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Trump a Pechino, la tregua impossibile tra le due potenze che si contendono il mondo

Trump a Pechino: la fine della globalizzazione commerciale e l’inizio del capitalismo geopolitico tra chip e terre rare, che dovrebbe sancire l’accordo fra le due superpotenze.

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Il viaggio di Donald Trump a Pechino non rappresenta soltanto un vertice diplomatico: segna simbolicamente la fine definitiva della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni. Dietro le immagini ufficiali, le strette di mano e le dichiarazioni concilianti, si sta consumando infatti uno scontro destinato a ridefinire gli equilibri economici, industriali e geopolitici del XXI secolo. Il confronto tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto i dazi commerciali, ma il controllo delle tecnologie strategiche, delle materie prime critiche, dell’energia, delle reti finanziarie e perfino degli standard monetari internazionali.

I mercati finanziari stanno reagendo con entusiasmo all’incontro tra Trump e Xi Jinping. Le Borse internazionali hanno premiato in particolare semiconduttori, tecnologia, automotive ed energia, alimentando l’idea che Washington e Pechino abbiano interesse reciproco a evitare un’ulteriore destabilizzazione dell’economia globale. Anche Wall Street guarda con attenzione all’esito del summit, soprattutto per le implicazioni sui Treasury americani, sulla stabilità del dollaro e sull’evoluzione delle future politiche monetarie della Federal Reserve.

Tuttavia sarebbe un errore interpretare il vertice come l’inizio di una nuova stagione di cooperazione strutturale tra le due superpotenze. Più realisticamente, ci troviamo di fronte a una tregua tattica. Stati Uniti e Cina hanno oggi bisogno di contenere almeno temporaneamente la volatilità finanziaria e le pressioni inflazionistiche globali, ma il confronto strategico resta aperto e destinato probabilmente ad accentuarsi.

Trump si presenta a Pechino con l’obiettivo di rafforzare la posizione americana nei confronti della manifattura cinese e soprattutto di rallentare l’avanzata tecnologica di Pechino nei comparti più strategici. Xi Jinping, al contrario, punta a consolidare l’autosufficienza industriale, finanziaria e tecnologica della Cina, riducendo progressivamente la dipendenza dall’Occidente.

Non a caso il presidente americano ha scelto di farsi accompagnare dai vertici delle principali aziende tecnologiche statunitensi, inclusi i protagonisti dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori avanzati. La presenza dei colossi legati ai chip e all’intelligenza artificiale conferma come il vero baricentro della competizione globale si sia ormai spostato sul controllo dell’innovazione tecnologica e della capacità computazionale.

L’intelligenza artificiale rappresenta oggi ciò che il nucleare rappresentò durante la Guerra Fredda: il cuore della futura supremazia economica e militare globale. Gli Stati Uniti stanno cercando di limitare l’accesso cinese ai microchip più avanzati e alle tecnologie sensibili; Pechino risponde con investimenti pubblici giganteschi per accelerare la propria autonomia produttiva. La battaglia sui semiconduttori non riguarda soltanto il commercio: riguarda il controllo delle infrastrutture digitali, delle reti militari, dei sistemi finanziari e persino dell’economia dei dati.

Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione. Per oltre trent’anni il commercio internazionale è stato guidato prevalentemente dalla ricerca della massima efficienza economica. Oggi prevalgono invece criteri di sicurezza nazionale, controllo delle filiere strategiche e protezione delle tecnologie critiche. Il paradigma del “just in time” sta progressivamente lasciando spazio a quello del “just in case”: le imprese globali non cercano più soltanto costi più bassi, ma soprattutto affidabilità geopolitica e sicurezza delle forniture.

Anche il tema energetico occupa una posizione centrale nel confronto tra Washington e Pechino. La Cina continua a mantenere relazioni strategiche con paesi chiave come Iran e Venezuela, storici fornitori energetici di Pechino e contemporaneamente obiettivi della pressione geopolitica americana. Trump punta a contenere l’influenza cinese nelle aree strategiche delle materie prime e dell’energia, mentre Xi Jinping lavora per garantire stabilità e sicurezza alle forniture indispensabili alla crescita industriale cinese.

A questo si aggiunge il nodo delle terre rare, vero snodo invisibile della nuova economia mondiale. La Cina controlla quote decisive della raffinazione globale di materiali indispensabili per chip, batterie, difesa, automotive elettrico e tecnologie avanzate. È una leva strategica enorme che Pechino può utilizzare sia economicamente sia geopoliticamente.

Il summit arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per l’economia globale. La crescita internazionale continua a rallentare, il debito pubblico e privato mondiale ha raggiunto livelli record e le principali banche centrali si trovano strette tra esigenze di stabilità monetaria e rischi di recessione. In questo quadro, una nuova escalation commerciale tra Stati Uniti e Cina avrebbe conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intero sistema finanziario internazionale.

I mercati sembrano però sottovalutare la profondità dello scontro strategico in corso. La rivalità tra Washington e Pechino non riguarda più soltanto gli scambi commerciali, ma il controllo delle tecnologie, delle materie prime critiche, delle reti digitali, dell’intelligenza artificiale e perfino degli standard finanziari internazionali.

Ed è proprio su questo terreno che emerge con particolare evidenza la debolezza europea. L’Unione Europea continua a mostrarsi priva di una vera strategia industriale comune mentre Stati Uniti e Cina utilizzano massicciamente politiche pubbliche, sussidi e investimenti strategici per rafforzare la propria competitività globale.

La Germania stessa, motore manifatturiero europeo, sta subendo gli effetti della frammentazione commerciale globale, della crisi energetica e della crescente competizione asiatica. Bruxelles continua prevalentemente a esercitare un ruolo regolatorio, spesso imponendo vincoli normativi che rischiano di aggravare ulteriormente il ritardo competitivo del continente. Nel frattempo le grandi potenze stanno ridefinendo gli equilibri industriali mondiali attraverso investimenti enormi in tecnologia, energia, difesa e sicurezza economica.

Il rischio concreto è che l’Europa resti progressivamente schiacciata all’interno di una competizione globale che altri stanno guidando con strumenti politici, industriali e finanziari molto più aggressivi. E proprio il vertice di Pechino dimostra quanto il nuovo ordine mondiale si stia ormai costruendo attorno alla competizione tra grandi blocchi economici e tecnologici.

Per questo il viaggio di Trump in Cina non deve essere interpretato come un tentativo di normalizzazione definitiva dei rapporti bilaterali. Al contrario, rappresenta la presa d’atto che il confronto tra le due superpotenze continuerà a dominare l’economia mondiale ancora per molti anni.

La vera novità storica è che il mondo sta entrando in una fase di capitalismo geopolitico, nella quale gli Stati tornano a esercitare un ruolo centrale nella difesa delle proprie industrie strategiche, delle tecnologie sensibili e delle filiere produttive nazionali. La stagione della globalizzazione neutrale e puramente mercantile appare ormai conclusa.

Il nodo centrale non è quindi se Washington e Pechino riusciranno a trovare un compromesso momentaneo sui dazi. La posta in gioco riguarda chi controllerà l’architettura economica, tecnologica e finanziaria del XXI secolo. E questa competizione, destinata a segnare i prossimi decenni, è soltanto all’inizio.

Antonio Maria Rinaldi

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