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Superamento unanimità: senza il diritto di dire “no” la sovranità diventa una parola vuota

L’abolizione del diritto di veto nell’UE viene dipinta come una riforma tecnica, ma rischia di trasformare l’Europa in un sistema gerarchico dove i Paesi più forti impongono le proprie scelte industriali e fiscali a danno delle economie locali.

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L’Unione Europea è nata come cooperazione tra Stati sovrani, non come costruzione di un superstato centralizzato. È dentro questa impostazione originaria che va letto il principio dell’unanimità previsto dai Trattati europei. Non si tratta di un ostacolo burocratico da eliminare per velocizzare le decisioni, ma di una garanzia politica e democratica costruita per impedire che alcuni Paesi possano imporre stabilmente la propria volontà ad altri.

Negli ultimi anni il superamento dell’unanimità viene invece presentato come una necessità tecnica. Secondo la narrativa dominante, “basta un solo Paese per bloccare tutto” e quindi l’Europa dovrebbe estendere il voto a maggioranza qualificata in settori sempre più ampi: politica estera, fiscalità, energia, difesa.

Ma questa rappresentazione omette il punto centrale: l’unanimità esiste proprio per impedire che alcuni Stati possano decidere per tutti gli altri.

L’articolo 16 del Trattato sull’Unione Europea e l’articolo 238 del TFUE distinguono chiaramente tra decisioni adottate a maggioranza qualificata e decisioni che richiedono invece l’unanimità. Quest’ultima continua infatti ad applicarsi nelle materie che incidono direttamente sulla sovranità degli Stati: politica estera, sicurezza comune, fiscalità, revisione dei Trattati e adesione di nuovi membri. Non è una casualità giuridica. È una scelta politica precisa.

I padri fondatori dell’Europa sapevano perfettamente che il continente fosse composto da economie, interessi industriali, sistemi produttivi e sensibilità nazionali profondamente differenti. Per questo costruirono un sistema nel quale nessun Paese potesse essere obbligato ad accettare decisioni contrarie ai propri interessi vitali. L’unanimità nasce dunque come clausola di protezione delle Nazioni europee. E oggi quella tutela appare più necessaria che mai.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha mostrato una crescente tendenza a produrre regole uniformi applicate a realtà economiche profondamente diverse. Dalle politiche energetiche al Green Deal, dalle normative ambientali alle regole fiscali, molte decisioni europee hanno avuto effetti fortemente asimmetrici.

Basti pensare al settore automobilistico, all’agricoltura o ai costi energetici subiti da famiglie e imprese italiane. Regole pensate spesso secondo le esigenze delle economie più forti finiscono per colpire sistemi produttivi differenti, con effetti pesanti su industria, lavoro e competitività.

Ed è qui che emerge il vero problema politico. Senza il principio dell’unanimità, gruppi di Paesi economicamente dominanti potrebbero imporre con facilità scelte favorevoli ai propri interessi industriali, finanziari ed energetici, relegando gli altri Stati a un ruolo subordinato.

In altre parole, il superamento dell’unanimità rischia di trasformare l’Europa da comunità di Nazioni a sistema gerarchico governato dai rapporti di forza. Ed è esattamente ciò che i Trattati volevano evitare.

L’Unione Europea, infatti, non è uno Stato federale. Non esiste un unico popolo europeo omogeneo, non esiste una piena unione fiscale e politica e non esiste un interesse economico identico tra ventisette Paesi profondamente diversi.

Per questo il diritto di veto non rappresenta un abuso, ma il riconoscimento di una realtà evidente: esistono decisioni che incidono direttamente sulla vita dei popoli e che non possono essere sottratte alla sovranità democratica degli Stati.

La sovranità non è un concetto astratto. Significa poter difendere il proprio lavoro, la propria industria, il proprio risparmio, la propria agricoltura, la propria sicurezza energetica.

Significa impedire che decisioni prese lontano possano compromettere interi settori produttivi senza possibilità reale di opposizione democratica. Il vero problema dell’Europa non è la lentezza decisionale. Il vero problema è la crescente distanza tra istituzioni europee e vita concreta dei cittadini.

Quando famiglie, lavoratori, imprese e territori percepiscono che le decisioni vengono prese da strutture tecnocratiche sempre più lontane dalla realtà economica e sociale delle Nazioni, cresce inevitabilmente la sfiducia verso il progetto europeo.

Ed è qui che il principio dell’unanimità assume un valore ancora più profondo: non soltanto come strumento giuridico, ma come ultimo equilibrio democratico tra Stati sovrani. Difendere l’unanimità non significa essere contro l’Europa. Significa difendere una Europa delle Nazioni: Stati liberi, alleati e rispettati, capaci di collaborare senza essere subordinati.

Perché una cooperazione europea può funzionare solo se nessun popolo ha la sensazione di essere governato da altri.

L’Europa diventa forte quando le Nazioni che la compongono sono forti. Diventa fragile quando pretende di sostituire la volontà dei popoli con automatismi burocratici e maggioranze costruite nei palazzi.

Chi presenta l’abolizione dell’unanimità come una semplice riforma tecnica nasconde quindi la vera questione politica: decidere se l’Europa debba restare una alleanza tra Nazioni sovrane oppure trasformarsi progressivamente in una struttura centralizzata nella quale alcuni Paesi finiscono inevitabilmente per comandare sugli altri.

Ed è per questo che l’unanimità resta uno degli ultimi e più importanti baluardi democratici europei.

Perché senza il diritto di dire “no”, la sovranità diventa una parola vuota.

Antonio Maria Rinaldi
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