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La trappola cinese: l’industria europea corre verso il baratro senza un piano B

Uno studio svela che il 60% delle aziende europee non ha alcun piano contro un possibile blocco cinese o una crisi a Taiwan. Tra magazzini vuoti e un deficit di un miliardo al giorno, l’industria rischia lo stop improvviso.

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Un blocco navale attorno a Taiwan o una stretta improvvisa di Pechino sulle materie prime basterebbero a fermare le catene di montaggio in mezza Europa nel giro di quarantotto ore. Siamo di fronte a un panorama realistico, non una pura simulazione, come del resto mostrano già le crisi attuali.  Di fronte a questa prospettiva drammatica, le imprese del Vecchio Continente sembrano paralizzate, incapaci di reagire e pericolosamente rassegnate a subire gli eventi.

A certificarlo non sono le cassandre del protezionismo, ma una dettagliata indagine congiunta condotta da quattro autorevoli centri di ricerca: la Fondazione Bertelsmann, il think tank tedesco MERICS, l’olandese Clingendael e l’Istituto finlandese di politica estera (FIIA). L’European Business Survey, che ha raccolto le risposte di 228 grandi realtà industriali europee, rivela una verità disarmante: sei aziende su dieci non hanno alcuna intenzione di prepararsi a un’eventuale crisi tra Cina e Taiwan.

L’illusione del «non succederà a noi»

La batosta subita con l’invasione russa dell’Ucraina non sembra aver insegnato nulla. All’epoca, l’81% delle imprese ammise di aver subito danni diretti e pesantissimi per via del taglio delle forniture energetiche e del regime sanzionatorio. Eppure, davanti al rischio ben più devastante di uno scontro nello Stretto di Formosa, che bloccherebbe il commercio con la Cina, appena il 10% delle società europee dichiara di possedere un piano d’emergenza definito.

Il restante 90% naviga a vista. C’è chi si affida alla speranza e chi ammette candidamente di non avere risorse o volontà per allestire una rotta alternativa. A livello dirigenziale, il tema della sicurezza geopolitica rimane un tabù: solo un terzo dei consigli di amministrazione lo affronta con regolarità. Il resto del management preferisce concentrarsi sui bilanci trimestrali, fingendo che la fabbrica del mondo non sia una polveriera.

I numeri fotografano una rimozione collettiva del pericolo:

Scenario di rischio analizzatoAziende preparate o attiveAziende senza piani o passive
Crisi militare Pechino-Taiwan10% con piani operativi60% non intende prepararsi
Diversificazione fornitori cinesi24% ha misure attive76% resta dipendente da Pechino
Scorte materie prime critiche~33% valuta stoccaggi~67% non fa scorte preventive
Impatto sanzioni USA-Cina~50% già colpite (in loco)Esposizione passiva al blocco

Questa totale inerzia lascia sconcertati gli stessi analisti. Jacob Gunter, esperto di economia asiatica del MERICS e coautore del report, non ha nascosto la propria preoccupazione:

«Le aziende hanno ormai compreso che i conflitti geopolitici possono incidere direttamente sulle loro attività. Ne hanno sotto gli occhi un esempio ammonitore. Finora, però, questo non ha cambiato granché. Il fatto che non si vedano più misure in questo ambito è molto preoccupante. Mi sorprende che le aziende non aumentino maggiormente le proprie scorte e non diversifichino maggiormente i propri fornitori, sebbene sia già oggi prevedibile quali prodotti siano al centro dei persistenti conflitti commerciali e tecnologici».

La logica perversa del risparmio a breve termine

Per quale motivo i manager europei si rifiutano di fare scorte? La spiegazione economica è fin troppo banale: fare magazzino costa, diversificare le filiere riduce i margini operativi nell’immediato. Il modello industriale dominante negli ultimi trent’anni ha imposto la tirannia del just-in-time, in cui ogni singolo pezzo deve arrivare sulla catena di montaggio all’ultimo minuto per azzerare i costi di stoccaggio.

Costruire scorte strategiche di litio, cobalto, grafite o terre rare significa immobilizzare milioni di euro di capitale liquido. In un contesto in cui i tassi di interesse restano impegnativi e la domanda interna europea langue, la tentazione di rimandare le spese di sicurezza è irresistibile. Peccato che, in caso di sanzioni incrociate, quel risparmio contabile si trasformi all’istante in fallimento aziendale.

Pechino ha già dimostrato di saper usare i rubinetti commerciali come arma di pressione diplomatica. Le recenti restrizioni sull’esportazione di gallio, germanio e antimonio sono state un assaggio di quanto la Repubblica Popolare possa strozzare la manifattura occidentale con una semplice firma ministeriale. Senza questi elementi, la transizione verde e l’industria automobilistica europea si fermano all’istante.

Le terre rare, dominate dalla Cina

Schiacciati tra il Dragone e l’Aquila

A complicare il quadro c’è la morsa delle due superpotenze mondiali. Le imprese europee non devono guardarsi solo dalle decisioni del Partito Comunista Cinese, ma anche dalla crescente aggressività commerciale di Washington. Quasi una su tre accusa già contraccolpi a causa delle sanzioni reciproche e delle barriere tecnologiche alzate da Stati Uniti e Cina. Per quelle che possiedono filiali produttive sul territorio cinese, la quota sale a una su due.

Mentre a livello globale si decidono le sorti del commercio tecnologico, l’Unione Europea recita la parte dello spettatore disarmato. I continui vertici ad altissimo livello tra Washington e Pechino rischiano di ridefinire le regole dell’export senza che nessuno si curi degli interessi manifatturieri di Berlino, Roma o Parigi.

Cora Jungbluth, economista della Fondazione Bertelsmann e coautrice dell’indagine, ha espresso dubbi radicali sulla reale rilevanza delle istituzioni comunitarie in questa partita globale:

«È molto probabile che i controlli sulle esportazioni torneranno a svolgere un ruolo centrale in quella sede. La domanda però è: l’UE ha davvero un posto a quel tavolo? Nutro notevoli dubbi al riguardo. Sarà quindi determinante quanto peso l’UE potrà effettivamente esercitare su questi negoziati e nei confronti della Cina. A mio avviso, questo è un punto da tenere bene a mente».

Un salasso commerciale da un miliardo al giorno

Nel frattempo, i numeri dell’interscambio continuano a mostrare una rotta a senso unico. Il disavanzo commerciale dell’Unione Europea verso la Cina ha raggiunto la cifra mostruosa di circa un miliardo di euro al giorno. L’Europa vende a Pechino sempre meno beni finiti ad alto valore aggiunto e importa volumi crescenti di componentistica essenziale, batterie, semilavorati e macchinari.

Davanti a questa emorragia, la risposta comunitaria resta finora confinata a visite diplomatiche e regolamenti cartacei. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič si prepara all’ennesima trasferta a Pechino per cercare intese e scongiurare ulteriori dazi. Tuttavia, negoziare senza avere alle spalle un’industria protetta, scorte strategiche e filiere interne alternative equivale a presentarsi a un duello con una pistola scarica.

Senza un intervento statuale o comunitario che inviti le aziende a prepararsi alla prossima crisi, a preparare linee di fornitura alternative, possibilmente europee o con paesi amici, il rischio che la prossima crisi possa essere devastante e con ricadute anche sui rapporti fra i vari stati è elevatissimo.

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