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Trattative di Miami in frantumi: Trump sdogana il diesel russo e Kiev abbandona il tavolo. “In Ucraina nuovo leader”

Vertice di Miami al capolinea: Trump autorizza l’export di diesel da Mosca e Kiev abbandona i colloqui. Perché la crisi energetica globale pesa più della diplomazia.

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Doveva essere il vertice per strappare una tregua sui corridoi del Mar Nero e salvare le infrastrutture elettriche prima dell’inverno più duro del conflitto. È finito invece con un clamoroso strappo diplomatico prima ancora del secondo giorno: la delegazione ucraina ha fatto i bagagli e ha lasciato Miami. A far saltare il banco non è stato un veto del Cremlino, ma la decisione di Donald Trump di riaprire i rubinetti del gasolio russo.

La Casa Bianca ha infatti autorizzato l’Ufficio di controllo dei beni stranieri (OFAC) a rilasciare una licenza immediata per consentire a Mosca di riversare sul mercato globale centinaia di migliaia di tonnellate di carburante. Una scelta all’insegna di un cinico pragmatismo economico: raffreddare le quotazioni dei raffinati e contenere la pressione inflazionistica prima che il nodo energetico paralizzi le filiere occidentali.

Per Volodymyr Zelensky e i suoi inviati di punta – da Kyrylo Budanov a Rustem Umerov – il provvedimento americano suona come un tradimento inaccettabile e un finanziamento diretto alla macchina bellica russa. Da qui la scelta di sbattere la porta.

Il primato della merce sulla diplomazia

L’indignazione ucraina è comprensibile sul piano emotivo, ma rischia di tradursi in un vicolo cieco strategico. L’economia reale non si muove sulla scorta dei principi morali, bensì sui barili di distillati. Dispiacerà agli osservatori più idealisti, ma sul piano del dare-avere Kiev oggi ha ben poco da mettere sul piatto della bilancia.

I continui attacchi coi droni ucraini contro le raffinerie della Federazione Russa hanno sicuramente creato problemi a Mosca, ma hanno contemporaneamente strozzato l’offerta globale di diesel, spingendo all’insù i costi di trasporto di merci e derrate agricole in tutto l’Occidente. Washington e il segretario al Tesoro Scott Bessent hanno tracciato una linea netta: la stabilità dei prezzi interni e il rischio di recessione energetica hanno la priorità assoluta rispetto alle esigenze tattiche del fronte.

I volumi autorizzati dall’intesa tra Trump e Putin evidenziano la portata della partita economica:

Finestra temporaleFornitura di gasolio russo sul mercato globale
ImmediataOltre 300.000 tonnellate metriche
NovembreUlteriori 500.000 tonnellate metriche
SuccessivaCirca 1.000.000 di tonnellate metriche

L’illusione europea e il prezzo dell’intransigenza

In questo scenario, quale ruolo hanno giocato i partner europei presenti in Florida? I consiglieri di sicurezza di Francia, Germania e Regno Unito, assieme ai funzionari di Bruxelles, continuano a soffiare sul fuoco dell’intransigenza diplomatica.

Si spinge Kiev ad assumere una postura rigida e massimalista, senza però possedere le risorse produttive, energetiche o finanziarie per rimpiazzare l’ombrello protettivo statunitense. L’Europa ha le proprie industrie manifatturiere schiacciate dai costi energetici, eppure incoraggia l’alleato a disertare i negoziati.

Forse per la delegazione ucraina sarebbe stato più saggio incassare il colpo, rimanere seduta e cercare di strappare almeno la salvaguardia delle centrali elettriche per non condannare la popolazione a un inverno al buio. Il mondo sarà pure cinico, ma gli accordi si fanno con chi detiene le leve dell’offerta reale. Abbandonare la stanza dei bottoni regala titoli d’orgoglio sui giornali, ma non ferma i missili né fa ripartire i generatori.

Trump comunque ha preso molto male la rottura delle trattative e in un colloquio con i giornalisti ha direttamente affemato che è il tempo per un nuovo leader a Kiev:

 

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