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Energia

Terremoto nel mercato del petrolio: gli Emirati escono dall’OPEC. Il nuovo asse con Washington e il declino del cartello

L’addio di Abu Dhabi al cartello petrolifero ridisegna l’economia globale. Con la sponda degli USA di Trump e i nuovi equilibri in Venezuela, si forma un fronte capace di neutralizzare il potere dell’Arabia Saudita e abbassare i costi dell’energia.

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Il dado è tratto. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti (EAU) dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio non è un semplice aggiustamento burocratico, ma un vero e proprio sisma geoeconomico. Se le uscite passate di Qatar e Angola avevano scalfito la facciata del cartello, l’addio di Abu Dhabi ne colpisce le fondamenta. Parliamo di un peso massimo, un membro storico la cui defezione ridisegna la mappa del potere energetico globale, sancendo l’emergere di un nuovo asse informale contrapposto all’egemonia saudita.

I numeri di un divorzio storico

Per comprendere la portata dell’evento, basti guardare ai volumi. Prima che il recente conflitto in Iran distorcesse le normali dinamiche estrattive del Golfo Persico, la fotografia della produzione OPEC (a febbraio 2026) parlava chiaro.

PaeseProduzione (Milioni di barili/giorno)Quota sul totale OPEC
Arabia Saudita10,43~ 35%
Iraq4,39~ 15%
Emirati Arabi Uniti3,6012,16%
Resto dell’OPEC11,18~ 38%
Totale OPEC (12 membri)29,60100%

Dati stimati pre-crisi iraniana.

Con un colpo di spugna, l’OPEC perde oltre il 12% della sua capacità produttiva. E in un cartello economico, il potere negoziale sui prezzi è direttamente proporzionale ai volumi che si è in grado di trattenere o immettere sul mercato. Liberati dalle quote restrittive imposte da Vienna (e di fatto da Riad), gli EAU possono ora massimizzare i ritorni sui loro massicci investimenti in capacità estrattiva, che da anni chiedevano di poter sfruttare appieno.

L’ombra (e i capitali) di Washington

La rottura di una faglia che scricchiolava da anni non è avvenuta in un vuoto politico. Dietro la decisione di Abu Dhabi si staglia nitida l’ombra degli Stati Uniti e dell’amministrazione Trump.

Donald Trump non ha mai fatto mistero della sua avversione per l’OPEC. Fin dagli anni ’80 accusava il cartello di manipolare i prezzi, definendolo un monopolio distruttivo per l’economia americana e per l’industria (celebre la sua difesa delle compagnie aeree strangolate dai costi del carburante). L’asse tra EAU e Washington è stato cementato nel maggio 2025 da accordi ciclopici: l’acquisto di semiconduttori americani e, soprattutto, l’impegno emiratino a investire ben 440 miliardi di dollari nel settore energetico e tecnologico negli USA.

L’economia, come sempre, detta la linea politica. Gli Stati Uniti, forti della rivoluzione dello shale oil, sono oggi il primo produttore mondiale (circa 13,2 milioni di barili al giorno). Ridurre il potere di pricing dell’OPEC è nell’interesse vitale di Washington per mantenere bassi i costi energetici, favorire la reindustrializzazione interna e sostenere la domanda aggregata, in una logica che unisce sovranismo produttivo a un pragmatismo di stampo keynesiano sul lato dei costi di produzione.

Il nuovo equilibrio: USA e alleati contro l’OPEC

Senza gli Emirati, la capacità produttiva standard dell’OPEC scende a circa 26 milioni di barili al giorno. Se sommiamo la produzione attuale degli USA a quella, ora slegata dai vincoli, degli EAU, arriviamo a sfiorare i 17 milioni di barili al giorno.

A questo quadro si aggiunge la variabile venezuelana. Con il recente intervento e l’arresto di Nicolás Maduro, Caracas è fortemente condizionata da Washington. Se l’industria petrolifera venezuelana dovesse ripartire allineandosi agli interessi statunitensi, il blocco “USA-EAU-Venezuela” potrebbe agevolmente superare i 18 milioni di barili quotidiani. Tra l’altro con una capacità in crescita, soprattutto per l’aumento delle produzioni sudamericane dopo il cambio di governo.

Ci troviamo di fronte a un cambio di paradigma: da un mercato dominato per mezzo secolo dalle decisioni di Riad, a un oligopolio frammentato dove l’Arabia Saudita dovrà fare i conti con un blocco filo-occidentale capace di inondare il mercato per calmierare i prezzi. Per le economie europee, affamate di energia e a rischio deindustrializzazione, un petrolio strutturalmente più economico, sganciato dai ricatti dell’OPEC, potrebbe rivelarsi l’ossigeno necessario per una ripresa della competitività industriale.

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