?

A volte abbandonare il partito con il quale si è stati eletti significa tradire gli elettori. Altre volte la stessa operazione diventa una scissione, una scelta di coscienza, un atto di autonomia o l’inizio di un nuovo progetto politico. Dipende, evidentemente, da chi la compie.
Il caso di Roberto Vannacci, finito alla gogna per avere lasciato la Lega e dato vita a Futuro Nazionale, offre allora l’occasione per recuperare qualche pagina della storia politica italiana recente. Perché, a leggere certe ricostruzioni, sembrerebbe quasi che cambiare partito dopo essere stati eletti sia un’invenzione del generale.
I numeri raccontano tutt’altra storia.
Nella XVIII legislatura, dal 2018 al 2022, furono ben 304 i parlamentari che cambiarono gruppo almeno una volta: 217 deputati e 87 senatori.
Ma il fenomeno fu ancora più ampio. Molti di quei parlamentari, infatti, cambiarono appartenenza più di una volta nel corso della stessa legislatura. Se quindi ai primi cambi si aggiungono anche quelli successivi compiuti dalle stesse persone, i passaggi complessivi da un gruppo parlamentare all’altro arrivarono a 456.
Altro che eccezione.
E il fenomeno è continuato anche nella XIX legislatura iniziata nel 2022, seppure con dimensioni sensibilmente inferiori: sono già oltre sessanta i parlamentari coinvolti in cambi di appartenenza.
Il cambio di casacca, dunque, non nasce con Vannacci, non nasce con Futuro Nazionale e soprattutto non costituisce un’anomalia nella storia parlamentare italiana. Basterebbe ricordare qualche nome.
Matteo Renzi fu eletto senatore nel 2018 come esponente del Partito Democratico, del quale era stato segretario. Nel settembre 2019 lasciò il PD e fondò Italia Viva.
Carlo Calenda fu eletto al Parlamento europeo nel 2019 nelle liste del Partito Democratico. Pochi mesi dopo lasciò il PD e diede vita ad Azione.
Giorgia Meloni era stata eletta alla Camera nelle liste del Popolo della Libertà ed era stata ministro nel governo Berlusconi. Nel 2012 lasciò quell’esperienza politica e, insieme a Ignazio La Russa e Guido Crosetto, diede vita a Fratelli d’Italia.
Gianfranco Fini aveva contribuito a fondare il Popolo della Libertà insieme a Silvio Berlusconi. Dopo la rottura del 2010 nacque Futuro e Libertà, mentre Fini continuava a ricoprire la presidenza della Camera.
Angelino Alfano, rieletto deputato nel febbraio 2013 con il Popolo della Libertà, pochi mesi dopo partecipò alla nascita del Nuovo Centrodestra.
Luigi Di Maio, eletto con il Movimento 5 Stelle, nel giugno 2022 abbandonò il Movimento e, insieme a numerosi altri parlamentari, diede vita a Insieme per il Futuro.
Pier Ferdinando Casini, poi, meriterebbe quasi un capitolo a parte. Il suo è un autentico esempio da manuale della politica italiana: dalla DC al CCD, dal centrodestra all’UDC, dall’UDC all’area montiana, da Centristi per l’Europa al centrosinistra, fino al gruppo parlamentare del PD. Se il metro per giudicare una carriera politica fosse semplicemente il numero delle casacche e delle alleanze cambiate, quella di Casini sarebbe una delle biografie più difficili da ignorare.
Più recentemente Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, per anni figure di primo piano di Forza Italia e del PDL, hanno lasciato la loro precedente collocazione politica, sono passate attraverso Azione e successivamente hanno aderito a Noi Moderati.
Storie differenti, periodi differenti, motivazioni differenti. Sarebbe scorretto sostenere che siano perfettamente sovrapponibili.
Ma proprio per questo sorge una domanda: perché il principio del “tradimento” dovrebbe essere applicato soltanto in alcuni casi?
E soprattutto: siamo sicuri che per stabilire chi tradisce gli elettori sia sufficiente guardare la tessera del partito? Perché esiste un’altra faccia della questione che viene troppo spesso dimenticata.
I partiti non sono entità immobili. Cambiano. Si evolvono. Modificano politiche, strategie, alleanze, priorità e persino obiettivi. E qualche volta cambiano molto più dei parlamentari che li abbandonano.
Quante campagne elettorali abbiamo visto costruite attorno a programmi fortemente identitari, a promesse categoriche e a impegni presentati come irrinunciabili, per assistere, una volta chiuse le urne, alla loro attenuazione, reinterpretazione o completa archiviazione in funzione delle maggioranze possibili, delle alleanze e della necessità di arrivare al governo?
È una dinamica che attraversa destra, centro e sinistra. Governare significa inevitabilmente anche mediare e raggiungere compromessi. Ma proprio per questo diventa assai più difficile stabilire dove cominci e dove finisca il presunto “tradimento”.
Se un parlamentare viene eletto sostenendo determinate idee e successivamente lascia il proprio partito perché ritiene che quelle idee siano state abbandonate, chi ha cambiato posizione? L’eletto che se ne va oppure il partito che ha modificato la propria linea?
Roberto Vannacci ha posto la questione proprio in questi termini nella costruzione di Futuro Nazionale, rivendicando la continuità delle proprie posizioni e contestando invece un sistema di alleanze e compromessi che, a suo giudizio, avrebbe progressivamente modificato la linea originaria. Si può condividere oppure contestare questa interpretazione. Ma il problema politico che pone rimane.
Perché altrimenti si arriva a un principio piuttosto curioso: cambiare partito dopo essere stati eletti sarebbe tradimento; cambiare invece il programma con il quale si sono chiesti e ottenuti i voti diventerebbe semplicemente “responsabilità di governo”.
Nel caso di Vannacci c’è poi un dato che rende ancora più interessante la questione. Alle elezioni europee del 2024 raccolse 532.368 preferenze personali nelle cinque circoscrizioni.
Oltre mezzo milione di elettori non si limitarono a scegliere una lista: nel meccanismo delle elezioni europee indicarono espressamente il suo nome.
Ma rende certamente più complessa la rappresentazione secondo cui quel mandato politico apparterrebbe esclusivamente al partito. Ed è qui che la discussione dovrebbe uscire dalla contabilità delle tessere per entrare nella sostanza della rappresentanza.
Un mandato elettorale non è una cambiale in bianco consegnata né a un parlamentare né a un partito. Esiste un rapporto fra candidato, programma, formazione politica ed elettori. E tutti gli elementi di quel rapporto possono cambiare nel corso di una legislatura.
Per questo il problema non dovrebbe essere stabilire frettolosamente chi meriti l’etichetta di “traditore”, ma verificare chi sia rimasto più vicino agli impegni politici sui quali aveva chiesto il consenso. È una verifica certamente più difficile del semplice controllo di una tessera di partito. Ma è anche molto più seria.
Non si tratta, naturalmente, di sostenere che tutte le scissioni e tutti i cambi di appartenenza siano politicamente equivalenti. Non lo sono. Si tratta di pretendere un criterio elementare: lo stesso metro per tutti.
Perché una scissione non può essere descritta come legittima evoluzione politica quando riguarda qualcuno e trasformarsi improvvisamente in tradimento quando riguarda qualcun altro.
Alla fine, dunque, la domanda è una sola:
è più fedele agli elettori chi mantiene la tessera cambiando le idee o chi mantiene le idee cambiando la tessera?
Su questo si può discutere. Sul doppio standard, molto meno.
Antonio Maria Rinaldi







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