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Tempesta nel Mare del Nord: il naufragio da 50 miliardi dell’eolico offshore

Fuga degli investitori e 50 miliardi a rischio: l’eolico offshore nel Mare del Nord si rivela un colossale disastro economico, mettendo in pericolo la transizione energetica.

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Nelle speranze di Berlino e Bruxelles il Mare del Nord doveva diventare la centrale elettrica dell’Europa, il simbolo luminoso di un nuovo corso energetico. Oggi, invece, si sta trasformando in un colossale disastro economico. I piani ambiziosi per la costruzione di giganteschi parchi eolici in mare aperto stanno subendo una battuta d’arresto pesantissima. I grandi gruppi energetici vogliono fare marcia indietro, abbandonare i cantieri tedeschi e restituire allo Stato le concessioni pagate a peso d’oro.

In gioco non ci sono solo i grandi piani climatici, ma la sopravvivenza di un’intera industria eolica tedesca. L’economia reale rischia di pagare un conto salatissimo, con migliaia di posti di lavoro in pericolo e le entrate miliardarie, già messe a bilancio dal governo, che svaniscono nel nulla.

I numeri di una crisi annunciata

Per capire la portata del dramma, bisogna guardare le cifre. I Paesi che si affacciano sul Mare del Nord avevano stretto un patto per costruire impianti eolici per una capacità di 300 gigawatt dividendosi le diverse aree di competenza. Questo significava piantare in mare circa 20.000 torri eoliche di ultima generazione.

Divisione delle potenziaità eoliche del Mare del Nord

La quota spettante alla Germania era di 70 gigawatt, l’equivalente di 4600 enormi turbine alte come la Torre Eiffel. Per dare un’idea chiara, 70 gigawatt corrispondono alla potenza di 70 reattori nucleari, con la differenza che un reattore nucleare produce sempre energia, una turbina eolica lo fa solo se c’è vento, e i tedeschi hanno scoperto il fenomeno del Dunkelflaute, cioè che le correnti atmosferiche non sono costanti neanche a latitudine nordiche.

Indicatore del ProgettoDati e Obiettivi
Obiettivo Tedesco Totale70 Gigawatt (circa 4600 turbine)
Stato Attuale (Nord e Baltico)10 Gigawatt (circa 1700 turbine piccole)
Valore dei Progetti a Rischio50 Miliardi di Euro
Posti di Lavoro a Rischio49.000 (solo in Germania)

Attualmente, tra Mare del Nord e Mar Baltico, la Germania produce appena 10 gigawatt. Per raggiungere le mete imposte per legge, la produzione dovrebbe moltiplicarsi per sette nei prossimi vent’anni. Un obiettivo che oggi appare puramente irrealizzabile.

La fuga dei giganti del petrolio

Il problema principale risiede nelle dinamiche di mercato e nei costi del capitale. Tra il 2022 e il 2025, i grandi investitori avevano promesso allo Stato tedesco oltre 16 miliardi di euro solo per ottenere i permessi di costruzione. Compagnie come la francese TotalEnergies e la britannica BP avevano messo sul piatto ben 7,5 miliardi di euro.

Finora è stato pagato solo il 10% di queste somme, con l’idea di saldare il resto a rate. Ma ora i conti non tornano più, le società non ritengono più conveniente l’investimento. L’associazione di settore BWO chiede a gran voce che il governo liberi le aziende da questi obblighi senza fargli pagare penali, altrimenti il danno per l’intera economia sarebbe fatale.

L’industria si giustifica elencando una serie di fattori avversi:

  • Problemi geopolitici e commerciali: dazi americani, restrizioni alle esportazioni cinesi e le ripercussioni dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Tutto questo ha fatto esplodere i costi delle materie prime necessarie alla realizzazione delle turbine, oltre a rendere più proficuo il tradizionale business del gas e petrolio rispetto a quello dell’eolico.
  • Aumento del costo del denaro: i tassi di interesse sono saliti, rendendo i prestiti molto più cari.
  • Domanda debole: il consumo di elettricità in Germania non cresce come sperato, riducendo i futuri guadagni. La crisi industriale europea fa si che l’Europa abbia necessità di meno energia.
  • Ritardi nelle infrastrutture: la rete elettrica non è pronta per accogliere questa energia. Addirittura, la creazione di un poligono di tiro per la Marina militare vicino ai parchi eolici ha costretto a riprogettare il percorso dei cavi sottomarini.

Un semplice errore di calcolo?

Le scuse dell’industria, per quanto reali, nascondono una verità economica più cruda: i grandi gruppi hanno calcolato male i rischi. Hanno puntato miliardi scommettendo che le condizioni del mercato (soldi a basso costo, materiali economici e pace globale) sarebbero rimaste perfette per sempre. Qualsiasi buon padre di famiglia, e a maggior ragione un amministratore delegato, sa che bisogna sempre calcolare un margine di imprevisto.

Inoltre, la pressione degli azionisti si fa sentire, specialmente in BP. Chi investe vuole profitti. Vedendo che l’energia verde rende meno del previsto, gli azionisti spingono per tornare al caro e vecchio business del petrolio e del gas, molto più redditizio nel breve termine.

Il ricatto economico e il ruolo dello Stato

La legge attuale parla chiaro: chi vince l’asta, deve costruire. Ritirarsi da un progetto da 7,5 gigawatt comporterebbe per TotalEnergies e BP una multa di circa 750 milioni di euro. Eppure, le aziende potrebbero decidere che pagare questa penale enorme sia comunque meglio che imbarcarsi in un progetto in perdita certa nel risultato, ma non nella quantità.

Se le aziende si ritirano e lo Stato non interviene per facilitare l’uscita, le aree marine resteranno bloccate per anni, perché comunque le concessioni non saranno utilizzate. Questo paralizzerebbe la catena di approvvigionamento, mettendo sulla strada 49.000 lavoratori, ma, nello stesso tempo, resta il dubbio che mai saràò conveniente portare a termine queste infrastrutture.

Per risolvere la crisi, i lobbisti dell’eolico chiedono l’intervento pubblico tramite “contratti per differenza indicizzati”. In parole povere: se l’inflazione sale, lo Stato deve garantire un prezzo di acquisto dell’energia più alto.  Alla fine i rischi degli impianti sarebbero riversati sul pubblico, ma gli utili resterebbero in mano ai privati. Un ottimo esempio di come funzionino gli affari nella UE; sempre pronta a fare generosi piani di “Project financing” a favore delle multinazionali. A questo punto perché nmon è lo stato stesso a realizzare gli impianti? Almeno ne avrebbe gli eventuali utili.

La transizione energetica, senza una solida base economica e una programmazione tecnica seria, si sta trasformando in un labirinto da cui l’Europa farà molta fatica a uscire.

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