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Rimettete le palle al toro!

Se spariscono anche gli attributi del toro, rischiamo di perdere uno degli ultimi simboli di chi quegli attributi li aveva davvero.

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Ci sono notizie che, a prima vista, sembrano quasi irrilevanti. Poi però ci si riflette un momento e ci si accorge che raccontano qualcosa di più profondo del semplice fatto di cronaca.

È il caso del celebre toro della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano.

Per generazioni di milanesi e di visitatori esiste una tradizione che si perde nella notte dei tempi: poggiare il tallone sugli attributi del toro e compiere una rotazione completa su sé stessi. Un gesto che, secondo la leggenda, porta fortuna.

Una superstizione? Certamente. Una sciocchezza? Forse. Ma anche una di quelle tradizioni popolari che finiscono per diventare parte integrante dell’identità di una città.

Ricordo perfettamente la prima volta che mio padre mi portò a Milano. Erano gli anni Sessanta. Lui frequentava spesso la città per ragioni di lavoro e, appena arrivati in Galleria, mi indicò il toro. «Fallo», mi disse. «Porta fortuna».

Da quel giorno quel passaggio è diventato per me una consuetudine irrinunciabile. Ogni volta che sono tornato a Milano ho ripetuto il rituale. Negli anni Ottanta, quando lavoravo in città, non c’era praticamente giorno in cui attraversassi la Galleria senza fermarmi per il tradizionale giro di tacco. Era diventato un gesto automatico, quasi un appuntamento personale con la città.

A volte c’era la fila. Turisti, uomini d’affari, studenti, pensionati, stranieri appena arrivati e milanesi doc. Tutti in attesa del proprio turno davanti a quel mosaico che, con il passare del tempo, era diventato qualcosa di molto più importante di un semplice elemento decorativo.

In fondo nessuno sapeva davvero se quel gesto portasse fortuna. Ma tutti volevano credere che fosse così. Ed è proprio questa la forza delle tradizioni popolari: non hanno bisogno di essere razionali per essere importanti. Vivono nell’immaginario collettivo, creano appartenenza e trasformano un luogo in un simbolo.

Ancora oggi, quando mi capita di passare da Milano, quel rito non manca mai. Mi piace pensare che un po’ di fortuna me l’abbia davvero portata. E, guardando indietro, non posso nemmeno escluderlo del tutto.

Per questo ho letto con una certa malinconia la notizia del recente restauro del toro. Un intervento necessario e inevitabile, eseguito da professionisti di grande competenza. Del resto, milioni di giri di tacco hanno consumato negli anni il mosaico fino a renderne indispensabile il recupero.

Il problema è che, una volta terminato il lavoro, molti hanno notato una curiosa assenza. Gli attributi del toro sembrano essersi volatilizzati.

Ora, nessuno pretende di trasformare un restauro in una questione anatomica e nessuno mette in discussione il lavoro degli esperti. Tuttavia dispiace. Perché quel toro non era soltanto un’opera decorativa. Era un rito, una leggenda metropolitana, uno di quei piccoli elementi che rendono una città diversa da tutte le altre.

Le città non vivono soltanto di monumenti, regolamenti e restauri impeccabili. Vivono anche di racconti, di simboli e di quelle innocenti superstizioni che vengono tramandate da una generazione all’altra. Sono cose apparentemente inutili, ma proprio per questo preziose.

E allora una richiesta al Comune di Milano possiamo anche permettercela.

Rimettete le palle al toro! Ridatele a lui, perché fanno parte della sua storia.

Ma ridatele anche a noi. A tutti quelli che per decenni hanno compiuto quel giro di tacco con la segreta speranza che funzionasse davvero. A tutti quelli che ci hanno creduto per gioco, sapendo benissimo che forse non era vero ma desiderando comunque che lo fosse.

Perché le città hanno bisogno anche dei loro piccoli miti. Hanno bisogno di conservare non soltanto la materia, ma anche lo spirito che la circonda.

E c’è un’ultima ragione, forse la più importante. Se spariscono anche gli attributi del toro, rischiamo di perdere uno degli ultimi simboli di chi quegli attributi li aveva davvero.

Non toglieteci anche questo. Altrimenti rischiamo che in Italia non resti più nessuno con le palle. Nemmeno il toro della Galleria.

Antonio Maria Rinaldi

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