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Titoli di Stato USA: l’inflazione riparte, il mito dell’AI vacilla e il rendimento al 5% diventa una prigione

I titoli di Stato americani inchiodano i rendimenti sopra la soglia del 5%: mentre l’inflazione rialza la testa e il settore dell’intelligenza artificiale mostra crepe allarmanti, i mercati scoprono che il costo del denaro resterà elevato a lungo, con effetti duri su mutui, aziende e debito pubblico.

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Il muro del 5% sui titoli di Stato americani a dieci anni, considerato per tre lunghi anni un soffitto insuperabile, si è trasformato all’improvviso nel nuovo pavimento da cui è impossibile scendere. La combinazione esplosiva tra un’inflazione tornata a correre e i primi, pesanti cedimenti del castello speculativo sull’intelligenza artificiale sta mettendo all’angolo i mercati, lasciando i risparmiatori di fronte a una realtà amara: l’era del denaro facile è finita e non tornerà. Ecco il rendimento del decennale USA:

Rendimento titoli 10 anni US

La settimana appena trascorsa ha mostrato tutta la fragilità del sistema. In sole novantasei ore i mercati obbligazionari hanno vissuto oscillazioni violentissime.

Mercoledì mattina, appena diffuso il dato rovente sull’indice dei prezzi al consumo, i rendimenti del decennale americano sono schizzati all’insù in un lampo, passando dal 5,19% al 5,33%. Per collocare 39 miliardi di dollari di titoli decennali, il Tesoro USA ha dovuto concedere un rendimento del 5,30%, un livello che non si vedeva dal lontano novembre del 2000.

Poi, improvvisamente, si è aperto un fronte di panico inatteso sul settore tecnologico.

Le azioni di CoreWeave, colosso delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, sono crollate chiudendo l’ottava con una perdita secca del 23,5%. L’indice dei semiconduttori di Filadelfia ha lasciato sul terreno l’11,4% in pochi giorni, mentre anche le obbligazioni societarie legate all’AI subivano vendite massicce.

quotazione coreweave

Spaventati dalla possibilità che la bolla dell’intelligenza artificiale stesse per scoppiare, gli investitori sono fuggiti in massa dalle azioni tech per rifugiarsi nel porto ritenuto più sicuro: i titoli del Tesoro americano.

Questa corsa al riparo ha fatto salire i prezzi delle obbligazioni e crollare i rendimenti fino a toccare un minimo del 5,04% nella mattinata di giovedì. Una discesa rapidissima di quasi 30 punti base in appena ventiquattr’ore.

Ma la festa dei compratori è durata pochissimo.

Appena il rendimento ha sfiorato la soglia psicologica del 5%, la domanda è svanita nel nulla. Gli acquisti si sono fermati e il rendimento del decennale è subito risalito, chiudendo la settimana al 5,10%.

Il messaggio del mercato è fin troppo chiaro: sotto il 5% non compra più nessuno.

Scadenza Titolo USARendimento Massimo SettimanaleMinimo ToccatoChiusura di Venerdì
Decennale (10y)5,33%5,04%5,10%
Trentennale (30y)5,73%5,39%5,43%
Semestrale (6m)4,34%4,32%4,34%
Trimestrale (3m)4,26%4,25%4,26%

Perché gli investitori rifiutano rendimenti inferiori al 5% nonostante sembrino cedole da sogno rispetto agli standard degli ultimi vent’anni? La risposta sta nella cruda realtà dei conti:

  • L’inflazione fuori controllo: i prezzi al consumo accelerano da oltre un anno. La Federal Reserve ha commesso l’imprudenza di allentare i tassi proprio mentre le fiammate inflattive ripartivano. Un banchiere centrale troppo permissivo è la rovina per chi possiede titoli a reddito fisso, poiché l’inflazione distrugge il potere d’acquisto del capitale.
  • Il buco di bilancio a stelle e strisce: il deficit del governo americano viaggia a un drammatico 6% del Prodotto Interno Lordo, pur in una fase di crescita economica. A Washington nessuno taglia le uscite; anzi, la politica continua a promettere sussidi e sgravi per raccogliere voti, alimentando una valanga continua di nuovo debito pubblico da piazzare sul mercato.
  • La memoria delle perdite passate: chi ha comprato titoli trentennali nell’estate del 2020 con tassi all’1% oggi vede quei titoli scambiati a circa 50 centesimi per dollaro di valore nominale. Metà del capitale è andata in fumo.

Le conseguenze economiche pratiche di questa stretta sono pesanti e immediate. Quando i rendimenti a lungo termine restano piantati sopra il 5%, per le aziende rifinanziare i debiti in scadenza diventa un salasso insostenibile.

Molti piani di investimento industriale vengono cancellati, i mutui casa per le famiglie restano su livelli proibitivi e la spesa per interessi passivi dello Stato cresce a ritmi vertiginosi, sottraendo risorse preziose a servizi e investimenti produttivi. C’è solo una magra consolazione in questo scenario: il rialzo dei rendimenti sta avvenendo a zig-zag, con brusche frenate e pause di riflessione.

Se i tassi salissero tutti d’un fiato in linea retta, il sistema del credito salterebbe per aria in pochi giorni. Questa salita a scatti concede almeno alle imprese e agli operatori economici il tempo necessario per adeguarsi alla nuova realtà, evitando che lo scricchiolio dei mercati si trasformi all’improvviso in un crollo disastroso. Comunque la domanda di capitali e la crescita degli interessi sta diventando sempre più un problema per gli USA, proprio per la crescita tecnologica in atto.

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