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Transizione Verde, lavoro in rosso:la BCE certifica il conto salato della decarbonizzazione

La BCE svela i veri costi della transizione ecologica dell’UE: l’aumento dei prezzi sulle emissioni (ETS) distrugge posti di lavoro persino nei settori “verdi”. I dati economici dietro un allarmante shock occupazionale e il rischio della deindustrializzazione.

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La spinta globale verso una transizione economica verde sembra aver bruscamente perso slancio. Le ragioni sono molteplici e affondano le radici nel realismo politico: dal recente cambio di rotta degli Stati Uniti alla strenua resistenza della Cina verso standard energetici eccessivamente penalizzanti, fino all’emergere in Europa di un forte dissenso verso le agende programmatiche di Bruxelles. In questo clima di crescente disillusione, un recente studio pubblicato dalla Banca Centrale Europea centra chirurgicamente il punto: il costo della cosiddetta decarbonizzazione non è stato compensato né da una maggiore crescita economica, né dalla tanto attesa fioritura di nuovi posti di lavoro.

Al centro delle critiche – non solo politiche, ma ora anche strettamente accademiche – vi è il Sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione (ETS). Si tratta di un meccanismo cardine dell’UE che impone alle imprese di acquistare sul mercato specifici “permessi” per ogni tonnellata di carbonio emessa. Di fatto, ci troviamo di fronte a una colossale tassa sull’attività produttiva che, dal 2026, conoscerà un’ulteriore e drastica stretta.

L’analisi di Christofer Schroeder, economista della BCE, rivela che questo impianto normativo si comporta come un pernicioso shock negativo dell’offerta, deprimendo non solo i margini aziendali ma anche la domanda aggregata. Quando le imprese affrontano costi artificialmente gonfiati, comprimono gli investimenti e riducono la spesa per il personale, innescando una contrazione dei redditi che si riverbera sull’intera economia.

I numeri emersi dallo studio sono inequivocabili e tracciano un quadro allarmante per il mercato del lavoro:

  • Occupazione totale in calo: Un aumento dell’1% del prezzo delle emissioni comporta una contrazione dello 0,2% dell’occupazione complessiva nel giro di un anno e mezzo.

  • Collasso dei settori tradizionali: Nei comparti ad alta intensità di emissioni, il calo occupazionale arriva all’1%, con un rapporto di distruzione di uno a uno. Quindi se gli ETS aumentano di prezzo del 5%

  • La delusione dei “green jobs”: Contrariamente alla narrazione istituzionale, l’impatto occupazionale risulta negativo anche nelle professioni legate alla sostenibilità e alle energie pulite.

Prezzo degli ETS – Commissione Europea

Perché viene meno l’illusione compensativa della transizione ecologica? La spiegazione tecnica risiede nel divario tra le economie di scala negative e l’auspicato effetto di sostituzione. L’aumento dei costi energetici intacca trasversalmente i bilanci aziendali; le imprese, gravate dagli oneri, rallentano le assunzioni a tutti i livelli. Inoltre, le tecnologie verdi richiedono cicli di investimento molto lunghi per tradursi in operatività reale. Imporre costi immediati nella speranza di rendimenti futuri incerti significa, banalmente, sottrarre risorse all’economia reale di oggi.

A questo stallo sistemico si aggiunge un drammatico collo di bottiglia dal lato dell’offerta di lavoro. Le istituzioni internazionali confermano un grave disallineamento strutturale. Il World Economic Forum rileva che le offerte per occupazioni “verdi” crescono a un ritmo doppio rispetto ai lavoratori effettivamente qualificati. Secondo il Boston Consulting Group, la carenza di tecnici specializzati – in settori come il solare, l’eolico o la gestione della rete elettrica – raggiungerà la cifra monstre di 7 milioni entro il 2030. Non è possibile riqualificare istantaneamente la manodopera dell’industria pesante per farla operare sulle tecnologie di nuova generazione.

Le ripercussioni macroeconomiche di questa transizione forzata rischiano di innescare una miscela sociale infiammabile. A tal proposito, uno studio dei ricercatori Javier Andrés dell’Università di Valencia, assieme a Rafael Doménech, Joxe Mari Barrutiabengoa Ortubai e Julián Cubero di BBVA Research, sottolinea la necessità improrogabile di pesare il “costo sociale del carbonio”. Ignorare le ricadute occupazionali significa alimentare pericolose reazioni, scaricando i costi delle riforme direttamente sul potere d’acquisto dei cittadini.

Possiamo anche leggere la ricerca in seso opposto: basterebbe ridurre il costo degli ETS del 10% per aumentare l’occupazione dell’1% nei lavori in generale e del 10% in quelli ad alta emissione. Una politica occupazionale semplice, in fondo, anche se contraddirrebbe tutta la narrazione green.

Perché proseguire su una strada sbagliata?

Quindi anche la Banca Centrale Europea, forte dei propri dati empirici, si trova costretta a sollevare il velo: la corsa alla decarbonizzazione, concepita nei rigidi e punitivi termini attuali della Commissione, si sta rivelando un disastro per l’occupazione. La graduale eliminazione delle quote gratuite concesse all’industria, prevista per tutelare una transizione morbida ma che ora si tradurrà in oneri per circa 4 miliardi di euro, rischia di accelerare una deindustrializzazione asimmetrica. Senza un ripensamento in ottica espansiva che sostenga redditi e competitività, la via europea verso il clima rischia semplicemente di desertificare l’economia.

Sarà questo punto sufficiente per la Commissione ?

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