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Terremoto petrolifero: il Venezuela prepara l’addio all’OPEC e stringe il patto con Washington
Caracas valuta l’uscita dall’OPEC per blindare l’alleanza energetica con gli USA: il cartello saudita trema e i prezzi del greggio rischiano di crollare.

Il cartello petrolifero rischia di perdere un pezzo fondamentale della sua storia, aprendo una crepa che potrebbe rivelarsi fatale per gli equilibri mondiali dell’energia. Il Venezuela, nazione che nel 1960 fu tra i cinque fondatori storici dell’OPEC, sta valutando seriamente di abbandonare l’organizzazione per legare il proprio futuro industriale direttamente agli Stati Uniti, almeno secondo quanto riportato da Bloomberg.
I colloqui riservati tra i vertici di Caracas e l’amministrazione americana sono già in corso. Se il divorzio dovesse concretizzarsi, si tratterebbe di un vero e proprio terremoto geopolitico. Dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti avvenuta pochi mesi fa, la fuga del Venezuela toglierebbe all’OPEC gran parte della sua autorità residua nel fissare i prezzi del barile a livello globale.
La svolta politica a Caracas
Il cambio di rotta è figlio del ribaltamento politico venezuelano. Con la fine della presidenza di Nicolás Maduro e l’insediamento al potere di Delcy Rodríguez, i rapporti con la Casa Bianca hanno subito una trasformazione radicale, passando dall’ostilità aperta a una cooperazione strategica.
Washington ha riaperto l’ambasciata, alleggerito le sanzioni e avviato trattative per acquisire partecipazioni dirette nei giacimenti petroliferi venezuelani, i più vasti al mondo per riserve stimate. In cambio, Caracas cerca disperatamente capitali e tecnologie per far ripartire gli impianti estrattivi, distrutti da anni di malagestione e isolamento commerciale.
Per resuscitare un’industria al collasso servono enormi investimenti che solo i grandi gruppi privati occidentali possono mobilitare. Restare imbrigliati nei tetti produttivi decisi a Riad non ha più alcun senso economico per un paese che deve solo estrarre e vendere il più possibile per pagare stipendi, ricostruire infrastrutture e stabilizzare la moneta.
Un cartello senza più disciplina
Ormai L’OPEC, storicamente indirizzata dall’Arabia Saudita, sta apparendo sempre più come una costruzione debole in corso di demolizione, e questo è solo l’ultimo colpo:
- Gli Emirati Arabi Uniti hanno già scelto la via dell’uscita per valorizzare la propria capacità estrattiva ampliata.
- L’Iraq protesta apertamente contro i tagli imposti, minacciando a sua volta di andarsene se non otterrà quote più generose.
- I produttori esterni, dagli Stati Uniti con lo shale oil fino alle nuove scoperte record in Guyana, Argentina e Brasile, continuano a pompare greggio a pieno regime senza alcun limite.
Il Venezuela estrae oggi circa 1,16 milioni di barili al giorno, meno della metà rispetto a dieci anni fa. Pur essendo stato esentato dai tagli a causa della crisi interna, uscire formalmente dall’OPEC gli permetterebbe di pianificare la crescita futura con le compagnie americane senza dover rendere conto a nessuno, ma solo sulla base delle proprie dinamiche.
Le conseguenze concrete
Un mercato con più offerta che domanda spinge i prezzi del carburante verso il basso. Questo si traduce in costi di trasporto inferiori, minore pressione sull’inflazione e bollette energetiche più sostenibili per le imprese e le famiglie occidentali. Però in questo momento la crisi della raffinazione e di Ormuz stanno contenendo l’offerta e i consumi.
Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita e gli alleati rimasti nell’OPEC potrebbero trovarsi costretti a scegliere tra due strade complicate: tagliare ancora la propria produzione perdendo quote di mercato, oppure aprire i rubinetti scatenando una guerra dei prezzi al ribasso simile a quella del 2020. In entrambi i casi, il monopolio dei paesi arabi ne esce pesantemente ridimensionato.
Intanto però il petrolio denso venezuelano, per certi versi simile a quello iraniano, farebbe molto comodo ai mercati internazionali che, fino a ieri compravano da Teheran il petrolio pesante, o alle raffinerie USA per sganciarsi dal Canada.






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