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I droni fuori rotta abbattono il governo della Lettonia: il primo ministro si dimette. Elezioni il 3 ottobre

La Lettonia piomba nel caos: la Premier Evika Siliņa si dimette dopo il fallimento dei sistemi di difesa contro droni fuori rotta. Una crisi che mette a nudo le fragilità economiche e militari dei Paesi Baltici.

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C’è un’amara ironia nel fatto che il governo di Evika Siliņa, leader di una nazione che investe quasi il 5% del proprio PIL in Difesa, sia caduto a causa di un paio di droni ucraini “smarriti” caduti nel suo territorio, con rischi per le infrastrrutture locali. La notizia delle dimissioni della Prima Ministra lettone, arrivate il 14 maggio, segna il punto di rottura di una coalizione che ha scoperto, nel modo più traumatico possibile, quanta differenza ci sia fra i programmi e le parole e la sicurezza sul campo.

Tutto è iniziato il 7 maggio, quando due droni ucraini, deviati dai sistemi di guerra elettronica russi, hanno colpito depositi di petrolio nell’est della Lettonia. Un incidente tecnico che si è trasformato in un terremoto politico. Se la difesa aerea, profumatamente pagata dai contribuenti lettoni, non riesce a intercettare nemmeno dei velivoli “amici” fuori rotta, a cosa servono i sacrifici economici richiesti dalla NATO?

Il domino politico: dal Ministro alla Premier

La gestione della crisi da parte di Siliņa è stata, per usare un eufemismo, poco diplomatica. Il siluramento del Ministro della Difesa Andris Sprūds (dei Progressisti) è apparso a molti come il tentativo di trovare un capro espiatorio per coprire falle sistemiche. La reazione non si è fatta attendere: i Progressisti hanno ritirato l’appoggio, lasciando il partito di centro-destra Nuova Unità in minoranza.

La Premier ha parlato di “gelosia politica” e “interessi di partito”, ma la realtà appare più strutturale. La Lettonia si trova in un’economia di guerra di fatto, dove i tagli alla spesa pubblica per sostenere il settore militare non hanno prodotto i risultati sperati in termini di protezione del territorio. Il Paese è stanco di tutto questo e cerca una pacificazione.

L’insostenibile peso del 5%

Da un punto di vista economico, la Lettonia rappresenta un caso studio interessante. In un periodo di rallentamento globale, mantenere una spesa militare vicina al 5% del PIL (uno dei rapporti più alti dell’Alleanza Atlantica) ha un costo opportunità enorme.

Voce di SpesaImpatto EconomicoEffetto sulla Stabilità
Difesa (5% PIL)Elevato drenaggio di risorse pubblicheBasso (percezione di insicurezza)
Investimenti EsterniRallentamento per rischio geopoliticoModerato
Consumi InterniContrazione dovuta ai tagli ministerialiAlto (malcontento sociale)

La caduta del governo Siliņa dimostra che la spesa pubblica, se indirizzata esclusivamente verso settori non produttivi o inefficienti, non garantisce nemmeno il ritorno primario: la stabilità. Quando la “sicurezza dei cieli” promessa diventa un colabrodo, il contratto sociale tra governo e cittadini si spezza.

Una fragilità sistemica

Il collasso del governo di Riga a meno di cinque mesi dalle elezioni parlamentari è un segnale d’allarme per l’intera area baltica. La dipendenza tecnologica e la pressione della guerra elettronica russa stanno mettendo a nudo la fragilità dei governi di confine.

Mentre il Presidente Edgars Rinkēvičs avvia le consultazioni, resta il dubbio: può un piccolo Paese reggere il peso economico di una difesa totale se questa fallisce alla prima prova reale? La risposta, per ora, è scritta nelle lettere di dimissioni depositate al Castello di Riga. La Lettonia ha bisogno di professionisti, non di “chiacchieroni politici”, ma soprattutto ha bisogno di una strategia economica che non sacrifichi il benessere sociale sull’altare di una difesa che, alla prova dei fatti, appare tristemente sguarnita. Comunque resta il fatto che tutti i politici che seguono le indicazioni sulla sicurezza e l’economia di Bruxelles e della NATO sembrano destinati a perdere la fiducia dei cittadini.

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