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“Una nuova primavera”: Conte contro tutti, tranne Conte

Giuseppe Conte si racconta in “Una nuova primavera”. Tra memorie di Palazzo Chigi e ambizioni future, l’analisi di un libro che oscilla tra autodifesa e mancanza di una vera strategia economica per il Paese.

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Recensire il libro di un protagonista politico così divisivo espone inevitabilmente al sospetto di faziosità. Per alcuni ogni critica sarà prevenzione ideologica; per altri ogni riconoscimento apparirà indulgenza. Proprio per questo il solo metodo serio consiste nel sospendere simpatie e antipatie personali e giudicare il testo per ciò che è: struttura, qualità della scrittura, coerenza dell’impianto, solidità delle argomentazioni, capacità di leggere i fatti che racconta. Solo su questo terreno può reggersi una valutazione onesta. E solo così si evita la scorciatoia più sterile: giudicare l’autore prima ancora di aver letto il libro.

“Una nuova primavera” di Giuseppe Conte ambisce a essere molte cose insieme: autobiografia civile, memoria istituzionale, bilancio morale di un’esperienza di governo, manifesto politico e proposta per il futuro. A giudizio di chi legge, è proprio questa ambizione enciclopedica a rappresentarne il primo limite. Quando un libro vuole insieme confessare, giustificare, interpretare e rilanciare, finisce spesso per non assolvere pienamente nessuna di queste funzioni. Ed è ciò che avviene in queste pagine: molto viene enunciato, meno viene davvero approfondito. Il volume sembra inseguire l’onnicomprensività, ma inciampa spesso nella superficialità. Vuole apparire definitivo, ma resta frequentemente sommario.

Da un autore che ha guidato due governi della Repubblica e proviene dal mondo universitario era lecito attendersi un’opera capace di fondere esperienza diretta del potere, rigore concettuale e distanza critica. Invece il volume sceglie soprattutto la via della narrazione identitaria. Il vero centro del libro non è la complessità degli eventi, bensì la ricomposizione dell’immagine pubblica dell’autore dentro quegli eventi. Più che interrogare la storia, il testo tende a ricollocare il protagonista nella storia. Più che un’analisi del potere, il libro può apparire come un tentativo di consolidamento reputazionale. Più che una riflessione sul passato, appare un investimento sul futuro politico dell’autore.

Il tratto più evidente è l’impressione di un impianto autoassolutorio che attraversa larga parte del racconto. I successi vengono attribuiti alla visione, alla tenacia, al senso istituzionale dell’autore; le crisi e i fallimenti dipendono quasi sempre da fattori esterni: avversari, apparati, resistenze, media ostili, opportunismi altrui, giochi di palazzo. È una costruzione narrativa lineare, ma troppo lineare per risultare pienamente persuasiva. La politica, soprattutto ai vertici dello Stato, non consente una distribuzione così selettiva di meriti e responsabilità. Un memoir maturo dovrebbe misurarsi anche con errori di valutazione, limiti di leadership, occasioni perdute. Qui prevale invece la logica della giustificazione retrospettiva. Il lettore attende autocritica e trova autodifesa. Si ha talvolta la sensazione che la memoria prevalga sull’esame critico di sé.

Analoga fragilità emerge nella ricostruzione del Movimento 5 Stelle, descritto come soggetto in fisiologica evoluzione da forza di protesta a forza di proposta. Formula efficace, ma insufficiente. Il Movimento non ha attraversato una lineare maturazione: ha conosciuto torsioni spesso contraddittorie. Antisistema e poi istituzionale; anti-euro e poi pragmaticamente europeista; ostile ai partiti tradizionali e poi alleato con essi; fautore dell’orizzontalità digitale e infine ricondotto a una leadership verticale. Il libro tenta di armonizzare ex post ciò che nella realtà si è sviluppato in modo discontinuo. Ma la coerenza retroattiva non coincide con la coerenza storica. Più che una traiettoria politica, emerge una sequenza di adattamenti narrati come visione. Scelte tattiche vengono talora presentate come sviluppo coerente.

Anche il rapporto con la stagione originaria grillina è trattato con prudenza selettiva. Le espulsioni sommarie, il decisionismo proprietario della piattaforma, la gestione opaca del dissenso interno vengono evocati soprattutto come fondale da cui far risaltare il nuovo corso contiano. Manca però la domanda decisiva: come ha potuto una forza che si proclamava radicalmente democratica convivere così a lungo con meccanismi tanto poco democratici? Eludere questa questione significa rinunciare a comprendere davvero il fenomeno politico narrato. Si denunciano i vizi del passato solo quando servono a legittimare il presente. È una critica che giunge tardi e, proprio per questo, meno incisiva.

Sul piano istituzionale, le pagine dedicate alla pandemia rappresentano il punto forse più rivelatore del libro. Si insiste sul peso delle decisioni, sulla drammaticità del contesto, sulla solitudine del comando. Tutto vero. Ma un bilancio serio avrebbe affrontato con eguale onestà le zone d’ombra: l’ipertrofia della normazione emergenziale, la stratificazione confusa dei provvedimenti, l’incertezza comunicativa, la compressione di alcune libertà, il costo educativo delle chiusure scolastiche, il rapporto irrisolto tra centralismo statale e autonomie regionali. Invece l’emergenza tende a essere sublimata in prova morale più che analizzata come esperienza di governo. La cronaca viene elevata a epopea, evitando il vaglio critico dei risultati. Si valorizza la difficoltà delle decisioni più della loro effettiva qualità.

La parte economica è probabilmente la più debole. Si evocano con frequenza categorie eticamente persuasive — giustizia sociale, dignità del lavoro, tutela dei fragili, rilancio dell’economia reale, riduzione delle disuguaglianze — ma raramente il discorso si traduce in architettura concreta di policy. Restano ai margini i grandi nodi strutturali italiani: stagnazione della produttività, dualismo territoriale, invecchiamento demografico, inefficienza fiscale, qualità della spesa pubblica, fragilità delle imprese, dipendenza energetica, sostenibilità del debito. È come se la politica economica fosse ridotta a lessico morale. Ma governare non significa soltanto indicare fini desiderabili: significa ordinare mezzi scarsi entro vincoli reali. Qui il libro mostra il suo vuoto maggiore: molte intenzioni, pochissima ingegneria di governo. La sensibilità sociale, da sola, non sostituisce una strategia economica compiuta.

Anche la visione internazionale soffre di una persistente semplificazione. L’“Europa dei burocrati” e l’“America dei tecnocrati” sono formule retoricamente efficaci, ma concettualmente povere. L’Unione europea non è un monolite impersonale, bensì un equilibrio instabile tra Stati, istituzioni, interessi divergenti e compromessi imperfetti. Gli Stati Uniti non sono una tecnocrazia astratta, ma una potenza politica, economica e militare attraversata da conflitti interni profondissimi. Ridurre questi universi a caricature polemiche può aiutare la mobilitazione, non la comprensione. È il linguaggio del comizio applicato a questioni che richiederebbero il lessico dell’analisi.

Il libro soffre inoltre di una costante personalizzazione del discorso pubblico. L’autore continua a rappresentarsi come interprete estraneo ai riti del potere, quasi figura chiamata suo malgrado a servire il bene comune. Ma dopo anni trascorsi al vertice delle istituzioni e della contesa partitica, la postura dell’outsider non appare più credibile: può sembrare soprattutto un artificio narrativo. Chi ha governato due volte il Paese non può facilmente raccontarsi come semplice eccezione al sistema di cui è stato protagonista centrale. L’outsider evocato dal libro è ormai soltanto una figura letteraria.

Sul piano stilistico, la scrittura alterna passaggi fluidi a lunghe sezioni ridondanti. La reiterazione di parole-segnale — primavera, speranza, dignità, risveglio, invisibili, bene comune — produce talvolta un effetto liturgico. Il lessico tende a rassicurare il lettore già convinto più che a sfidarlo intellettualmente. Le pagine migliori sono quelle in cui affiora l’esperienza concreta; le meno riuscite, quelle in cui l’enfasi prende il posto dell’argomento. Un editing più severo avrebbe sottratto retorica e restituito densità. Troppe pagine sembrano scritte per essere applaudite, non meditate. Quando un libro cerca il consenso immediato, spesso sacrifica profondità e durata.

Ciò che più colpisce, in definitiva, è l’assenza del tragico della politica: la consapevolezza che spesso si governa scegliendo tra opzioni imperfette, che il bene pubblico nasce da compromessi difficili, che il potere logora anche le intenzioni migliori. In queste pagine la politica appare invece come un sentiero ostacolato che un interprete moralmente integro tenta di raddrizzare contro avversari miopi o interessati. È una rappresentazione consolatoria, non una meditazione adulta sul governo. Manca il senso del limite, e senza senso del limite non esiste vera cultura di governo. Manca, soprattutto, quella forma superiore di intelligenza politica che si manifesta nel dubbio.

“Una nuova primavera” è dunque un libro ordinato, talvolta abile, spesso eloquente, ma raramente profondo. Non manca l’intelligenza tattica della comunicazione; manca però quella forma più rara di intelligenza che sa mettere in discussione se stessa. Il lettore in cerca di una vera resa dei conti con un decennio italiano troverà soprattutto un’operazione di riposizionamento. Chi cerca pensiero troverà prevalentemente racconto. Chi cerca verità incontrerà soprattutto versione. Chi cerca un grande libro politico, probabilmente, dovrà cercare altrove. Chi cerca un autore disposto a interrogare severamente se stesso potrebbe restare deluso.

Rimane, alla fine, la sensazione di un’occasione mancata: trasformare un’esperienza eccezionale di potere in un’opera necessaria. Ne esce invece un libro utile all’autore, non altrettanto indispensabile al Paese. Un’autobiografia politica che difende molto, spiega poco e lascia meno di quanto prometta. Per un’opera che promette una primavera, il lascito finale appare sorprendentemente crepuscolare.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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