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Tra stablecoin ed euro digitale, la moneta rischia di diventare uno strumento di controllo

Euro Digitale e fine del contante: perché la guerra della BCE alle criptovalute nasconde un piano drammatico per tracciare e controllare ogni nostro acquisto. Il rischio per i nostri risparmi.

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Il recente intervento di Christine Lagarde e dei vertici della Banca centrale europea sulle stablecoin conferma una realtà ormai evidente: il vero terreno dello scontro non è tecnologico, ma politico. Dietro il linguaggio apparentemente neutrale della regolazione finanziaria si nasconde una questione molto più profonda: chi controllerà la moneta nell’economia digitale del futuro.

La BCE lancia l’allarme contro le stablecoin private, soprattutto quelle denominate in dollari, sostenendo che possano minacciare la stabilità finanziaria, indebolire la trasmissione della politica monetaria e favorire una “dollarizzazione digitale” dell’Europa. Formalmente, le argomentazioni non sono prive di fondamento. Il mercato delle stablecoin è dominato da soggetti privati extraeuropei, spesso caratterizzati da livelli di trasparenza discutibili, elevata concentrazione e potenziali fragilità nelle riserve di collateralizzazione. I precedenti non mancano. Nel marzo 2023 USD Coin (USDC), una delle principali stablecoin mondiali emesse da Circle, perse temporaneamente la parità con il dollaro dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, presso cui era depositata una parte significativa delle riserve. Nel giro di poche ore il mercato prese coscienza di un fatto decisivo: anche una stablecoin teoricamente “coperta” può diventare vulnerabile a una crisi di fiducia e a una corsa ai riscatti. Ancora più clamoroso fu, nel 2022, il collasso dell’ecosistema Terra-Luna: una stablecoin algoritmica, TerraUSD, che avrebbe dovuto mantenere automaticamente la parità con il dollaro attraverso meccanismi di arbitraggio finanziario, finì travolta da una spirale speculativa che bruciò decine di miliardi di capitalizzazione e destabilizzò l’intero comparto crypto.

Ma fermarsi qui significherebbe accettare la narrazione della BCE senza coglierne l’ambiguità di fondo. La vera questione è che Francoforte non combatte le stablecoin perché intende difendere la libertà monetaria dei cittadini europei. Le combatte perché rappresentano un concorrente diretto del progetto di euro digitale e, più in generale, del controllo centralizzato dell’infrastruttura monetaria.

La BCE presenta l’euro digitale come una risposta necessaria alla trasformazione tecnologica dei pagamenti. Tuttavia, dietro la retorica dell’innovazione e dell’efficienza, emergono interrogativi enormi sul rapporto tra moneta, libertà economica e potere politico. Per la prima volta nella storia moderna, una banca centrale potrebbe arrivare a gestire direttamente una forma di moneta integralmente digitale, programmabile, tracciabile e potenzialmente condizionabile. È inutile minimizzare: la programmabilità della moneta non è fantascienza, ma una caratteristica intrinseca dell’architettura digitale. Una moneta programmabile consente, almeno teoricamente, di introdurre vincoli sull’utilizzo delle somme, limiti temporali alla loro disponibilità, restrizioni geografiche o settoriali e perfino incentivi o penalizzazioni automatiche legate ai comportamenti economici degli utenti. In prospettiva, il denaro rischia così di cessare di essere uno strumento neutrale di scambio per diventare un’estensione diretta della politica economica e, indirettamente, del controllo amministrativo.

La BCE sostiene che l’euro digitale garantirà la privacy. Ma la fiducia cieca nelle rassicurazioni delle autorità monetarie appare ingenua. La storia economica insegna che ogni infrastruttura tecnologica tende inevitabilmente a essere utilizzata ben oltre gli obiettivi inizialmente dichiarati. Oggi si parla di lotta al riciclaggio, contrasto all’evasione e sicurezza dei pagamenti; domani potrebbero emergere esigenze considerate “eccezionali” che giustifichino ulteriori livelli di monitoraggio e condizionamento. Il problema, del resto, non è soltanto europeo. In tutto il mondo le banche centrali stanno cercando di ridefinire il proprio ruolo nell’era digitale. Ma l’Europa aggiunge a questa dinamica una peculiarità tutta sua: la tradizionale inclinazione tecnocratica a sostituire il mercato con la regolazione preventiva. La BCE appare incapace di concepire l’innovazione monetaria al di fuori di un perimetro rigidamente controllato dall’autorità centrale.

Da qui nasce l’ambiguità della posizione di Lagarde. Da un lato la BCE denuncia i rischi delle stablecoin private — disintermediazione bancaria, instabilità finanziaria, dipendenza dal dollaro —; dall’altro propone una soluzione che potrebbe produrre effetti ancora più radicali: concentrazione del potere monetario presso la banca centrale, riduzione progressiva del ruolo del contante e trasformazione della moneta in un’infrastruttura pienamente digitalizzata e sorvegliabile. In altre parole, la BCE critica i rischi del monopolio monetario privato per rafforzare un monopolio monetario pubblico ancora più penetrante.

L’aspetto forse più preoccupante è che tutto questo avviene in un contesto di crescente fragilità economica e sociale dell’Unione Europea. La perdita di competitività industriale, la stagnazione produttiva, la crisi energetica e il progressivo impoverimento del ceto medio stanno già alimentando una diffidenza crescente verso le istituzioni europee. In questo quadro, l’idea di introdurre strumenti monetari percepiti come potenzialmente invasivi rischia di accentuare ulteriormente la distanza tra cittadini e governance europea.

La moneta non è soltanto una tecnologia di pagamento. È anche un presidio di libertà economica. Il contante, con tutti i suoi limiti, garantisce ancora anonimato, autonomia e assenza di intermediazione. Una società interamente dipendente da infrastrutture monetarie digitali — siano esse private o pubbliche — diventa inevitabilmente più vulnerabile a forme di controllo centralizzato. La falsa alternativa tra stablecoin private ed euro digitale rischia dunque di nascondere una trasformazione molto più profonda: il passaggio da una moneta relativamente libera a una moneta integralmente gestita, monitorata e potenzialmente condizionata dall’alto.

La domanda decisiva, allora, non è se il futuro sarà digitale. Lo sarà inevitabilmente. La vera domanda è chi controllerà la moneta digitale e fino a che punto sarà disposto a controllare anche i cittadini che la utilizzano.

Antonio Maria Rinaldi

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